Per il direttore dell’Istituto Cardiocentro Ticino, Massimo Manserra, la sfida non è soltanto tecnologica o organizzativa, ma anche culturale: mantenere al centro il paziente, la dimensione umana della cura e la capacità di innovare senza perdere identità. In questa conversazione emerge la visione di una medicina sempre più integrata, multidisciplinare e vicina alle persone.
Cardiocentro Ticino ha vissuto negli ultimi anni una trasformazione importante con l’integrazione nell’EOC. Qual è stata la sfida principale?
«La sfida più importante è stata probabilmente quella di integrare il Cardiocentro in una grande organizzazione mantenendone però l’identità, la cultura e il livello di specializzazione che lo hanno reso negli anni un punto di riferimento per la popolazione ticinese.
Non era un passaggio scontato. Ogni processo di integrazione comporta inevitabilmente cambiamenti organizzativi, culturali ed emotivi. Guardando oggi a questi cinque anni e mezzo trascorsi dall’ingresso nell’Ente Ospedaliero Cantonale, credo però che siamo riusciti a trasformare quella che inizialmente poteva apparire come una difficoltà in una grande opportunità. Il risultato più significativo è proprio questo: oggi il Cardiocentro è pienamente integrato nell’EOC, ma ha rafforzato il proprio ruolo di centro specialistico. Possiamo contare sulla forza di un grande sistema ospedaliero mantenendo allo stesso tempo una forte identità clinica e scientifica».
Oggi il Cardiocentro evolve verso un Istituto dedicato a cuore, vasi e polmoni. Che cosa significa concretamente?
«La medicina moderna richiede sempre più integrazione tra competenze diverse. Cuore, grandi vasi e polmoni appartengono allo stesso distretto anatomico e clinico, e molte patologie sono strettamente collegate tra loro. Portare nello stesso Istituto cardiologia, cardiochirurgia, chirurgia toracica e progressivamente anche chirurgia vascolare e angiologia significa permettere agli specialisti di lavorare fianco a fianco, condividendo esperienze, decisioni e percorsi terapeutici costruiti attorno al paziente.
Per i pazienti questo si traduce in maggiore sicurezza, maggiore efficacia e una presa a carico molto più completa. Significa evitare frammentazioni e dispersioni delle competenze sul territorio. C’è poi un altro aspetto importante: con questo progetto il Cardiocentro si apre sempre più anche ai pazienti con patologie polmonari e oncologiche toraciche, offrendo loro un contesto altamente specializzato ma anche profondamente umano».
Nella vostra comunicazione fate spesso riferimento ai grandi centri universitari europei. Qual è oggi il ruolo del Cardiocentro Ticino?
«Già oggi il Cardiocentro ha assunto un ruolo che va oltre i confini cantonali, pur restando prima di tutto il presidio cardiologico e cardiochirurgico della Svizzera italiana. Negli anni abbiamo sviluppato competenze, volumi di attività e qualità clinica che ci permettono di dialogare con realtà svizzere ed europee di altissimo livello. Quando facciamo riferimento ai grandi centri universitari non lo facciamo per imitazione, ma perché la medicina specialistica sta andando ovunque verso modelli integrati, multidisciplinari e altamente tecnologici.
Il nostro obiettivo è fare in modo che anche il Ticino possa offrire standard di cura sempre più vicini a quelli dei grandi poli di riferimento internazionali, mantenendo però una dimensione più vicina e umana nei confronti del paziente. Questa è la vera sfida».
La cardiologia sta vivendo una fase di forte innovazione. Quali cambiamenti ritiene più significativi?
«Stiamo vivendo una fase di evoluzione tecnologica e scientifica straordinaria. Penso innanzitutto alla cardiologia interventistica mini-invasiva, che oggi consente di trattare patologie molto complesse con procedure meno traumatiche per il paziente e tempi di recupero molto più rapidi rispetto al passato.
Anche la diagnostica avanzata, l’imaging cardiovascolare e l’intelligenza artificiale applicata all’interpretazione dei dati clinici stanno cambiando profondamente il modo di curare, favorendo una medicina sempre più personalizzata. Accanto alla tecnologia, però, sta cambiando anche l’approccio culturale. Oggi si lavora molto più in équipe multidisciplinari, mettendo insieme competenze diverse attorno al paziente. La vera innovazione non è soltanto tecnologica: è la capacità di integrare conoscenze, persone e percorsi di cura».
Quanto incidono stress, sedentarietà e ritmi contemporanei sull’aumento delle patologie cardiovascolari?
«Incidono moltissimo. La società contemporanea espone le persone a livelli di stress, sedentarietà e pressione molto diversi rispetto al passato. A questo si aggiungono alimentazione non sempre equilibrata, disturbi del sonno e difficoltà crescenti nel trovare tempi di recupero adeguati.
Il cuore inevitabilmente ne risente. Oggi osserviamo patologie cardiovascolari anche in persone relativamente più giovani rispetto a qualche decennio fa. Per questo la prevenzione diventa fondamentale. Ma prevenzione non significa soltanto fare controlli medici regolari: significa anche imparare ad ascoltare il proprio corpo, riconoscere i segnali, rallentare quando necessario e prendersi cura di sé in modo più consapevole».
Il Cardiocentro è percepito anche come una realtà molto attenta alla dimensione umana della cura. Quanto conta il rapporto con il paziente?
«La medicina moderna dispone di tecnologie straordinarie, ma il paziente non vive soltanto una malattia: vive paura, ansia, fragilità, incertezza e bisogno di fiducia. Per questo il rapporto umano resta centrale nella presa a carico.
Il Cardiocentro ha sempre cercato di coniugare alta specializzazione e vicinanza al paziente. Credo che questa sia una delle caratteristiche che la popolazione ticinese ci riconosce maggiormente. Anche i nuovi spazi inaugurati recentemente sono stati progettati seguendo questa filosofia: non solo efficienza clinica, ma attenzione concreta al benessere dei pazienti, delle loro famiglie e dei collaboratori».
Oltre all’attività clinica, il Cardiocentro investe molto anche in formazione e ricerca. Quanto è importante oggi valorizzare le nuove generazioni?
«Formazione, ricerca e cura sono i tre pilastri su cui si fonda un centro specialistico moderno. La qualità di un istituto non si misura soltanto nelle cure offerte oggi, ma anche nella capacità di contribuire a formare i professionisti di domani. In un’epoca in cui la medicina evolve rapidamente, è indispensabile creare ambienti capaci di attrarre giovani talenti, offrire percorsi formativi di qualità e sviluppare continuamente la ricerca clinica. Il progetto dell’Istituto dedicato a cuore, vasi e polmoni potrà dare un impulso importante anche all’attrattività del Ticino nel panorama medico e universitario».
Lei proviene dal mondo delle risorse umane e non da un percorso medico. Quanto ha influenzato questa esperienza il suo approccio alla direzione del Cardiocentro?
«Il mio percorso professionale si è sviluppato nel mondo delle risorse umane e delle scienze umanistiche. Sono arrivato nella sanità nel 2013 con l’approdo al Cardiocentro, e da subito questo ambiente mi ha appassionato profondamente.
Mi ha colpito proprio la capacità di coniugare prestazione, tecnica e attenzione alla persona. Successivamente ho approfondito il settore con un master in economia sanitaria e sociosanitaria, fino ad arrivare al ruolo che svolgo oggi. Forse proprio questa provenienza mi ha portato a guardare sempre alla sanità non solo come organizzazione clinica, ma anche come luogo fatto di relazioni umane, ascolto e responsabilità verso la comunità».



