Di Paolo Repetto

 

Come alcune altre fiere di alto profilo internazionale, essa prende spunto dalla famosa Tefaf di Maastricht: la prima e più importante manifestazione che ha saputo coniugare l’arte antica e classica con l’arte moderna e contemporanea, ed il design. Il bello nelle sue più varie espressioni; la bellezza indagata ed esposta nelle sue vaste e variegate forme: dalla estrema eleganza ed essenzialità di un vaso cinese della dinastia Ming, ad un cromatico dipinto ad olio di Sam Francis; da una sontuosa collana di diamanti di De Beers, ad una incisione di Rembrandt; da un inimitabile mobile di Josef Hoffmann, ad una scultura di Melotti; da un mirabile torso ellenistico di marmo greco, ad un verticale dipinto di Nicolas De Stael. Nell’ampia sezione dedicata agli Old Masters, presenti molti grandi antiquari, Richard Green esponeva un mirabile olio di John Constable: il grande pittore inglese che, insieme a William Turner, tra la fine del settecento ed i primi decenni dell’800, ha scandagliato il paesaggio reinventandolo in una nuova forma di nuove luci e colori.
Soprattutto grazie a loro, prima del grande evento degli Impressionisti francesi – e quanto Monet, Daubigny, Sisley e Pissarro devono a questi geniali inglesi! – la pittura smise di essere epica, magniloquente, per diventare umile, evocativa; e abbandonando le rappresentazioni storiche, i gesti eroici, si trasformo’ lentamente in una elegia luminosa, un canto soffuso di grazia e di mistero, di polvere e di luce, in quel delicato tema naturalistico  che pervade  tutto l’Ottocento pittorico e sopratutto la cosiddetta scuola di Barbizon: da Millet a Daubigny, da Rousseau a Troyon, grandi pittori spesso presenti in notevoli manifestazioni come Masterpiece. Certo, in quegli anni, il pubblico ed i saloni ufficiali rimasero ancora per molti anni ancorati al quadro celebrativo, all’iconografia tradizionale; ma le autentiche opere di questi pittori, com’è noto, sono da ricercare nei bozzetti, nei lavori privati, nei quadri che non potevano essere esposti e che non vendevano – quegli stessi quadri oggi tanto rari, ma presenti e richiestissimi in queste nuove fiere.

 Il sigillo del nuovo nasce, come sempre, nell’anonimato dell’intimità. Come per i poeti, anche per i pittori il suggerire divenne molto più importante del dire, l’evocare molto più interessante dell’esporre, e le certezze di un mondo consolidato si sfaldarono nei dubbi eterni della coscienza. Questi pittori avevano abbandonato i musei per dipingere all’aria aperta, avevano superato le leggi dei padri: lo studio del disegno, la composizione delle ombre, i moduli e gli schemi della prospettiva, le gradazioni a tutto tondo, per rimescolare quei valori in un intarsio soggettivo di impressioni, di sensazioni, di luce. Tutti i presupposti teorici e formali erano banditi. Tutte le formule accademiche erano messe in discussione: ogni riferimento al passato era superato o almeno eluso: e il flusso della coscienza, il tremito dell’inconscio, ricostruivano una realtà personale ed improvvisa. Il diritto della libera forma aveva affermato la sua superiorità sui contenuti. L’intuito scavava le acque, il vento, il cielo. La linea della teoria e del sistema, che si compendiava nel disegno, si era spezzata in una costellazione di punti. Il centro definito delle cose si era mutato in una periferia invisibile. E la geometria mediterranea fece spazio a qualche barbarie nordica (Constable, Turner). 
Presenti in fiera alcuni splendidi Monet. E proprio questo grande pittore, nel settembre del 1870 aveva lasciato la sua famiglia a Le Havre e si era imbarcato per Londra, dove, grazie al gallerista Duran-Ruel, incontrò Daubigny e Pissarro. Insieme riscoprirono la grande lezione di Constable e di Turner: rimasero colpiti da quei colori esagitati che non formano la natura, ma formano se stessi; si entusiasmarono per quelle acque, quelle luci, quei tramonti, che sul riflesso delle luci si incendiano come carta. Videro le ali del vento, le crepe delle nuvole, lo specchio del mare: il diluvio del cielo, il riverbero delle nebbie, intuendo l’importanza straordinaria della coscienza, dell’intuito, del sogno, che come una mano magica puo’ rimodellare ogni cosa. Ed equilibrarono la loro preziosa tradizione, da Poussin a Corot, sul filo sospeso di quello spazio vertiginoso.
«Nel colore si trovano l’armonia, la melodia ed il contrappunto». «Si immagini un bello spazio di natura dove tutto verdeggi, rosseggi, in uno spolverio scintillante in piena libertà; dove tutte le cose, con diversi colori secondo la propria struttura molecolare, mutate di attimo in attimo allo spostarsi dell’ombra e della luce, e agitate dall’interno lavorio dell’energia calorica, si trovino in una vibrazione perenne, la quale fa tremare le linee e completa la legge del movimento eterno ed universale». «Questa grande sinfonia del giorno, che è l’eterna vibrazione della sinfonia di ieri, questa successione di melodie, dove la varietà sgorga sempre dall’infinito, questo inno complicato ha nome colore». (Baudelaire)