L’indagine ha interessato tutte le categorie di appartenenti al mondo artistico-culturale, ovvero musei pubblici e privati, case d’asta, gallerie d’arte, collezionisti, dealers e art advisor, fruitori e appassionati, artisti e imprese che operano sia in ambito legale e fiscale sia in applicazioni tecnologiche per l’arte.
Incertezza e flessibilità sono state le due costanti, indissolubilmente legate, di un mercato dell’arte nel 2020 che ha necessariamente incrementato la propria propensione al rischio, all’innovazione e alla sperimentazione per sopravvivere. Da un lato, infatti, l’incertezza derivante dall’imprevedibilità degli eventi e da un contesto globale in continua evoluzione come conseguenza della crisi economica e sociale internazionale ha messo a dura prova sia gli operatori del settore artistico, sia i collezionisti, gli esperti o i semplici appassionati d’arte, abituati a fare parte di un mondo fondato sull’esperienza “in presenza”. Dall’altro lato, la flessibilità, intesa come capacità di adattamento di un mercato alle inedite sfide poste dalla pandemia, è stato l’altro elemento di sintesi che ha caratterizzato il 2020. La flessibilità è stata dimostrata certamente sul lato dell’offerta, con operatori e professionisti del settore impegnati a cercare sempre nuove soluzioni per tenere vivo il mercato, affidandosi alle piattaforme virtuali, per mantenere l’attenzione di collezionisti e investitori; ma anche sul lato della domanda, con collezionisti e appassionati disposti ad adattarsi e a volte a “cedere” ai compromessi dell’online, pur di mantenersi attivi nella ricerca e nell’acquisto di beni da collezione.
La pandemia ha colpito tutte le categorie di stakeholder del settore: dagli artisti, alle gallerie, dalle case d’asta, ai musei, fiere d’arte ed altri enti espositivi, ovvero tutti i principali attori di un mondo tradizionalmente resistente al cambiamento, che si è scoperto di colpo vulnerabile. Una resistenza che in passato aveva già comportato il consolidamento di “prassi” peculiari, uniche e talvolta obsolete, se comparate con le dinamiche di molti altri mercati dell’economia globale.
Il mondo dell’arte, che fino agli inizi del 2020 si basava su un fittissimo calendario di appuntamenti che spingevano collezionisti e appassionati di tutto il mondo a viaggiare da una parte all’altra del globo per prendere parte a fiere, mostre e aste di caratura internazionale, nel frenetico desiderio di “esserci”, è stato così messo completamente in pausa dalla pandemia, che ha, inevitabilmente, rimesso tutto in discussione.
La forza e l’interesse dei collezionisti hanno consentito, soprattutto a partire dal secondo semestre del 2020, di ridare linfa vitale a un mercato inizialmente messo in totale stand-by dall’avvento della pandemia. La riduzione dei volumi d’affari, rispetto al 2019, delle aste è stata determinata dalla scarsa propensione dei collezionisti a mettere in vendita lotti di elevata qualità in periodi di crisi. Nonostante la sospensione di molti appuntamenti in calendario, le piattaforme virtuali hanno rivestito e tuttora rivestono un ruolo importante nel tenere vivo il mercato, rivelandosi tuttavia solo parzialmente in grado di sostenerlo, data l’impossibilità di prendere parte fisicamente ai principali appuntamenti dedicati all’arte e ai beni da collezione. È divenuto dunque presto chiaro che la componente fisica nell’esperienza artistica e culturale, ivi inclusa la partecipazione a mostre, fiere e aste di settore, sia fondamentale e spesso imprescindibile. La pandemia ha tuttavia generato una nuova percezione dei canali digitali, che continueranno a rappresentare efficaci punti di contatto tra operatori, collezionisti, appassionati e semplici curiosi.
Si segnala infine che alcune incognite di carattere politico, tra cui in particolare la Brexit, hanno avuto anch’esse la loro influenza sul mercato, già largamente impattato dalla pandemia. Si rafforza e si riconferma infatti la tesi di una futura crescita dell’importanza della piazza di Parigi per il mercato delle aste a livello internazionale, a seguito dell’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione Europea.
Hanno partecipato all’inchiesta:
- Tobia Bezzola (T.B.), Diretto MASI
- Daniele Pescali (D.P), IMAGO Art Gallery
- Stefano Cortesi (S.C.), Cortesi Gallery
- Daniele Agostini (D.AG.), Galleria Daniele Agostini
- Patrizia Cattaneo (P.C.), Direttrice di Artrust
- Dalmazio Ambrosioni (D.A.), giornalista, critico e curatore d’arte
Per sua diretta esperienza e per quanto attiene al suo settore o attività, quale è stata la fruizione dell’arte durante i mesi della pandemia?
T.B.: «Durante i mesi della pandemia la fruizione dell’arte è continuata senza interruzioni ma attraverso canali differenti da quelli istituzionali, molti visitatori hanno deciso di continuare a seguire il MASI in modo virtuale».
D.P.: «Certamente il modo di fruire l’arte è cambiato, anche grazie a un uso sempre più specifico e avanzato della tecnologia, che ha permesso agli appassionati e ai collezionisti di godere dell’arte e spesso anche di acquistarla online. Tuttavia, nei periodi di maggiore flessibilità dalle restrizioni abbiamo notato che c’è una gran voglia di vedere l’arte dal vivo e di tornare a fruirne nelle modalità che tutti ricordiamo. In galleria sono molti i visitatori felici di poter fronteggiare e percepire la materialità di un’opera d’arte».
S.C.: «Durante la pandemia la fruizione dell’arte è stata in sensibile calo. Le restrizioni su aperture delle locations, di accesso e partecipazioni a eventi, di spostamento tra regioni e nazioni hanno inevitabilmente portato ad una forte contrazione del rapporto con il mondo dell’arte. Solo in parte sostituito da una crescita della trasmissione di informazioni ed immagini digitali. Dal punto di vista dei programmi, tutto è stato ovviamente modificato, le grandi mostre monografiche che erano organizzate da tempo, sono state cancellate a favore di esposizioni collettive che davano la possibilità di arrivare ad un maggior numero di collezionisti».
D.AG.: «Essendo in primo luogo un appassionato d’arte, devo riconoscere che durante i lockdown, rallentando i normali ritmi della mia quotidianità, ho potuto dedicarmi alla contemplazione della mia collezione con uno sguardo via via più consapevole. Questa fortuna, inoltre, si è dimostrata molto importante perché mi ha consentito, anche all’interno delle mura domestiche, di trovare delle parentesi di gioia in un periodo complesso. Per quanto concerne la mia attività di giovane gallerista, durante i mesi di riapertura post-lockdown, ho riscontrato un positivo incremento del pubblico dovuto in buona parte alla massiccia presenza di turismo interno».
P.C.: «Durante i mesi di chiusura, ovviamente, l’unica modalità possibile è stata quella online e virtuale, ma chiaramente tutte queste soluzioni alternative non hanno potuto sopperire alla fruizione dal vivo dell’opera d’arte, che resta in questo senso insostituibile: non è possibile, infatti, paragonare la visione di un’opera a distanza su uno schermo bidimensionale, rispetto alla relazione che si instaura tra chi guarda e l’opera stessa, tra due corpi inseriti in uno spazio che dialogano tra loro.
Detto questo, se parliamo di mercato dell’arte, la fruizione online ha permesso al settore di restare in piedi, generando tuttavia una forte polarizzazione. I grandi player che erano già attivi online – i grandi marketplace dell’e-commerce artistico per esempio – sono cresciuti a dismisura, mentre chi non era pronto ha dovuto adattarsi a soluzioni spesso improvvisate, nella maggior parte dei casi arenandosi con scarsi risultati».
D.A.: «La reazione iniziale dei mass media (radio comprese, più vivaci le TV) e del mondo della critica è stata di vuoto e perplessità. Abituati alla sovrabbondanza di proposte e a reagire secondo criteri tradizionali, sono stati sorpresi dalla nuova situazione. In pratica pensando “aspettiamo che passi, tornerà la normalità”, hanno tacitamente rilanciato la palla nel campo delle istituzioni culturali, mancando di capire e far capire i movimenti in atto.
Più reattivo è stato il mondo dell’online, consapevole che quella situazione d’incertezza poteva offrire opportunità nuove sul piano creativo. Si è sentito svincolato dall’obbligo di limitarsi a seguire e comunicare gli eventi, e abilitato a finalmente diventare attore e “luogo” di creazione, di ricerca e invenzione. Alcuni, pochi critici e curatori hanno capito questa rivoluzione e ne sono diventati parte, accentuando l’attenzione ai nuovi media, alla creatività femminile, dei giovani… I mass media, dopo l’interruzione dovuta alla pandemia, sono invece ripartiti sulla strada della tradizione».
Quali strategie, canali, nuove modalità di comunicazione si sono rivelati maggiormente efficaci per affrontare i mesi di sospensione di attività in presenza?
T.B.: «Al MASI il calendario espositivo viene deciso con alcuni anni d’anticipo e questo ha spinto tutto il team del museo a trovare nuovi modi di comunicare e avvicinare (virtualmente) il pubblico al Museo. Per ogni mostra effettuiamo scansioni 3D dello spazio espositivo, tutti questi dati sono stati raccolti e riproposti come Digital Museum sul nostro sito web. L’installazione di Nora Turato è stata pensata in modo tale da consentire ai nostri visitatori di usufruire dell’arte senza dover accedere allo spazio museale durante le settimane di chiusura imposte dal governo (dicembre 2020 – marzo 2021), e vorrei citare anche la mostra di Silvano Repetto che è stata proposta interamente in formato digitale. Grazie alle nuove tecnologie siamo riusciti ad adattare la nostra offerta espositiva».
D.P.: «Come per tutti i settori, anche per quello dell’arte il fulcro dell’attività di comunicazione durante la pandemia è legato all’incremento del digitale, dai canali più tradizionali quali il contatto con i collezionisti via mail e newsletter, sino a quelli più innovativi come l’accrescimento di utilizzo delle piattaforme specializzate in tutte le loro sfaccettature: Online Viewing Rooms, 3D Tours di mostre presenti in galleria e informazioni specifiche su artisti e opere. Inutile sottolineare anche l’importanza dei social network, divenuti ormai canale preferenziale per il racconto di qualsiasi realtà: così è anche per il mondo dell’arte».
S.C.: «Le piattaforme di vendita come ad esempio Artsy, così come il settore delle fiere d’arte online, hanno avuto una grande importanza sia a livello commerciale che di connessione, permettendo al loro bacino di utenti di entrare a contatto con le gallerie estere in un periodo in cui l’arte non era in movimento. I canali social e la comunicazione digitale hanno invece permesso un continuo scambio di informazioni con i collezionisti e gli amanti dell’arte, mantenendo vivi i rapporti sociali con questi ultimi. C’è stato inoltre il grande tentativo di digitalizzare gli spazi espositivi per permettere alla gente di “visitare” mostre online; a queste maquettes virtuali è possibile accedere tramite il proprio computer o smartphone, un modo comodo e pratico che permette al visitatore di spostarsi all’interno dello spazio architettonico osservando le opere allestite direttamente da uno schermo. Si tratta sicuramente di un’iniziativa molto interessante, ma che purtroppo non è paragonabile all’esperienza di una visita in prima persona. Queste strategie dunque hanno solo parzialmente sostituito l’attività in presenza».
D.AG.: «Ammetto candidamente di essermi astenuto da quell’approccio cacofonico e sovente sterile che ha trovato sbocco nel digitale durante i mesi di chiusure forzate. Sicuramente gli attori culturali di rilievo sono riusciti a rimanere attivi con il proprio pubblico e a implementare la loro offerta attraverso il digitale, in primis con i social media e le piattaforme di videoconferenza, dando un’alternativa momentanea all’impossibilità dell’esperienza fisica. Ritengo però che la fruizione dell’arte debba avvenire, quando possibile, in presenza, il digitale può arricchire l’esperienza ma non può soppiantare la fisicità dell’opera. Non da ultimo i risultati di certe operazioni ha dimostrato una certa superficialità da parte di alcuni attori, il cui approccio alla comunicazione digitale è stato piuttosto naïve: ricordiamoci che la comunicazione digitale è una professione».
P.C.: «Se la fruizione dell’opera d’arte ne ha risentito in modo importante, gli strumenti di vendita e comunicazione online – le piattaforme e-commerce, il nostro sito web, ma anche le email, le chat, i social network – ci hanno permesso di mantenere i rapporti con i nostri contatti. Sono stati mezzi indispensabili per mantenere le relazioni umane e quelle commerciali, per conservare i rapporti one-to-one, in alcuni casi rinsaldandoli o creandone di nuovi.
Anche perché ai nuovi mezzi si è dovuta adeguare anche una fetta di popolazione che prima li utilizzava poco o per nulla – penso a tutta una fascia over 50 – che ora si è appropriata di questi canali e li utilizza in modo continuativo».
D.A.: «È risultata evidente la distanza tra media tradizionali e l’online. I primi, in particolare la stampa scritta e soprattutto i quotidiani, hanno assunto una posizione attendista, mancando di approfittare dell’occasione per indagare aspetti solitamente trascurati, come le opere d’arte ed i monumenti negli spazi pubblici, il rapporto con la storia, l’urbanistica e la gestione del territorio, o quanto andava velocemente maturando sullo scenario dell’online e nelle stanze chiuse dei musei. Qualcuno ha approfittato di questo “tempo sospeso” per preparare nuove proposte future, ritagliandosi un tempo parallelo ma non coincidente con quello che stava prendendo forma. Per i mass media quello della pandemia è un tempo perso, eppure per il mondo dell’arte è stato tra i più creativi in assoluto degli ultimi decenni».
Quale è stato il ruolo dell’innovazione e della digitalizzazione in un mondo, non solo nel campo dell’arte, sempre più globalizzato?
T.B.: «Il ruolo della digitalizzazione è stato fondamentale, come citato nelle risposte precedenti, ci ha permesso di poter continuare ad offrire al pubblico un accesso “virtuale” al museo, attraverso scansioni, mostre online, installazioni site-specific e i nostri canali social dove abbiamo potuto condividere alcuni momenti dietro le quinte mostrando come il Museo non si è mai fermato, ma ha sempre continuato a lavorare per poter offrire una proposta espositiva che riesca a raccontare e a illustrare il mondo che ci circonda».
D.P.: «Naturalmente il tema della digitalizzazione è sconfinato ed era preponderante ben prima della pandemia che – come già si è detto più volte – non ha fatto altro che velocizzare questo processo. Digitalizzazione e globalizzazione vanno di pari passo e si influenzano a vicenda: se infatti, da una parte, il continuo spostarsi delle persone ha fatto nascere l’esigenza di poter fruire di tutto anche a migliaia di km di distanza, dall’altra il fatto di poterlo fare ha permesso un sempre più forte scambio culturale. Questo processo era già molto avanzato prima della pandemia: proprio da qui la forte necessità di trovare vie nuove e sempre più avanzate per mantenere l’equilibrio e le possibilità di fruizione di qualunque bene anche con i confini chiusi».
S.C.: «L’innovazione basata sulla digitalizzazione influisce oramai sulla vita quotidiana di tutti sia nella sfera privata che lavorativa. In un periodo in cui tutti utilizzavano dei canali di comunicazione digitale (social media, viewing room, newsletter…) si ha avuto la possibilità di intercettare una fetta di pubblico che altrimenti non sarebbe stato possibile raggiungere, se non con fiere o eventi mirati. Per quanto riguarda la nostra esperienza, con questo tipo di dialogo siamo riusciti a connetterci anche ai collezionisti oltre oceano».
D.AG.: «La digitalizzazione è in continua evoluzione. Nel mercato dell’arte, non a caso, proprio durante la pandemia vi è stato il boom della NFT art (opere digitali accompagnate da certificati di autenticità che ne attestano l’unicità), che personalmente guardo con qualche dubbio e poco interesse. Come individuo, l’innovazione digitale tout court ha sicuramente un impatto positivo sulla mia vita e lo svolgimento di varie attività, sebbene risulti per me essenziale il rapporto diretto con il pubblico e con l’arte, sia a livello professionale, sia nel mio quotidiano».
P.C.: «Il ruolo dell’innovazione digitale è stato fondamentale. Ha permesso al mondo di rimanere connesso, evitando il completo isolamento, ha consentito di mantenere vive le relazioni, a livello umano ma anche in termini di business. In un’epoca pre-digitale una pandemia mondiale di questa portata avrebbe probabilmente segnato una crisi ancora più profonda e drammatica.
Tuttavia, il digitale non può essere una soluzione per tutto, come abbiamo visto, anche nel settore dell’arte. In particolare, mi riferisco al settore fieristico: la fiera nasce come luogo di incontro, relazione, fruizione diretta e dal vivo delle opere. Ci sono stati parecchi tentativi di portare le fiere online, ma mi dispiace dover ammettere che pochi hanno avuto successo. A volte perché progettati in maniera frettolosa e non all’altezza, ma in generale, ritengo, perché non è possibile trasferire su una piattaforma digitale un’esperienza così complessa e coinvolgente come una fiera. Parlo anche per esperienza diretta: come galleria abbiamo partecipato ad alcune di queste fiere online, ma i riscontri in termini di visibilità e di vendite non sono stati cosi soddisfacenti».
D.A.: «Assolutamente decisivo. Proprio in quelle situazioni di emergenza il mondo digitale ha mostrato di avere una marcia in più quanto a reazione e spinta propulsiva. Ha letteralmente inventato nuovi spazi per l’arte creando curiosità e coinvolgimento nel pubblico ed anche negli operatori del settore, che hanno scoperto le possibilità creative e propositive della Rete, come conferma la mostra solo online del MASI con Silvano Repetto. In poco più di un anno il mondo digitale è stato capace di organizzare quel progetto, da tempo cullato anche se in termini per la verità vaghi, di diventare spazio d’arte, come conferma l’esplosione della Crypto Art, che ha aperto scenari tuttora solo in parte esplorati. Per le istituzioni ufficiali quali i musei, la piattaforma online è diventata uno strumento fondamentale per la ripartenza e un luogo dove “fare” arte».
La normale, o quasi, ripresa delle attività cancellerà l’esperienza passata o i modi e i tempi del mercato dell’arte ne usciranno profondamente modificati?
T.B.: «Come Direttore di questo Museo non posso prevedere cosa succederà nello specifico nel mercato dell’arte, ma sicuramente l’offerta museale mondiale è diventata più ampia e accessibile. Molti eventi e talk continueranno ad avere luogo in modo virtuale, le mostre saranno sempre più spesso accessibili simultaneamente anche attraverso contenuti digitali, ma credo che l’emozione che si prova quando si è circondati fisicamente da opere d’arte nelle sale del museo è assolutamente insostituibile e invito i lettori a visitare le mostre MASI presso le sedi di Palazzo Reali e del LAC».
D.P.: «La durata elevata della situazione dovuta alla pandemia ha fatto sì che le abitudini di vita quotidiana e di consumo siano radicalmente cambiate: per questo è assolutamente plausibile pensare a delle conseguenze a lungo termine. Dopo questo periodo sarà, per esempio, normale visitare mostre o acquistare opere direttamente dal web. Tuttavia, ritengo che l’arte non possa prescindere dalla presenza fisica e dalle sensazioni create dal contatto diretto con l’opera: per questo sono convinto che con la ripresa delle attività tornerà ad essere preponderante il contatto dell’opera con la persona, e dell’arte con la vita».
S.C.: «Anzitutto occorre capire quando la pandemia, o comunque le restrizioni legate allo sviluppo dei contagi, saranno interamente superati. Nell’ultimo decennio si era arrivati ad un eccesso di offerta di arte. Si ripartirà in modo meno frenetico con meno eventi, meno operatori ma anche meno artisti. La qualità e la fruibilità ne beneficeranno.
La nuova modalità di interazione e fruizione dell’arte, nata da questo momento storico, sembra persistere ed essere utilizzata dal pubblico anche ora che gli eventi in presenza stanno ricominciando ad avere luogo. Bisogna però aggiungere che niente può sostituire il piacere di andare a visitare una mostra in una galleria d’arte o un museo, sfogliare un catalogo e avere la possibilità di interagire direttamente con l’artista o con il gallerista».
D.AG.: «Quest’esperienza ha confermato la necessità e il desiderio di coloro che seguono il mercato dell’arte, e in generale del pubblico che frequenta musei, gallerie, fiere, eccetera, di continuare a farlo, quindi non credo ci sarà un cambiamento profondo, bensì una forte consapevolezza dell’importanza che l’arte riveste nella vita».
P.C.: «Se questa pandemia fosse durata tre mesi, l’avremmo vissuta come una semplice pausa e al termine avremmo ripreso la vita di prima senza particolari difficoltà. Tuttavia, siccome non solo è durata molto di più, ma i tempi per uscirne definitivamente sembrano ancora lunghi, credo dovremo abituarci a quella che stiamo vivendo come a una nuova normalità. C’è stata una rottura definitiva e quello che verrà dopo non potrà più essere uguale a prima.
Lo stop forzato ci ha costretto a fare i conti con noi stessi, a pensare a quello che stavamo facendo, come lo stavamo facendo e soprattutto perché. Dal mio punto di vista di gallerista che opera nel mercato dell’arte, questo ha coinciso con una diversa percezione di quello che è davvero importante, rispetto a quello che è semplice contorno. La rincorsa ai grandi numeri, i grandi eventi, la mondanità, e tutto il carrozzone che si muoveva intorno, avevano quasi fatto passare l’arte in secondo piano. È tempo di tornare al senso vero dell’arte, rimetterla in primo piano. Meno eventi (che durano poco e non lasciano nulla) e più sostanza artistica (che è quella che resta nel tempo)».
D.A.: «Non solo quest’esperienza non verrà cancellata, ma costituisce già adesso una piattaforma di novità e di rilancio. Va dato atto al mondo dell’arte di essere stato, dopo l’iniziale disorientamento, reattivo e creativo nell’emergenza, considerandola non una parentesi ma un modo di manifestarsi della modernità. Ha trovato dentro di sé risorse nuove, che già erano sul punto di manifestarsi e che il tempo della pandemia ha accelerato. Le ripercussioni si vedono a tutti i livelli, compresi gli spazi tradizionali delle gallerie, fiere d’arte e attività d’asta. Non han perso la loro ragion d’essere, anzi la ribadiscono con nuove modalità di comunicazione, ma soprattutto aggiornando il concetto stesso di arte nel nostro tempo. Il che significa puntare con sempre più consapevolezza sull’arte contemporanea, comprese le sue acrobatiche, nuove manifestazioni».