Il critico Jerry Saltz, dopo aver visitato le ultime gallerie aperte a Chelsea, a New York, poche e deserte, ha lasciato un’interessante testimonianza pubblicata sulla rivista Internazionale, in cui si legge tra l’altro: «ora le mostre sono chiuse come centinaia di altre ospitate presso gallerie e musei in tutto il mondo… Nessuno sa quali saranno i danni economici, o quali trasformazioni dovrà subire il mondo dell’arte. È un’infrastruttura complessa, composta da persone che svolgono mansioni a vari livelli, e che anche nei tempi migliori – a parte un gruppo ristretto – vivono in gran parte esistenze precarie perché dipendono dalla generosità di ricchi mecenati. Quando le gallerie riapriranno, le cose potrebbero tornare quasi alla normalità. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 il settore dell’arte ha conosciuto un boom, perché le disuguaglianze erano ulteriormente aumentate e chi aveva soldi da investire li metteva nell’arte, considerata un rifugio sicuro. Così i prezzi sono saliti alle stelle, nuove megagallerie sono spuntate come funghi. Ma forse stavolta neanche le megagallerie riusciranno a superare indenni la tempesta.

Intere scene artistiche minori potrebbe essere spazzate via. Comunque vada, molte persone che lavorano in questo settore perderanno il posto e l’assicurazione sanitaria. Se i collezionisti non comprano, la gente non vede le opere d’arte e le lezioni nelle scuole sono sospese, cosa succederà ai già fragili sistemi di supporto finanziario da cui gli artisti dipendono? L’arte continuerà a esistere: l’ha sempre fatto. Sappiamo solo che sarà tutto diverso. L’inimmaginabile è diventato realtà.

La questione è tutta qui. Il primo fondamento metafisico dell’arte è proprio quello che non è mai stato immaginato. Ecco perché posso dire, e so, che l’arte continuerà a esistere. Perché l’arte è un sistema operativo astratto avanzato, concepito per immaginare ciò che ancora non è stato visto, per cucire insieme la mente collettiva, uno strumento per inventare protocolli nuovi, per sperimentare l’estasi a partire dalla forma, per esplorare la coscienza, per disegnare una mappa della realtà, per creare costellazioni di comunicazioni silenziose che riecheggiano da un millennio all’altro. Cose che non cambiano mai, ma sono diverse per ciascun fruitore dell’arte, diverse ogni volta che guardiamo la stessa opera d’arte. Questo perché l’arte è la capacità di integrare l’inimmaginabile nel materiale. La creatività è una strategia di sopravvivenza. Sta, ed è sempre stata, in ogni cellula del nostro corpo.

Charles Darwin lo sapeva. È stato chiarissimo: chi sopravvive non è “il più forte o il più intelligente”. È tragico che si siano interpretate le sue parole in questo modo. In realtà Darwin ha detto che sopravvive “chi è più capace di adattarsi al cambiamento”. È proprio quello che fa l’arte, forse meglio di ogni altra cosa. È flessibile, adattabile, permeabile, affamata di cambiamento: altrimenti tutte le opere somiglierebbero ai geroglifici egizi, ai bassorilievi della Mesopotamia o alle Madonne di Raffaello. Questo è il motivo intrinseco per cui l’arte si modifica incessantemente. È addirittura possibile, credo, che l’arte ci usi per riprodursi ed evolversi.

Eppure negli ultimi decenni abbiamo visto tante persone demonizzare l’arte definendola frivola, fredda, gratuita, inutile, decadente. L’arte è anche tutte queste cose. E lo è sempre stata, perché queste cose fanno parte di ognuno di noi. Il piacere è una forma di conoscenza. Il decorativo è una forza creativa. E lo sono anche tutti gli altri valori giudicati superficiali. Dai primi braccialetti di perline creati nelle caverne alle asce di pietra dipinta del paleolitico fino alla Grande onda di Hokusai, così ornamentale, e all’arte che Matisse paragonava a “una buona poltrona”. Perfino il Saturno che divora i suoi figli è stato dipinto da Goya per decorare una sala da pranzo. Tutti questi oggetti sono forme di bellezza complesse. Nel libro Vermeer in Bosnia Lawrence Weschler scrive che il presidente del tribunale dell’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, Antonio Cassese, ogni tanto faceva una pausa dal lavoro per andare a contemplare due opere d’arte: la Ragazza con l’orecchino di perla e la Veduta di Delft di Vermeer. E non lo faceva semplicemente perché quelle opere erano “belle”, ma perché erano state “inventate per lenire il dolore” e irradiavano “un equilibrio, una pace, una serenità” che le rendeva “un balsamo per la psiche”. A questo punto potremmo chiederci: l’arte può cambiare il mondo? Se ci riferiamo a chi soffre o sta per soffrire, non possiamo non dire di no. E tuttavia l’arte cambia le vite, e le vite possono cambiare il mondo».

 

Hanno partecipato all’inchiesta:

  • Paolo Manazza (P.M.), Global Director WopArt, Lugano
  • Daniele Pescali (D.P.), Imago Art Gallery
  • Patrizia Cattaneo Moresi (P.C.M.), Direttrice Artrust
  • Saverio Repetto (S.R.), De Primi Fine Art
  • Stefano Cortesi (S.C.), Cortesi Gallery

Quali saranno nei prossimi mesi le probabili ripercussioni sul mondo dell’arte determinate dalla pandemia globale?

P.M.: «Credo assisteremo a un cambiamento epocale. Le mostre e le fiere non si potranno fare per un po’ di tempo se non in una misura “ridotta” ossia quasi “a chiamata”. Le aste online funzionano sempre di più ma per opere sino a un massimo valore intorno ai CHF 50.000. Il mercato per i primi dieci mesi di quest’anno, sarà fermo o quasi. Certo subito dopo assisteremo a una riapertura con tanta energia e voglia di acquisti. Ma quanto ci è successo indurrà a un ripensamento generale su un mercato che negli ultimi anni è stato troppo speculativo e in balia di persone rozze e ignoranti, interessate soltanto al denaro. La qualità dei lavori tornerà gradualmente a farla da padrona. E per noi organizzatori di WopArt che abbiamo sempre puntato a un mix di opere coltissime e nello stesso tempo accessibili (come quelle eseguite su carta) non potrà che essere un’occasione di gioia. Ora però è ancora il tempo della paura e del cordoglio».

D.P.: «Ancor prima di tentare di dare una risposta alla domanda, riteniamo doveroso fare una premessa, ovvero di quanto la situazione che tutti stiamo vivendo, conseguenza dell’emergenza sanitaria COVID-19 in atto, riesca ad offuscare forse come mai prima d’ora la capacità oggettiva di fornire previsioni concrete ed affidabili, in un mondo dove la massiccia interconnessione globale assume adesso la veste duale di strumento di protezione e veicolo di contagio in ogni campo. È un fatto che già prima della pandemia alcune dinamiche legate al mercato dell’arte risultassero di difficile lettura e comprensione, e questo sia da un punto di vista puramente artistico-concettuale, sia per la controparte economica del settore, basti pensare ad operazioni estreme come la “banana di Cattelan” o l’aggiudicazione del “Salvador Mundi”. Per quanto concerne la domanda, come già accaduto ciclicamente in momenti storici antecedenti, potrebbe verificarsi uno scenario di radicalizzazione del mercato, ovvero potremmo assistere da un lato a massicce operazioni di investimento nel settore dell’arte storica (i cosiddetti “titoli stabili” o “beni rifugio”) e questo come conseguenza logica delle forti instabilità dei mercati finanziari, e parallelamente dall’altro ad un fisiologico calo della domanda legata al comparto contemporaneo. Riteniamo tuttavia che questo aspetto coinvolga gli aspetti meramente economico-finanziari e non quelli più puramente creativi, per i quali la concatenazione spesso drammatica degli eventi attuali, le immagini forti trasmesse ogni giorno dai media, ed il domino di conseguenze sociali a cui ogni giorno assistiamo, rappresenti de facto un terreno estremamente fertile sul quale molti artisti saranno chiamati a riflettere in futuro».

P.C.M.: «Questa pandemia ci tocca tutti. Coinvolge prima di tutto le nostre esistenze e avrà, anzi sta già avendo, ripercussioni su tutti i mercati e settori. Il mondo dell’arte non è ovviamente immune a tutto questo. Una recessione è non solo prevedibile, ma già in atto: pensiamo a quante fiere, cene, inaugurazioni siano già state annullate o rinviate, e quante ancora potranno esserlo in futuro. Fino ad oggi, erano questi eventi il fulcro attorno al quale ruotavano la maggior parte delle compravendite. Oggi non è così, ma penso che anche un domani, quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata, tante cose saranno completamente diverse. Anche per il mondo dell’arte assisteremo a un prima e a un dopo, che avrà anche dei lati positivi: probabilmente verranno meno alcuni aspetti più “mondani” o non essenziali, e torneremo a concentrarci sull’arte. Tuttavia, c’è anche un’altra faccia della medaglia. Storicamente nei momenti di crisi l’arte torna ad essere un bene rifugio (lo abbiamo visto anche nella crisi del 2008/2009). Assisteremo probabilmente a un deprezzamento di alcune opere, perché chi avrà bisogno di liquidità cercherà di vendere anche a prezzi più bassi: per chi acquista, quindi, potrebbe essere un periodo favorevole per concludere acquisizioni a prezzi vantaggiosi».

S.R.: «Secondo me, dipenderanno molto dai tempi della pandemia. Se, come sembra possibile, entro il prossimo autunno si troverà già una cura certa e, poco dopo, inizio 2021, un vaccino, le ripercussioni sul mondo dell’arte, come in tutti gli altri settori, non saranno devastanti. Di fronte a quello che è successo, fino ad oggi, ci sarà sicuramente un rallentamento delle vendite e probabilmente una flessione dei prezzi, soprattutto di quegli autori meno storicizzati e più pompati da un marketing non sempre cristallino. Comunque, personalmente, non prevedo ripercussioni troppo pesanti e drammatiche; è fisiologico, ogni crisi è seguita da un grande ripresa; in ogni caso, prevedo una forte pausa e un rallentamento».

S.C.: «Il 2020 è e sarà un anno negativo per tutto il mercato dell’arte, come per gran parte dell’economia. È in corso una importante contrazione dei volumi e il lockdown ha imposto la chiusura delle gallerie, la cancellazione delle fiere, la riduzione delle aste a quelle esclusivamente on line di minore importanza.  Le stesse vendite on line sono ostacolate dalle limitazioni alla logistica e alle spedizioni, nonché al lavoro dei conservatori e dei centri di restauro. Si può dunque ipotizzare un ritorno alla normalità solo a settembre, senz’altro nelle gallerie, in modo sufficiente nelle case d’asta, più problematico nelle fiere che probabilmente dovranno essere locali e ad accesso ridotto. Certamente la voglia di arte e la ricerca di beni rifugio potrà darci un 2021 in forte ripresa».

Come vi preparate ad affrontare la prossima riapertura e soprattutto quali trasformazioni vi attendete nelle modalità di fruizione degli spazi espositivi?

P:M.: «Dopo lunghe riflessioni e riunioni noi di WopArt abbiamo deciso di posticipare la data dell’edizione 2020 da fine settembre, al 27-29 novembre. La scelta di posticipare la manifestazione fieristica è nata dall’esigenza di tutelare al meglio la salute dei nostri visitatori, espositori, collezionisti e cittadini, in relazione all’emergenza sanitaria in atto. Settembre, inoltre, ci è parso un mese caratterizzato da una cospicua, e forse eccessiva, presenza di appuntamenti ed eventi espositivi e fieristici. Mentre noi siamo mossi dalla volontà di offrire, quanto più possibile, l’opportunità ai nostri espositori e collezionisti di operare nella massima tranquillità. Siamo certi che dopo questa terribile esperienza che stiamo vivendo, un nuovo e più consapevole amore per l’arte, anche come forma di investimento alternativo, contribuirà a sviluppare ulteriormente e accrescere il nostro mercato di riferimento e il numero di collezionisti e appassionati sempre più interessati al mondo dei Works on Paper».

D.P.: «Affrontare la fase di riapertura sarà un processo estremamente delicato, non privo di ostacoli ed incertezze, e dovrà essere gestito con enorme attenzione da parte di ciascuno di noi in ogni ambito. La particolarità della fruizione dell’arte e dei luoghi ad essa dedicati poggia il suo stesso essere su due aspetti contrapposti quali la socialità e l’intimità, il fare evento e la contemplazione individuale. Indubbiamente saremo chiamati a limitare temporaneamente il primo di questi due aspetti, in ottemperanza alle norme di distanziamento sociale, ma di contrappunto questo potrebbe aprire scenari inaspettati, e portare ad una forma di socialità “2.0”, diversa da quella che conosciamo nelle caotiche serate inaugurali, più raffinata e rispettosa del rapporto interiore che si instaura tra opera d’arte e fruitore».

P.C.M.: «Non ci stiamo al momento preparando ad alcuna prossima riapertura, anche perché lo sviluppo della situazione è ancora molto incerto. Considerato poi l’approssimarsi del periodo estivo, attenderemo probabilmente l’autunno per capire come possiamo riaprire in sicurezza. Sicuramente ridurremo gli ingressi, rispetteremo il distanziamento e metteremo in atto tutti gli accorgimenti del caso. Tuttavia questa pandemia avrà ripercussioni anche sulla nostra psiche e sui nostri modi di approccio alle altre persone. È molto probabile che non faremo eventi ed inaugurazioni come in passato e privilegeremo incontri a tu per tu con i collezionisti, cosa che comunque abbiamo sempre portato avanti. In attesa di capire come potremo muoverci, in questa fase cerchiamo di stare vicino ai nostri artisti, supportandoli come possiamo: ritengo che sia uno nostri compiti principali nel ruolo di galleria».

S.R.: «Ci prepariamo con pazienza, vigili e attenti. Valutando mostre e fiere future che potremo fare.  In riferimento agli spazi espositivi e la loro fruizione, ripeto, finché non sarà ufficializzata una cura certa e poi un vaccino, tutto sarà come in pausa – fiere e mostre rinviate – in un paesaggio calmo e rarefatto».

S.C.: «Confidiamo di riaprire gli spazi di Lugano e Milano da metà maggio e ci organizzeremo seguendo le disposizioni delle autorità e le regole igieniche e di buon senso che già abbiamo adottato. La ripresa sarà graduale e quindi le mostre che erano in programma in primavera saranno riposizionate da settembre.  Dato che la riduzione di spazi aperti al pubblico sarà probabilmente condizionata per un lungo periodo, abbiamo accelerato la decisione di mantenere un solo ufficio a Londra, scelta che era già in programma per effetto della Brexit».

La situazione in atto potrà accelerare ancor più i processi di digitalizzazione in atto nella gestione di una galleria o di un museo d’arte?

P:M.: «Certo l’esperienza digitale uscirà enormemente rafforzata da questo terribile periodo in corso. Lo stesso ArtsLife, il quotidiano di arte e cultura che ho fondato nel 2008, ha subìto un’accelerazione pazzesca in questi giorni. Pensi che in piena crisi, ai primi di marzo, abbiamo dovuto triplicare i server poiché non riuscivamo più a gestire il flusso di visitatori. Oggi contiamo tra 25 e 32 mila di visitatori unici al giorno. Abbiamo molti più lettori noi di tantissimi quotidiani cartacei. Ma io credo che la vendita di un’opera d’arte o anche soltanto la sua fruizione non potranno mai rinunciare a un rapporto diretto. Sono convinto che da questa pandemia e dalle costrizioni subite all’isolamento ne uscirà una nuova coscienza. La consapevolezza che l’iper velocità di ieri lascerà il posto a una nuova “lentezza” volta ad approfondire i rapporti umani. Ci saranno insomma forse meno relazioni interpersonali, ma molto più vere».

D.P.: «Rispondere a questa domanda è come rigirarsi tra le dita una moneta… si tratta di toccare due aspetti di una stessa medaglia. Ovviamente l’impiego delle tecnologie digitali correlate alla gestione e promozione di spazi espositivi, gallerie o musei, assumerà un ruolo sempre più importante, basti pensare ai tutti quegli esempi di visite guidate on-line, o di tour virtuali alcuni dei quali disponibili in realtà aumentate o ambienti interattivi tridimensionali. Noi stessi abbiamo concepito ed allestito sale immersive ed interattive all’interno di alcuni dei nostri progetti espositivi, consapevoli che la diffusione su ampia scala, e la crescente fruibilità di questi mezzi, amplierà sicuramente la platea di possibili visitatori».

P.C.M.: «Si è cosi, però è triste. Mi spiego: l’emergenza ha costretto tutti a lanciarsi nel digitale, anche chi fino a quel momento non lo aveva mai considerato. Ne sono nate soluzioni fatte in fretta e furia, abbozzate e non sempre di qualità. È quello che succede quando si fanno le cose per necessità e non per scelta. Noi sin dal 2013 abbiamo capito che la componente digitale fosse importante per il mondo dell’arte, per cui in questo periodo non abbiamo dovuto accelerare questo processo. Anzi, abbiamo attinto al lavoro e agli sforzi fatti in questi anni, penso ai virtual tour delle nostre mostre. Il mio auspicio è che questo spostamento verso il digitale non sia un cerotto per tamponare l’emergenza ma se ne capisca l’importanza, che non è quella di sostituirsi a una fruizione dal vivo dell’arte, ma incentivarla cercando di raggiungere il pubblico più vasto e in particolar modo le nuove generazioni».

S.R.: «Credo proprio di sì. Credo che questa grande crisi, di dimensioni epocali e globale, agirà come un positivo catalizzatore per la reazione verso una sempre maggiore digitalizzazione delle gallerie e dei musei. Tuttavia, le opere d’arte dovranno sempre essere viste dal vivo, toccate. Così come anche i rapporti umani ed interpersonali non potranno mai fare a meno di un contatto diretto. In una parola, vedo la digitalizzazione come un aiuto anche notevole, come primo contatto, un aiuto che mai potrà sostituire completamente il mondo reale».

S.C.: «Il lockdown ha accelerato il processo di digitalizzazione che avevamo già avviato. Dai primi di aprile abbiamo ampliato e meglio qualificato la nostra piattaforma online, avviando le sezioni “Viewing room” per mostre a tema, “Speaking of” con interviste ad artisti, “Focus” con presentazione di opere particolarmente importanti. Va comunque chiarito che i sistemi di vendita esclusivamente on line funzionano per oggetti quali prints, foto, multipli seriali, oppure opere di valore contenuto. L’aspetto emozionale, fisico, di confronto interpersonale non è sostituibile da un’immagine virtuale anche se di altissima qualità. Ciò è ancora più vero per quanto riguarda i musei dove ci si trova di fronte ad autentici capolavori della storia dell’arte».

Come giudica e cosa si attende dalla diffusione dell’arte virtuale?

P:M.: «Se non sarà di qualità niente di buono. Come per quella reale».

D.P.: «La fascinazione di certi mezzi non deve trasformarsi in una sorta di “profilattico emozional-millenaristico”, e riteniamo che l’arte non possa prescindere totalmente dalla presenza fisica e dalle emozioni che un contatto diretto tra Opera e Persona è e sarà in grado di offrire».

P.C.M.: «Se parliamo di arte che usa il digitale e la tecnologia come forma di espressione, penso che siamo ancora in una fase in cui il pubblico è troppo acerbo per apprezzarla. È fin troppo “contemporanea” per essere compresa a fondo (ma del resto la stessa sorte era toccata ai primi impressionisti, non è una novità nella storia dell’arte).

Credo tuttavia che nei prossimi decenni, tra cinquanta o cento anni, questo periodo sarà ricordato in due modi: da un lato come l’epoca dell’evoluzione digitale anche nel mondo dell’arte, dall’altro come l’epoca dell’arte urbana. In questo periodo di musei e gallerie chiuse, infatti, la Street Art e l’arte virtuale, pur così distanti, sono paradossalmente le uniche espressioni ancora visibili da tutti».

S.R. «Positivamente. Sarà un enorme circuito che potrà aiutare tantissime persone ad avvicinarsi al mondo dell’arte, con grande facilità e velocità. Ma, ripeto, il virtuale è una sorta di protesi, che mai potrà completamente soppiantare il mondo concreto».

S.C. «Le tecnologie attuali non aggiungono nulla ad una immagine o a un video di qualità pubblicato sui social media, ma che ovviamente non è arte. Pensiamo all’avvento della video art che negli anni ’70 era diventata molto popolare ed innovativa. Anche se in seguito è stata sviluppata da importanti artisti, mi chiedo che cosa ne rimane oggi, chi ne fruisce e in che modo può coinvolgere emotivamente lo spettatore. La visita virtuale potrà invece essere sempre meglio utilizzata sotto l’aspetto didattico».