Con questo progetto il MUSEC celebra una passione collezionistica e un patrimonio di grande valore artistico e culturale. Un patrimonio che dà prestigio a Lugano, consolidando così gli storici legami della città ticinese con il collezionismo d’arte privato svizzero e internazionale. L’esperienza e la sensibilità del collezionista sono al centro del progetto e ne segnano l’originalità, rispetto al modo con cui la sua collezione è stata fino ad oggi interpretata. Come scrive Francesco Paolo Campione, direttore del MUSEC, nel suo testo introduttivo al catalogo della mostra: «tutte le collezioni d’arte hanno un senso e un valore profondo soltanto se legate alla dimensione esistenziale e all’esperienza umana di chi le ha volute, progettate e concretizzate intorno a sé. Il collezionista è indispensabile alla collezione: non soltanto perché l’ha realizzata, ma perché ne assicura l’originalità, interpretando lo spirito del tempo». La mostra presenta al pubblico 170 opere risalenti al periodo fra il XII e il XX secolo – tra cui tessuti, arredi, dipinti, oggetti di culto e del quotidiano – accuratamente selezionate tra gli oltre mille oggetti raccolti nel corso della vita di Jeffrey Montgomery.  

Come nesce il suo rapporto con il MUSEC?

«La collaborazione è iniziata nel 2008 e si è concretizzata una prima volta nel 2010 con l’esposizione Ineffabile perfezione a Villa Ciani (Lugano), dove una quarantina di opere impreziosivano il percorso incentrato sulle fotografie del Giappone dipinte a mano di fine Ottocento. Da quel primo incontro fortunato si è sviluppato uno speciale vincolo di solidarietà intellettuale e umana coltivato nel corso degli anni, senza fretta, in attesa che vi fossero le condizioni per realizzare un progetto più ambizioso. Un progetto davvero innovativo, in grado di restituire al pubblico non soltanto il valore che queste opere della mia collezione hanno rispetto alla cultura che le ha prodotte, com’è stato sino a oggi, ma anche e soprattutto il valore che esse possiedono nella visione del mondo di chi le ha collezionate per decenni, con intenso amore intellettuale. La crescita del MUSEC e il suo trasferimento nel 2017, dalla sede originaria dell’Heleneum alla più ampia e centrale Villa Malpensata consentono oggi di condividere pienamente con il pubblico i frutti del dialogo intessuto nel corso degli anni».

Perché gli oggetti della sua collezione possono essere definiti un percorso nella “bellezza della semplicità”?

«Non mi considero il padrone, bensì piuttosto un keeper, il fortunato custode di un patrimonio di oggetti legati fra loro da una segreta forma di solidarietà. Le opere raccolte sono altrettanti strumenti per avvicinare e scoprire gli innumerevoli lati della cultura giapponese, che ho sentito da sempre particolarmente vicina alla mia sensibilità. L’asse portante della mia visione del mondo riguarda la bellezza della semplicità, considerata alla stregua di una guida nascosta e profonda. La rarefatta raffinatezza che caratterizza determinati generi d’arte giapponese, come le pitture, i tessuti e le lacche, si coniuga in modo quasi ineffabile all’austera e, per molti versi, ruvida semplicità degli oggetti del quotidiano. Si tratta di una combinazione quasi ossimorica che è capace di produrre capolavori che affascinano perché in grado di combinare la più profonda genuinità con il gusto dell’essenziale. Cose che, se non ti soffermi attentamente a guardarle, possono sfuggirti ma che, se sei capace di osservarle a lungo, quasi a carpirne l’essenza, generano dentro lo spettatore un’inesorabile sensazione di bellezza».

Nelle opere in mostra si può leggere anche l’armonia con la natura e il rispetto della tradizione…

«La bellezza è autentica quando è ispirata alle forme della natura, perfette nella loro assoluta imperfezione. La creatività personale e l’individualità artistica non sono in cima alla scala dei valori dell’arte giapponese. Non perché si tratti di valori disprezzati, ma perché ogni genere di opere è innanzitutto il risultato della capacità dell’artista di esprimere le abilità tramandate dai suoi antenati. Abilità che affondano la loro origine nella notte dei tempi, facendo sentire l’artista parte di una storia di bellezza ininterrotta. Utilizzando un termine occidentale potremmo chiamare tale valore con il nome di “tradizione”, associandovi anche il senso di una ricerca che ha insegnato all’uomo l’importanza di lavorare in armonia con la natura e nel rispetto, profondamente religioso, dei “segreti” del mestiere, per continuare a rendere, in definitiva, migliore il mondo. L’opera d’arte in tal senso esprime una materialità che, lungi dall’essere tecnica, come accade in genere nel mondo occidentale, riporta piuttosto all’idea di un’incessante trasformazione del mondo e al sentimento di insanabile nostalgia che tale trasformazione comporta».

Il punto di arrivo della passione collezionistica di Jeffrey Montgomery non può che essere di natura esistenziale. Le sue opere non generano un accumulo materiale ma restano isolate, ciascuna dotata di una propria specifica identità, come strumenti capaci di suscitare e accompagnare un vero e proprio percorso spirituale sul senso della vita. Se vi è comunanza la si rintraccia, al di là delle forme, in un valore antico e proprio della civiltà che le ha generate per cui la pace interiore passa attraverso l’accettazione del fatto che nulla è finito, che nulla è perfetto e che nulla dura.

Le opere esposte nelle 13 sale lungo le quali si snoda l’esposizione compongono sia un percorso attraverso il mondo interiore del collezionista, sia un viaggio d’arte negli ideali estetici del Giappone.

Jeffrey Montgomery

Nato nel 1937 in California da madre norvegese e padre inglese, all’età di tre anni si trasferisce con il padre in Inghilterra, dove rimane fino all’età di quattordici anni, per poi tornare dalla madre che vive negli Stati Uniti. All’età di diciannove anni comincia una vita nomade, durante la quale inizia a collezionare arte giapponese e arte popolare. Nel 1969 si trasferisce definitivamente a Lugano dove si stabilisce con la sua compagna di vita e moglie Mariangela.