Nato nel 1958, Maurizio Donzelli vive e lavora a Brescia dove ha insegnato per sette anni Teoria della Percezione e Psicologia del Colore all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia.
La sua produzione abbraccia disegni, dipinti, tessuti, sculture e installazioni attraverso le quali cerca il punto di incontro tra il mondo reale, la sua percezione e le sue rappresentazioni artistiche.
Il suo approccio alla realizzazione dell’opera d’arte è radicato in considerazioni filosofiche sulla natura della percezione, e su come i fenomeni visivi, come il colore, le immagini e l’arte stessa, influenzano il modo in cui vediamo e comprendiamo la realtà. Egli considera dunque il disegno sia una ricerca intellettuale, che tecnica e il suo lavoro presenta anche specchi, che vede come simboli del processo di percezione; con la loro capacità simultanea di riflettere e distorcere, rispecchiano anche la nostra comprensione variabile e inevitabilmente inesatta del mondo circostante.
Fondamentale è in ogni caso il coinvolgimento del pubblico, invitato alla contemplazione di un potenziale infinito di rimandi e latenze che affondano nelle dinamiche del tempo e della storia e spaziano in geografie anche tra loro distanti.
La mostra è curata da Ilaria Bignotti e nell’arco di due anni intende coinvolgere diverse istituzioni private e pubbliche. Lo scopo di questo progetto è, infatti, quello di creare diverse mostre, ognuna delle quali è intesa come percorso autonomo intrecciato alla ricerca estetica di Maurizio Donzelli.
Queste esposizioni saranno il risultato di dialoghi e visioni condivise tra l’artista e altre figure di spicco, che contribuiranno a consentire a Donzelli di esprimere la sua arte, concepita come una costante ricerca sull’immagine e sulla visione.
Nel corso di un’intervista con Ilaria Bignotti, tenutasi nell’aprile 2020, i cicli di opere più importanti di Donzelli, quali i Mirrors, i Disegni del Quasi, gli Arazzi, ma anche i più recenti Monocromi oro e argento, sono riletti dall’artista riflettendo sull’attuale situazione storica: l’attesa, la sospensione, il desiderio, il rapporto tra vedere e non vedere, pensare e fare, reale e virtuale.
Maurizio Donzelli sottolinea il grande incoraggiamento e il buon supporto di Cortesi Gallery «per realizzare un progetto complesso e ambizioso. Il percorso che abbiamo costruito non vuole semplicemente essere quello di “tot mostre in tot spazi pubblici e privati”. Ho esposto già in tanti musei, ho avuto l’onore e la responsabilità, anche, di avere costruito percorsi espositivi con curatori attenti e galleristi sensibili…quello che sento è la necessità di costruire, dopo oltre trent’anni di lavoro, un pensiero profondo sul perché della mia indagine, che ovviamente tenga conto della visione di amici curatori e critici, oltre che di contributi anche inediti rispetto alle mie precedenti esperienze, che possano essere stimolo di un’indagine interdisciplinare di filosofi, semiotici, antropologi. Sono pensatori cui io stesso attingo nelle mie letture, e che ora sento il bisogno di invitare a parlare, cercando in loro altre risposte e altre domande, chiedendo loro di farmi vedere ciò che non vedo solitamente, o che io stesso nascondo forse nel mio fare. Per questo ogni mostra è pensata come un passaggio, un attraversamento, una soglia aperta verso un pensare autonomo eppure intrecciato con la mia indagine estetica».
La ricerca artistica di Maurizio Donzelli lavora molto sul rapporto tra ciò che si vede e ciò che si può immaginare: «in un momento come questo dove siamo obbligati ad affacciarci solo dalla finestra, è importante capire che, se da reclusi quali siamo ci sembra obbligatorio affacciarci “da dentro verso fuori”, è anche necessario provare ad affacciarci dall’esterno della finestra verso l’interno della casa che abitiamo. In genere, e in maniera più o meno cosciente, gli artisti hanno sempre provato a fare questo esercizio, anche arrischiandosi, perché questo è un esercizio che può anche costare caro, considerando lo sfondo del problema, ovvero che la ragione è sempre contraria alle logiche dell’immaginazione. Estremizzando dobbiamo ammettere che il processo artistico e il suo conseguente risultato non appartengono al mondo della ragione. La componente profonda e inesprimibile dell’umano è molto più vasta e determinante rispetto a quello che crediamo di dominare con la ragione. Ogni opera è infatti una continua oscillazione di significato, lo deve essere programmaticamente».