Joan Miró
La mostra Miró! Sogno e colore – a Bologna a Palazzo Albergati fino al 17 settembre – vuole raccontare il codice artistico del genio catalano: una rassegna esaustiva della sua opera che lasciò un segno inconfondibile nell’ambito delle avanguardie europee.
L’ultima stagione creativa di Joan Miró è per certi versi quella più trasgressiva e anticonformista nella quale alla sua anima contemplativa si affianca una poetica unica, sospesa tra sogno e colore. Un connubio per sfuggire ancora alla banalità e alle convenzioni, dando vita ad un linguaggio artistico universale ma allo stesso tempo originale e inimitabile. La straordinaria forza inventiva di questi anni fecondi è al centro della mostra in corso a Palazzo Albergati di Bologna.
Le opere esposte, oltre 130 tra le quali un centinaio di dipinti di grandi dimensioni, tutte provenienti dalla Fondazione Pilar i Joan Miró di Maiorca, appartengono alla produzione degli ultimi trent’anni del maestro catalano. Anche se fra le meno conosciute, sono forse quelle che raccontano più in profondità l’artista che fa i conti con il passato, rivede le tecniche, diventa in qualche modo ancora più anarchico e sperimentatore.
«Considero il mio studio come un orto, e io sono un giardiniere o un vignaiolo, scriveva Miró. La chiave di lettura dell’esposizione è proprio l’isola delle Baleari, con i suoi colori vivaci, il mare che porta vento, voci, e una libertà necessaria. Maiorca è il fulcro della sua ispirazione. Qui vivevano i nonni materni e qui Miró passava le sue vacanze estive. Aveva 8 anni quando dipingeva già con un’estetica propria. Il rapporto con l’isola si è consolidato nel 1929, quando ha sposato Pilar, originaria del posto. Ci è tornato poi in varie occasioni fino a stabilirvisi definitivamente nel 1956, a 63 anni, nel pieno della celebrità.
L’isola gli offre il privilegio di lavorare nel silenzio di una natura incontaminata, tra poesia e arte popolare. Qui si concentrano venti anni di febbrile attività e intensa avventura estetica, sempre aperta all’innovazione e alla sperimentazione tecnica: nello splendido studio progettato per lui dall’architetto Josep Lluís Sert e nel “buen retiro” di Son Boter, Miró realizzerà più di un terzo della sua produzione artistica.
Il precorso espositivo della rassegna bolognese, cronologico e tematico allo stesso tempo, presenta i temi prediletti dall’artista come le donne, gli uccelli e il paesaggio: opere ispirate al mondo rurale e al culto delle origini, ai temi della sessualità e della fertilità, a quelli legati alla metamorfosi, all’aldilà e all’eterno susseguirsi di vita e morte. Attenzione è inoltre dedicata ai lavori degli ultimi anni fatti con le dita, stendendo il colore con le mani, spalmando gli impasti su cartone e legno compensato e ancora alle sculture frutto di sperimentazioni fatte con materiali diversi, nel solco di un desiderio mai sopito di ricuperare una manualità originaria, quasi artigianale.
Il significativo punto di partenza della poetica di Miró è rappresentato da una visione fatta di linee sinuose, da una rappresentazione in chiave organica di elementi naturali e scene della vita comune, per dirigersi progressivamente verso una semplificazione che giunge all’astrattismo lirico, al suo personale surrealismo fatto di linee leggere, campiture di colore piatte su sfondi omogenei, forme prive di volume, fantastiche, di rara suggestione espressiva.
L’artista elabora un nuovo e originalissimo linguaggio di impronta calligrafica: il segno si assottiglia, assumendo un carattere eminentemente grafico, lo sfondo diventa spazio rarefatto in cui si librano armoniosi elementi filiformi, leggeri, un universo magico, trasparente, onirico, di marcato simbolismo allucinatorio.
Per tutta la sua vita opera a cavallo tra questo metafisico bisogno di astrazione e un mai dimenticato amore per la materia, seguendo una sua ricerca verso l’aspetto tattile dell’opera, risalente alla sua primitiva formazione.
Proprio il rapporto carnale e sensuale con la materia, il legame istintuale con la sua terra e il confronto con i modelli della primitiva tradizione artistica non solo spagnola sono gli elementi che Miró supera, senza dimenticarli, nel suo surrealismo fantastico intriso di lirismo perchè, afferma, “bisogna superare il dato plastico per giungere alla poesia” ed entrare nel mondo fiabesco dove il desiderio e la realtà si incontrano e si identificano.
Ed è questa la chiave per comprendere dipinti come Femme au clair de lune (1966) o Femme dans la rue (1973), straordinarie opere che ruotano attorno al mistero dell’esistenza e della natura, pervase da potenti principi energetici che ne determinano l’incessante divenire, nel quale è riposto il senso della vita.
Mirò si affida a colori accesi, a rossi violenti e blu intensi, alle geometrie di un io complesso in stretta connessione con il mondo circostante. Evidente è la sua fascinazione per la poesia e l’arte popolare, la pittura rupestre e le culture primitive. Potente è anche il riferimento ad Antoni Gaudí, nella frammentazione dell’immagine e nell’utilizzo delle tinte che sembrano espressione della Catalogna.
Il viaggio intimo dentro l’universo di Mirò prosegue evidenziando i suoi rapporti con la pittura astratta americana, con l’estetica e la filosofia orientale. Ovunque spunta un Mirò attento osservatore, autocritico e sperimentatore, che disegna con i pugni intervenendo sulla tela, che raccoglie e traspone nella dimensione poetica cartoline, sassi, conchiglie, ritagli di giornale su cui dipinge le sue visioni, che riduce i motivi iconografici per dare forma a stelle, nude linee femminili, figure falliche, personaggi ibridi tra uomo e uccelli, con occhi e teste.
Una sorta di compendio del suo percorso poetico sospeso tra il fascino del passato e la continua aspirazione del futuro, dove il mito si fonde con il gesto pittorico per dar vita alla seduzione dell’arte senza tempo di Joan Miró.