Preceduto nel 2018 da Becoming: la mia storia”, biografia della moglie Michelle, con l’arrivo in libreria nelle scorse settimane di “A Promised Land: Una terra promessa”, primo volume delle memorie del marito Barack, inizia il racconto della coppia presidenziale Obama sui loro anni 2009-2017 alla Casa Bianca.

I volumi, editi da Garzanti, sinora hanno raggiunto rispettivamente i dieci milioni ed i tre milioni di vendite, con cifre ancora in progressione costante.

Entrambe le biografie Obama inaugurano la categoria dei long-sellers, degli intramontabili campioni di vendita. Presenza costante nell’elenco della migliore saggistica contemporanea internazionale ed indispensabili manuali per comprendere ciò che il mondo è stato e si trova a riprendere.

Il motivo di questo travolgente successo è da cercare nelle varie chiavi di lettura, familiare, sociale, politica, con cui il pubblico può interpretare la narrazione degli Obama.

Ad esempio, dal punto di vista personale, la ex-first family statunitense propone valori che portano molti dei lettori a riconoscersi.

A questa loro preferenza, che da commerciale si può quindi interpretare come socio-politica, i lettori aggiungono la percezione, raggiunta durante la emergenza sanitaria del 2020, che se i problemi della società non conoscono distinzioni, così altrettanto bipartisan, condivisi, dovranno essere gli equilibri che si dovranno elaborare per tornare ad un vivere civile e produttivo.

Molto del successo personale e politico dell’ex inquilino della Casa Bianca, per sua ammissione, è innanzitutto dovuto alla presenza della moglie: “Michelle è una che parte dal cuore,…dalla esperienza” riconosce Barack Obama. “Detesta fallire. Nonostante l’ambivalenza che sentiva per il nuovo ruolo, era determinata a svolgerlo per il meglio”.

Ed ecco quindi che la biografia di Michelle Robinson è stata la prima della coppia presidenziale a raccontare, da consorte di Barack Obama, il percorso che la ha condotta dalla periferia di Chicago sino alla Casa Bianca, mossa da una ambizione che trova le sue fondamenta nella modestia del vissuto familiare. Affermatasi come avvocato, Michelle poi interrompe la sua carriera per dedicarsi ad attività sociali ed aiutare il marito. “Sono stata la first-lady degli Stati Uniti”, osserva la Obama, “un lavoro che ufficialmente non è un lavoro, che … mi ha reso umile. … C’è ancora molto che non so dell’America, della vita, di quel che potrebbe riservarci il futuro.” Barack, il marito, futuro presidente, lo descrive come una persona che conserva “la fiducia anche quando gli altri la perdevano”, nella” convinzione che se si resta attaccati ai propri principi le cose andranno bene”.

La narrazione degli Obama cade in un periodo cui i nostri valori sociali erano già in fase di revisione.

Questa evoluzione, diversamente dal passare del tempo, non avviene in modo lineare.

Può affrontare soste, deviazioni, ritardi, inversioni di percorso, prima di tornare a riprendere il suo cammino. Come è nel destino della vita.

Tocca alla biografia di Barack Obama riassumere alcune delle tematiche che hanno segnato l’avvio della sua presidenza e la cui soluzione rimane in cerca di autore.

Ricordiamone le principali. La emergenza climatica. La crisi economica innescata nel 2006-2008 dal crollo dei mutui ipotecari. La presenza degli USA nelle principali aree di crisi ed il dialogo con le superpotenze economico-politiche dell’Est Europa, in Asia, Africa, Medio Oriente. La emergenza migratoria, che nell’ultimo quadriennio si è proposto di risolvere con la politica dei blocchi contrapposti, dimenticando che la riforma della società parte dal basso, dagli ultimi, intervenendo proprio là dove c’è più bisogno affinché poi tutta la gerarchia civile, anche ai livelli superiori, possa reggersi su una base stabile e condivisa.

Di questi argomenti Barack Obama nella sua biografia riferisce in modo semplice ed informale, portando il lettore a condividere la solitudine ed il senso di responsabilità personale e politica che guida le decisioni di un capo di stato. “Era come se”, racconta l’ex-presidente,” ad un determinato livello la gente … in un certo qual modo aveva preso possesso della mia immagine e ne aveva fatto un serbatoio capace di contenere milioni di sogni diversi. … Al tempo stesso mi rendevo conto del fatto che …anche i vaghi timori dei detrattori potevano con altrettanta rapidità coagularsi un una forma di odio”.

Le memorie di Barack Obama aiutano anche a meglio comprendere il dibattito politico statunitense, che sino agli inizi di questo mese forse avrebbe potuto disorientare il pubblico straniero per la sua apparente semplicità, dato che si basa sulla contrapposizione dei due soli partiti democratico e repubblicano.

Barack Obama, oltre le ideologie, ricorda che per interpretare la asprezza anche del dialogo politico USA sarebbe invece necessario soffermarsi anche sui caratteri dei suoi protagonisti.

“A volte”, osserva il già inquilino della Casa Bianca, “rifletto sulla eterna questione del peso che hanno nella storia le caratteristiche particolari dei singoli leader. Se quelli di noi che arrivano al potere non siano altro che canali in cui scorrono … le correnti dei tempi oppure se siamo almeno in parte gli autori del nostro futuro. Le nostre insicurezze e le nostre speranze … hanno la stessa forza delle tendenze socio-economiche?

Muovendo poi dalla pratica alla teoria, dal dire al fare, Obama non risparmia osservazioni anche alla evoluzione del concetto stesso di democrazia, che non deve diventare “una concessione dall’alto o una spartizione del bottino, quanto, al contrario, una conquista ottenuta con il concorso di tutti”, affinché possa consolidarsi non in “un semplice cambiamento nelle condizioni materiali ma in un senso di dignità per le persone e le comunità, un legame tra quanti prima sembravano distanti”.

Infine, anche la propaganda politica specie in modalità digitale, è commentata da Barack Obama con osservazioni tristemente profetiche delle cronache odierne: “i link via email diffondevano i messaggi della nostra campagna con una capillarità sconosciuta ai grossi media e nuove comunità si andavano formando tra … persone che … prima si erano sentite isolate: … era come immaginare … una rinascita della partecipazione dal basso, che potesse mettere in moto la nostra democrazia. Ciò che non potevo intuire”, avverte l’ex-presidente, “era la vulnerabilità di questa tecnologia, la celerità con cui sarebbe stata assorbita dagli interessi commerciali ed esercitata dai poteri consolidati, la prontezza con cui poteva essere usata non per unire le persone ma per distrarle o dividerle; e come un giorno molti di quegli strumenti che mi avevano portato alla Casa Bianca sarebbero stati dispiegati contro tutto ciò che rappresentavo”.

Riconosciamolo: le nostre società oggi sono chiamate, con una urgenza pari a quella climatica e socio-economica, a trovare un difficile equilibrio fra libertà di espressione, comunicazione istituzionale, messaggistica di partito e la tendenza dei poteri consolidati all’instaurazione di un clima di campagna elettorale permanente, tutto ciò diffuso dalle reti sociali in modo insistente, mirato e continuo.

Dopo la lettura delle biografie Obama, all’esordio degli Anni Venti di questo nuovo secolo Ventunesimo non resta che concludere quanto sia necessario procedere ad un reset della storia, risintonizzarla, iniziando con il moderare il political digital binging, la abbuffata dei messaggini istituzionali, disordinati ed ormai, forse, addirittura tossici.

È un compito facile solo a dirsi.

Non è un caso che proprio negli ultimi quattro anni si sia diffusa la opinione che la politica e le ideologie nell’era digitale siano diventate superflue, inutili.

Che per interpretare la realtà, per parlare alla gente, all’elettorato, ai simpatizzanti, ormai basti un breve messaggio elettronico, magari un tweet.

Le recentissime cronache televisive hanno mostrato al mondo i limiti di questa impostazione.

Senza un ordine di pensiero, non forzatamente vincolato da una ideologia, il dialogo politico e sociale degenerano in preoccupanti invasioni barbariche.