Nel corso d’un colloquio-intervista nel 1989 interruppi Harald Szeemann chiedendogli il motivo della scelta di vivere in Ticino. «Per amore» fu la fulminea, inequivocabile risposta. Esattamente 33 anni dopo ripropongo la stessa domanda a Ingeborg Lüscher, la persona, l’artista per la quale il geniale creatore di mostre, del Museo delle ossessioni, era approdato in Ticino. «Per vivere da sola, per ripartire con la mia vita». Era il 1967.  Harald e Ingeborg si sarebbero incontrati cinque anni dopo per la Documenta di Kassel. Colpo di fulmine, iniziano a vivere insieme da lei a Tegna. «Con Harald era finito il tempo della solitudine». Nel 1975 è nata la loro figlia Una.

Tutto è iniziato così, per caso?

«In verità Harald sapeva ed era incuriosito dal lavoro che stavo facendo su Armand Schulthess (Neuchâtel 1901-Auressio 1972) che all’età di 50 anni lascia il suo lavoro di funzionario federale a Berna e sceglie come luogo d’esilio geografico e mentale una casa di campagna ad Auressio in val Onsernone. Abbandona una vita normale per seguire una visione, un sogno. A Szeemann interessava quella mia ricerca-testimonianza, che confluirà poi in un libro e in varie esposizioni».

Da cos’era affascinata nel lavoro di Schulthess ?

«Dalla possibilità di svelare il tragitto d’una persona misteriosa, che si nascondeva. Voleva trovare la materia prima, quella che fa funzionare il mondo, senza rivolgersi a Dio ma cercando a modo suo nella scienza. Si nascondeva, ci ho messo un anno prima di parlargli. Aveva appeso un cartello con il numero di telefono, ma quel numero non esisteva… Sotto il campanello di casa aveva scritto “Fuori servizio. Interruzione”. In perfetta solitudine si dedicava all’assemblaggio di informazioni. Le scriveva su piastre di materiali vari che appendeva agli alberi del suo bosco, disposte in un ordine enciclopedico lungo sezioni con testi di fisica, letteratura, medicina, astrologia, cinema e teatro, chimica, cucina e architettura… Io li fotografavo e stavo pubblicando un libro. Attirò l’interesse di Szeemann e quello divenne il vero libro di Documenta ‘72.  Grande mostra, bellissimo successo».

L’opera, la visione, l’utopia di Schulthess continuano anche adesso…

«Intanto ricordo l’interesse di Max Frisch quando nel ’71 sono andata a mostrargli a Berzona il libro non ancora stampato. Vedendo quel materiale ha ricominciato a scrivere “L’uomo nell’Olocene” dove il personaggio centrale è Geiser e lui, Schulthess, diventa Urgeiser, prima di Geiser…  Poi ho appena realizzato un nuovo libro sull’eremita di Auressio in cui metto a confronto la situazione originale del suo lavoro, con lui in vita, a quella attuale, affiancando fotografie di allora e di adesso. Schulthess è diventato celebre dopo la morte, è cresciuto un enorme interesse verso la sua opera, gli sono state dedicate 35 mostre e l’indagine continua anche perché abbiamo ritrovato nuovo materiale, ad esempio sulle cose buttate dagli eredi per rinnovare l’abitazione. È una storia di accumulazione e dispersione. La sua opera continua a vivere attraverso le mie fotografie, testimonianze anche del trascorrere del tempo e dell’azione dell’uomo».

Questa vicenda si intreccia al rapporto con Harald Szeemann, durato sino alla sua morte nel 2005. Cosa di lui l’aveva colpita?

«La sensibilità. Era una persona sensibile, empatica, intelligente, determinata. Un genio. Quando ci siamo conosciuti veniva dalle polemiche di “When Attitudes Become Form”, la storica mostra alla Kunsthalle di Berna. Uno scandalo per tanta gente anche del mondo dell’arte, per lui la prova che quella era la strada giusta dove poteva conquistare la sua libertà tra mostre ed artisti. Sempre a Berna avrebbe voluto proporre una mostra su Joseph Beuys, il Consiglio di fondazione si è opposto e lui se n’è andato. Aveva già un’aura per cui gli ambienti dell’arte lo ascoltavano con ammirato interesse e non gli sarebbe stato difficile trovare musei per le sue mostre. Aveva un’energia di lavoro inimmaginabile: talvolta dormiva nei musei per non sprecare tempo ad andare in albergo…».

Vivere con Harald Szeemann come ha cambiato la sua attività artistica?

«L’impostazione della mia ricerca è cambiata con la pubblicazione del libro su Schulthess. Prima ero una giovane artista sconosciuta, dopo è iniziato l’interesse per il mio lavoro. Gradualmente sono entrata in un campo dove realizzavo che esistevo come artista. Da Locarno Rinaldo Bianda, che aveva visto le mie opere in mostra alla Galleria Kümmel di Colonia, mi ha aiutato nei contatti per altre mostre. Con Harald abbiamo sempre fatto le cose insieme, per cui pensavo fosse meraviglioso avere accanto una persona con cui discutere le mie opere. Mi ha detto no, io non voglio vedere il tuo lavoro fino a quando non è finito. Dopo l’iniziale sconcerto ho capito che quell’idea mi permetteva di lavorare senza opinioni positive o negative, e quindi potevo essere totalmente me stessa. Quando infine gli mostravo le mie opere avevo la fortuna di parlarne con qualcuno che poteva capire appieno il mio lavoro».

Entrambi avevate un’attività internazionale, eppure siete rimasti a Tegna…

«Il Ticino è stato il mio rifugio. Quando ho deciso di vivere da sola ho chiesto ad amici informazioni sul Ticino. Mi hanno indicato un fotografo a Tegna, mi ha mostrato l’appartamento, m’è piaciuto subito. Ho vissuto vent’anni, prima da sola e poi con Harald in quella magnifica casa vecchia di 300 anni, proprietà di una persona saggia, sensibile e dolce. La situazione perfetta. Con Harald nell’88 abbiamo costruito la nostra casa su progetto dell’arch. Christof Zürcher, sempre a Tegna, al limitare del bosco verso il fiume. Per noi questo posto è sempre stato molto importante. Abbiamo voluto rimanere qui, non a Parigi, Londra o New York, per quanto belle, interessanti città ma qui vivevamo bene. Dopo l’alluvione del ’78, i giovani sono andati a ripulire il fiume e Harald con loro. Aiutare era tipico di lui, lo distingueva la generosità. Così la gente di Tegna ha iniziato a volergli bene, a sentirlo uno di loro».

Com’è nato il passaggio all’arte?

«Mentre nel ’67 stavo girando un film a Praga ho incontrato gente, soprattutto giovani che preparavano la rivoluzione. Rischiavano la vita per un ideale superiore e mi sono interrogata sul mio lavoro di attrice. Obbedisco al regista, faccio sempre quello che è scritto, che mi dice il direttore… Ho capito che dovevo prendere in mano la responsabilità della mia vita, ho deciso di cambiare mestiere, di iniziare come artista. L’arrivo in Ticino coincide con questo radicale cambiamento. Affitto l’ex studio di Hans Arp negli Ateliers di Remo Rossi in via Nessi a Locarno, lavorando e leggendo (tante letture, da Joyce ad Habermas), rifletto sul lavoro di Joseph Beuys nella prospettiva di questa mia nuova situazione, approfondisco i problemi dell’arte, i rapporti con la vita, la comunicazione. Inizio a sperimentare varie tecniche espressive lasciandomi ispirare dagli incontri con le persone, dagli oggetti, dai materiali, sempre con l’obiettivo di lasciar trasparire l’invisibile dietro il visibile, facendo confluire nelle mie opere le forze nascoste della natura».

Anche il gioco, l’aspetto ludico appartiene al suo modo di esprimersi. Ricordo la sua misteriosa partecipazione alla Biennale di Venezia nel ’99…

«Sì, è stato divertente. Non volevo apparire come la moglie di Szeemann, che curava quell’edizione, allora mi sono inventata una nuova identità… cinese. Cominciando dallo pseudonimo Ying Bo e dal titolo del video “Fei-Ya! Fei-Ya! y, y (Our Chinese Friends)”. I critici dicevano: dovete vedere il film cinese, senza sapere che fosse mio. Poi alla fine ecco la sorpresa. Divertente. Così come due anni dopo, sempre a Venezia, il video “Fusion”, in cui due note squadre di calcio svizzere, Grasshoppers e San Gallo, si sfidano sul campo non in calzoncini ma vestendo abiti su misura d’alta moda italiana. Io corro lungo i bordi del campo di calcio, ben visibile nella giornata grigia con stivali e capelli rossi. In entrambi i casi sviluppo un’indagine anche di tipo psicologico sull’incontro, appunto la fusione, tra realtà diverse, apparentemente inconciliabili, che, fondendosi, danno vita a situazioni sospese tra realtà e immaginazione».

Nelle sue opere colpiscono anche i materiali. Ne cito due: i mozziconi di sigaretta e lo zolfo…

«Nel primo periodo di Tegna inizio a lavorare con mozziconi di sigarette. La sigaretta si aspira, rimane il mozzicone che rappresenta un segmento di vita vissuta, qualcosa diventato parte di una persona, nel frattempo interiorizzato o espulso. Quindi ho applicato i mozziconi su oggetti della vita quotidiana, ad esempio la bicicletta o gli stivali. Dal 1984 il giallo e il nero sono i colori dominanti, applico lo zolfo puro e la cenere su dipinti, sculture, fotografie, oggetti. Mi ha sempre interessato il tema del fuoco, raccontato attraverso il suo principio, lo zolfo, e la sua fine, la cenere. E poiché la superficie di zolfo illumina le opere, m’interessa indagare cosa c’è dietro la luce. Sono andata a vedere le zolfatare, studio il significato anche simbolico e continuo a lavorare con questo bellissimo materiale; a volte costituisce il pigmento di superficie di vaste dimensioni, altre volte la materia di misteriosi oggetti tridimensionali, che assumono una luce propria». 

E le sue foto “magiche”?

«È un progetto che continua da oltre quarant’anni e che in realtà non finirà mai, sempre sorprendente anche per me. È già confluito in un libro e in una serie di mostre, una anche adesso ad Anversa. Alle persone – amici, vicini di casa, ospiti, artisti ecc. – propongo il “gioco del mago” invitandoli a fare la magia che gli viene in quel momento. Loro decidono il luogo, la scena e naturalmente l’azione, intanto li fotografo, 18 foto di cui ne seleziono 9 disponendole in un ordine fisso. Così è nata una galleria di uomini e donne, di “ritratti” che interpretano se stessi in un modo che possiamo dire giocoso ed al tempo stesso rivelatore. Sono adesso più di 500, con personaggi per intenderci da Andy Warhol a Lawrence Weiner, da Jean-Christophe Ammann a James Lee Byars, Maurizio Cattelan, Christo, Tony Cragg, Wim Delvoye, Thomas Hirschhorn, Jannis Kounellis, Mario Merz, Jonathan Meese, Otto Muehl, Shirin Neshat, Ernesto Neto, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Arnulf Rainer, Richard Serra, Daniel Spoerri, Chen Zhen e tanti, tantissimi altri».

Ultima domanda, perché rimane a Tegna?

«Per la bellezza e perché il cuore ha fatto le sue radici».

 

Una vita al ritmo dell’arte

Ingeborg Löffler, questo il nome di nascita, dopo il liceo studia recitazione a Berlino per poi lavorare come attrice in teatro, televisione e cinema. Interpreta ruoli cinematografici tra cui la parte femminile principale di Madelon in “Cadillac” di Hoffmann, figure femminili di primo piano in film per la televisione, tra cui “Jennifer” nel 1965, Alwine von Valencay nella commedia televisiva “Leben wie die Fürsten” di Jean Anouilh, Laura nella commedia televisiva “Ein Phönix zuviel” e Laura Manulescu in “Des Rätsels Lösung” 1966 (partner Ivan Desny) oltre a tournées teatrali anche in Svizzera. Nel 1959 sposa Marc Lüscher (Basilea 1923-Lucerna 2017), psicoterapeuta, sociologo e filosofo, inventore del famoso Test Lüscher, che analizza lo stato d’animo di un soggetto in base alla sua preferenza di colori. Nel 1965-66 studia psicologia alla Freie Universität di Berlino. Anche in base agli sconvolgimenti politici di Parigi, Berlino e Praga, dove incontra i dissidenti della “Primavera”, decide di ricominciare da capo.

Nel 1967 si trasferisce a Tegna ed inizia con le arti visive. Dal ’68 realizza i primi “Stub paintings”, oggetti ricoperti di mozziconi di sigarette. Nello stesso tempo inizia a documentare con fotografie e testi il lavoro di Armand Schulthess nei boschi dell’Onsernone pubblicando “Dokumentation über A.S.”. Per una decina d’anni si dedica ad opere concettuali (fotografia, testo, pittura ed oggetti trovati) su una pluralità di temi: caso, eros, amore, infanzia, sogni, divinazione e morte… Nel 1984 inizia ad utilizzare lo zolfo come materiale d’arte, ed il giallo diventa il colore chiave nelle sue opere. Scultrice, pittrice, fotografa, autrice di libri, video e istallazioni, dal 1968 ha tenuto decine e decine di mostre in gallerie, musei e istituzioni culturali d’Europa e degli States. Nel 2018-19 ha curato le installazioni di Schulthess nella mostra “Harald Szeemann. Museum of Obsessions” al Getty Research Institute di Los Angeles, al Kunstmuseum di Berna, alla Kunsthalle di Düsseldorf e al Castello di Rivoli a Torino. Ha insegnato in diverse Accademie, tra cui la Sommerakademie Berlin, la Schule für Gestaltung Luzern, la F + F Kunstschule Zürich, l’Ecole Supérieure de l’Art Visuelle Genève e l’International Summer Academy of Fine Arts Salzburg. È considerata una delle figure più importanti della scena artistica contemporanea.