Francese, classe 1971, Gaël Davrinche si è diplomato in pittura all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi. Davrinche è un pittore prolifico ed eclettico, riconosciuto a livello internazionale, con una carriera fitta di mostre personali in Francia, Belgio, Svizzera, Italia, Canada e in Cina. Le sue opere sono state acquisite dal Musée Ingres di Montauban, dal FRAC e dalla Fondation Salomon pour l’art contemporain. Tra le sue mostre più recenti, Défigure(s) alla Fondation Ecureuil di Tolosa, Memento Mori alla Ego Gallery di Lugano e Insight, alla galleria Magda Danysz di Shanghai.
Una marcata dicotomia invade la sua intera produzione: senso dell’umorismo e solennità, tratto istintuale e descrizione meticolosa, citazionismo storico-artistico e narrazione del contemporaneo. Come nasce questo suo marcato interesse per le grandi opere d’arte, soprattutto ritratti, dipinte dai Maestri del passato?
«Dall’inizio del nuovo millennio ho iniziato a riappropriarmi della storia dell’arte, unendo un tocco d’ironia a questa interessante ricerca. Da Leonardo a Raffaello, da Van Eyck a Dürer, sono molteplici le opere dei grandi Maestri del passato che ho intimamente scoperchiato, studiato, decostruito, scomposto e indagato, facendole proprie e reinterpretandole poi in chiave contemporanea. Questi dipinti desiderano soprattutto offrire degli spunti di natura visiva sulla ciclicità dell’arte e in particolare sugli uomini e le donne che l’hanno vissuta e che in virtù della loro forte personalità, hanno fatto parlare di sé e continueranno a farlo, adesso come allora. Una relazione, quella con i grandi maestri, che consiste anche nell’appropriazione e nel missaggio di opere celebri attraverso gli occhi giocosi e arguti di un bambino».
Le sue opere percorrono in ogni caso una vorticosa varietà di stili, tecniche e soggetti affrontati quasi senza un ordine prestabilito: dalle tele e dalle carte della serie Kalashnikov, pregne di una gestualità violenta, ai sorprendenti grandi ritratti iperrealisti, dove la sua maestria raggiunge la sua più alta espressione.
«Nella serie Kalashnikov ho voluto decostruire volti umani indicando come il nostro sguardo e la nostra comprensione non devono esseri distolti dall’apparenza. Sotto quel guscio dalla forma umana potrebbe essere celata la bestia più feroce, in attesa di opportunità per divorare la razionalità della natura umana. In questi ritratti espressionisti, la ferocia delle pennellate tende dunque a dissolvere le forme e renderle quasi mentali. Gli sguardi persi nel tempo sono invece il leitmotiv dei miei ritratti iperrealisti. Donne e uomini fieri, composti, rivelano il mio interesse per l’umanità. L’individuo e il suo ruolo, il suo atteggiamento, si figurano e si sintetizzano in attributi solo apparentemente incongrui, ma che hanno la funzione simbolica di illuminare l’attività del personaggio, il suo rapporto con il mondo e con gli altri, le aspirazioni e le contraddizioni. Così i ritratti sono disseminati da oggetti che esprimono la dualità tra essere e apparire. Ho cercato di inserire l’elemento dell’ironia in questa celebrazione della dignità che resta sospesa tra sarcasmo e serietà. Si tratta di una serie di dipinti di grande formato che mostrano l’incarnazione dell’arte classica e del Rinascimento al punto da rievocare la Ragazza con ermellino di Leonardo da Vinci, per esempio, o L’uomo in turbante di Jan Van Eyck».
Questo particolare dialogo che lei stabilisce con grandi opere d’arte del passato è stato oggetto anche di un’interessante esposizione a Lugano…
«Aion Art Space ed Ego Gallery hanno dato vita a Lugano ad un dialogo immaginario, due Papi e due artisti. Ho così avuto modo di stabilire un rapporto con Tiziano Vecellio, uno dei maestri dell’arte del XVI secolo, confrontando due personalità concrete, dal carattere forte, dai tratti espressivi e dall’importanza strategica per quello che riguarda la nuova Italia e la nuova Europa del Rinascimento: due papi con molto in comune. Il Ritratto di Paolo III Farnese è uno dei dipinti più famosi di Tiziano e se ne conoscono diverse versioni, sia autografe che eseguite con l’aiuto della bottega. Il mio lavoro è invece ispirato a Giulio II, dipinto da Raffaello Sanzio all’inizio del ‘500. Un papa guerriero, i cui occhi sono qui quasi completamente coperti dal copricapo, in cui il portamento è dimesso, affaticato e sofferente e i cui unici dettagli nitidi e definiti sono gli anelli che porta alle dita. Il contrario di quanto tentò invece di fare Raffaello, che doveva sostenere l’immagine pubblica di un papa dal carattere così controverso. La mostra era completata da altri mie quadri, come Marguerite nelle due versioni in blu e in bianco, dipinti liberamente ispirati a Velazquez, ma dove la principessa sembra galleggiare e lentamente diluirsi nel tempo».
Accanto ai suoi celebri ritratti, lei ha dipinto un’originale serie di fiori raccolti sotto il titolo di “Memento Mori”. Che significato hanno questi lavori nel suo percorso artistico?
«Con “Memento Mori” ho voluto rappresentare i fiori che si dissolvono, che stanno morendo, lasciando spazio per un nuovo seme. Ho cercato di cogliere e fissare il momento in cui la bellezza della natura ci ricorda l’insignificanza e la caducità della nostra vita. Questi fiori (tulipani, anemoni, gigli) che sembrano lottare contro il tempo nell’ultima fase della loro vita appena prima della caduta dei petali. La pioggia nera sul fondo grava su queste allegorie del tempo che passa, delle vanità che incoraggiano a vivere il presente con intensità fino allo svanire della bellezza. Mementomori è la struggente dedica all’impermanenza di tutte le cose. Lo sguardo del bambino è sostituito infine dalla consapevolezza dell’adulto, che invoca il rispetto dell’ambiente, e la responsabilità dell’uomo sul valore del tempo».
In sintesi, che cosa rappresenta la pittura per Gaël Davrinche?
«Questa domanda mi permette di dire che tutta la mia pittura si accompagna ad un lungo percorso di ricerca e di crescita personale, l’esito di un processo lungo e complesso, che, prima di arrivare all’autorappresentazione compiuta e dichiarata, passa attraverso una fase in cui le sembianze dell’artista non sono immediatamente riconoscibili, né immediatamente proposte come proprie. Nei miei dipinti prendono una prima forma e i miei drammi interiori e i miei blocchi psicologici, che grazie all’espressione pittorica, riesco a rielaborare e sciogliere anche, ma non solo, nella forma compiuta dell’autorappresentazione. In questo modo, cerco di dare forma poetica all’angoscia che segna la vita di ogni uomo ed è grazie all’affermazione nel campo della pittura che trovo modo di dare piena e compiuta espressione alla mia identità».