Con il nuovo Dib Museum, BangkoK si conferma polo In un ex edificio industriale completamente ristrutturato nel distretto di KhlongThoei di Bangkok, ha inaugurato a dicembre 2025 il museo della famiglia di mecenati, collezionisti e imprenditori Osathanugrah (soft drink OSOTSPA). Trent’anni di Collezionismo del padre Petch (anche cantante pop, deceduto 2 anni fa) dedicati alla ricerca della spiritualità e della condizione umana nell’arte contemporanea, oggi portato avanti dal figlio Purat che ha scelto come direttrice artistica la storica dell’arte giapponese M.Tezuka.

Niente spazi bianchi, solo cemento a vista, serramenti e ringhiere nere in ferro minimal, fontane d’acqua a sfioro nel silenzio assoluto, grandi vetrate e specchi essenziali che invitano a salire la scala sul fondo del cortile, ove la cupola di J.Turrell apre in un ascetica elevazione al cielo.

Nella piazza centrale le formidabili palle di marmi policromi di differenti dimensioni di A.Kwade, creano un grande impatto visivo.

DIB in lingua thai significa grezzo, crudo, ma in una metropoli disseminata di templi storici, il museo con le sue 11 sale è un omaggio diversamente leggibile della religione Buddista imperante nel paese.

Una collezione strepitosa quella del Dib Museum, che inizia con l’opera di M.Fusinato che invita il visitatore a colpire violentemente il lungo muro bianco con una mazza da baseball e nel boato che rimbomba nelle sale circostanti, sotto i calcinacci dei buchi creati dai visitatori, appaiono diversi crateri rosa i cui richiami sono difformemente decifrabili. Il muro bianco dipinto su tela di sacco di U.Rondinone è invece fragile e infrange le barriere volute dall’uomo.

Con il nuovo Dib Museum, BangkoK si conferma polo Il visitatore coglie subito il contesto internazionale e l’omaggio all’Arte Povera nelle opere di J.Kounellis ove la rigidità delle sue strutture modulari e quella dei grandi tessuti industriali riciclati e accuratamente avvolti e riposizionati richiamano il lavoro metafisico sulla crisi dell’identità storica e culturale avviata in Italia negli anni Sessanta.

L’aereomobile in lana di vetro ricoperta di stagnola di L.Bul ricorda l’opera di P. Pascali, ma la grandezza è appena sufficiente al pensiero di poter volare. Ma il sogno è parte della miseria umana.

Incredibile la stanza rotonda a cupola alla maniera dei templi buddisti dell’indiano S.Gupta ove luminosi lampadari di cristallo incubano grosse uova di acciaio fatte con pentolini e lunchbox: una critica al consumismo e alle identità moderniste massive.

Opere internazionali e di artisti thailandesi e indiani dialogano in un un componimento dialogico affiatato; L.Bourgeois invita a riflettere con la serie di spartiti disegnati e appuntati che rimandano a embrioni, occhi, spirali, origani sessuali, pianeti e respiri; il grande letto di ferro spoglio di R.Horn diventa un meraviglioso connubio con la natura grazie alle grandi farfalle blu cangianti appoggiate e pronte a spiccare il volo. L’enorme dipinto di A.Katz con l’armonia delle sue simmetrie rimanda a un insieme proporzionato di forme astratte che paiono corpi.

Le due tele di M.Boonma frammentano di fiaccole rosse la luna divisa in due metà e la video intallazione Prayer of Abihsot ricorda gli anni della malattia oncologica della moglie in un istanza e un quesito che accomuna tutti. L’albero di girasoli in acrilico grigio e rami fatti di frammenti fotografici Hasselblad di A.Kiefer sembra bruciato e è un inno alla memoria post bellica della seconda guerra mondiale.

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