Il Direttore artistico si avvale della collaborazione di una molteplicità di altre professioni specialistiche e tecniche, dai registi ai direttori di produzione, agli sceneggiatori, ai tecnici, oltre ovviamente agli attori, ai cantanti, ai ballerini, a chiunque si esibisca su un palco. Un team che deve essere coordinato e marciare all’unisono. Nell’ideazione e nella pianificazione della programmazione di un evento è imprescindibile inoltre definire le risorse necessarie. Tutte competenze che necessitano di un lungo iter e di una larga esperienza, ma che da sole non bastano. Ci vuole un grande slancio e tanta passione!
Leggendo tra le righe del suo breve passato, pare di capire che da sempre il teatro sia stata una passione. È così?
«Nel mio caso, oltre alla passione, ritengo che abbia influito una sorta di DNA familiare perché mio nonno, che era siciliano e in realtà faceva il capomastro, durante il periodo primaverile ed estivo era regista, autore e interprete di una compagnia di teatro con cui girava la Sicilia e la Calabria. Nonostante io fossi molto piccolo, mi ha trasmesso il suo amore per la poesia, il teatro e la teatralità in genere. Lo considero una specie di DNA perché l’ho sentito dentro di me e l’ho coltivato fin dalle scuole superiori. Già allora mi legavo ai gruppi giovanili che facevano teatro nel paese in cui sono diventato adulto. Nel tempo la mia passione è cresciuta fino a farmi decidere di farlo diventare il mio lavoro».
Faceva teatro lei stesso?
«Sì, e non ho mai avuto grossi dubbi sulla scelta, anche se solo più tardi ho compreso cosa significasse veramente per me il teatro. Per me, vuol dire essere in un posto, un luogo più mentale che fisico, che qualcuno chiama “casa” in quanto luogo di appartenenza e identità, dove mi riconosco come essere umano. E che, nelle persone che mi sono vicine nel lavoro quotidiano, mi fa riconoscere persone solidali che condividono le mie idee e le mie passioni. Durante l’infanzia e l’adolescenza ero piuttosto inquieto e non riuscivo a capire come stare al mondo ed è grazie al teatro che finalmente ci sono riuscito».
Data l’enormità delle proposte, come sceglie ogni anno il filo conduttore della stagione, quindi il cartellone?
«Quello che porti in un teatro in realtà non è altro che una lettura di quello che sta succedendo a livello mondiale, cui si deve prestare una grande attenzione. Preparare una stagione artistica significa scegliere testi che, attraverso gli strumenti che hai a disposizione sappiano trasmettere al pubblico le differenti anime che si agitano nel mondo della cultura, cercando di far comprendere la complessità del nostro presente. Scelgo di programmare testi e compagnie ponendomi l’obiettivo di portare al pubblico di Lugano proposte diverse che rappresentino anime differenti, proponendo nella stessa stagione un’offerta variegata fatta di teatro, performance, danza – disciplina a cui mi riprometto di dare sempre più spazio – che rispetti la visione che ho dell’umanità, che è appunto una visione complessa fatta di tanti individui che hanno diversi modi di pensiero e di affrontare la vita. Una complessità che non significa complicazione.
Una ricerca che mi fa individuare alcuni “fil rouge”, che fondamentalmente sono le domande che mi pongo nel corso dell’anno, e che mi portano a pormi poi la “domanda” con la D maiuscola, che diventerà il tema conduttore dell’anno successivo».
Come avviene la selezione delle varie proposte?
«Non sono solo, con me c’è un tavolo di lavoro, persone che mi accompagnano. Viaggiamo, conosciamo gli artisti, con alcuni di loro creiamo legami duraturi. Si deve avere piena fiducia negli artisti che si scelgono. La difficoltà ovviamente deriva dalla vastità dell’offerta del panorama culturale sia locale sia internazionale. In ogni caso l’obiettivo è quello di profilarsi e di creare quella stagione che in qualche maniera ti somiglia molto, che rispecchia il tuo modo di pensare».
Secondo lei qual è il primo compito di un direttore artistico?
«Lavorare per la propria città, non per se stessi. Il teatro non è l’identificazione del direttore artistico e il direttore artistico non deve dire di essere lui a dirigere quel teatro. Perché quel teatro in realtà è diretto dalle esigenze della città, quindi dai suoi cittadini. Nel caso del LAC poi con “Città” ci si riferisce ad un territorio un po’ più vasto di Lugano, che comprende sicuramente il Sottoceneri e gran parte del resto del Ticino».
Quali aspetti del teatro sono le più congeniali?
«A me piace molto il teatro di regia, che attraverso il testo guarda alla complessità dell’umanità. Ho sempre ritenuto quel teatro molto importante: nasce nell’antichità e attraverso la letteratura, la parola e il corpo in scena, cerca in tutti i modi di rispondere alle grandi domande che l’umanità si pone».
Vista la difficile realtà odierna, può essa in qualche modo influire sul cartellone e sul genere di spettacoli?
«Se pensiamo al mondo sconquassato che c’è in questo momento, tra le guerre e tutto il resto, nel cartellone e nelle scelte dei testi che rappresentiamo c’è sicuramente un nesso anche soltanto metaforico, non per forza, come dire, una visione della cronaca. Si scelgono dei testi, dei temi che in qualche modo guardano a quello che sta succedendo. Negli ultimi anni abbiamo osservato da vicino le sfide della modernità che si stanno attuando, non tanto nel campo della cultura ma soprattutto delle scienze, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, nella scienza informatica e informativa, nella comunicazione. Tra i cambiamenti epocali infatti ci sono i social network e la loro influenza, strumenti utili, ma che possono presentare anche derive pericolose.
Il teatro deve prendere in considerazione queste evoluzioni, non può fingere che non esistano poiché anch’esso diventa un luogo in cui la domanda è complessa e, con i tempi dovuti, va indagata a fondo. Ecco perché ultimamente il mio rapporto con la scienza e le attività scientifiche e tecnologiche è diventato molto importante».
Un esempio di teatro con queste caratteristiche?
«Processo Galileo, tre storie legate alla figura di Galileo Galilei, tra scienza e coscienza, per indagare la nostra contemporaneità, è una nostra produzione a cui tengo molto, che ha girato tantissimo e che continua ad avere molto successo.
Uno spettacolo che non solo ha messo in evidenza in che modo la scienza si è mossa dal ‘600 a oggi, ma che ha generato tutta una serie di domande, eventi, conferenze, incontri con gli studenti e con gli artisti, scambi di idee e dibattiti. Un plusvalore di cui lo spettacolo in sala è stato il punto di partenza, con l’argomento specifico indagato in profondità. Ci siamo posti numerose domande: qual è il potere della scienza oggi, che legame c’è tra scienza e potere, tra scienza e politica, in che modo la scienza gestisce i suoi rapporti con le attività economiche del mondo».
Quali sono le grandi domande e le sfide che oggi il teatro si pone?
«Il LAC se ne pone tante, soprattutto dal punto di vista di cosa sarà il teatro nel futuro. Può esistere un legame tra tradizione e innovazione? È possibile fare una sintesi tra le due cose? Abbiamo passato dieci anni a costruire le basi del LAC e adesso che la struttura è solida possiamo cominciare anche a immaginare quello che ancora non abbiamo. Ad esempio, una seconda sala più piccola che ci possa permettere di sperimentare. Immaginiamo anche un rapporto più importante con la musica. Avendo adesso Andrea Amarante come direttore del settore musica, potremo sviluppare molto di più la produzione musicale, cosa che fino ad ora non era stata possibile perché non avevamo spazi sufficienti.
Vorremmo poi dare più spazio alla danza, che sta avendo tanto successo, anche con un progetto che permette la coproduzione con le più importanti compagnie di danza. Il festival internazionale di danza contemporanea Lugano Dance Project, che recentemente ha trasformato la città in una grande vetrina per artisti e operatori delle arti performative provenienti da tutto il mondo, continua ad avere un bel successo dandoci grandi soddisfazioni».
Quale ruolo attribuisce alle produzioni locali?
«Un ruolo fondamentale perché la linfa vitale nasce dal territorio. Avere artisti e produzione del territorio significa avere produzione, innovazione e creatività e propulsione di idee, che partono da qua verso il mondo.
La chiave di lettura del teatro che si aveva prima dell’apertura del LAC a Lugano, dove gli spettacoli arrivavano per un solo un giorno e se ne andavano, era del tutto sbagliata. Oggi il concetto è diverso: gli spettacoli nascono qua, vengono pensati per chi è qui, poi partono e tornano. Un’idea che secondo me ha creato una forza lavoro e indotto sul territorio.
Cosa vorrebbe dire ai luganesi?
«Mi interessa molto che il pubblico e il territorio capiscano, e sono convinto che abbiano capito, quanto il progetto LAC sia fondamentale per lo sviluppo di una cultura territoriale e per il cambiamento e l’emancipazione del territorio, anche proprio per lo sviluppo del pensiero. Il progetto LAC, anche se siamo piccoli, veramente piccoli ma siamo comunque una bella squadra, ha portato Lugano ad essere un punto di riferimento nel panorama della cultura internazionale. Ora arriviamo a realizzare coproduzioni anche in America, sia negli Stati Uniti sia in Canada, oltre che in tutta Europa».
Carmelo Rifici
Classe 1973, Laureato in Lettere, si diploma allo Stabile di Torino ed è regista collaboratore di Luca Ronconi. Dal 2014 è direttore artistico di LuganoInScena. Dal 2020 è direttore artistico di LAC Lugano Arte e Cultura per cui firma progetto e regia di Macbeth, le cose nascoste, di cui è anche autore con Dematté; Le relazioni pericolose, scritto con Livia Rossi; La traviata di Verdi diretta da Markus Poschner; Processo Galileo, co-diretto con Andrea De Rosa; Ulisse Artico, coprodotto dal Teatro Biondo di Palermo; Anna Bolena di Donizetti diretta da Diego Fasolis; La pulce nell’orecchio, di cui cura traduzione, adattamento e drammaturgia insieme a Tindaro Granata, nella terna degli spettacoli finalisti al Premio Hystrio Twister 2024 anno in cui dirige De Gasperi: l’Europa brucia scritto da Angela Dematté, finalista al Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2024 in tre categorie. Dal 2015 dirige la Scuola di Teatro “Luca Ronconi” del Piccolo Teatro di Milano. Nel 2005 vince il Premio della Critica come regista emergente, nel 2009 il Premio Eti Olimpici del Teatro come regista dell’anno, il Premio della Critica, il Golden Graal ed è nelle nomination dei Premi Ubu come regista, il Premio Enriquez per la stagione teatrale di LuganoInScena (2015) e per la regia di Ifigenia, liberata (2017), il Premio I nr. Uno della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera per il suo lavoro al LAC (2019). Nel 2021 il Premio Radicondoli per il teatro, lo dichiara Maestro; vince il Premio Hystrio Digital Stage e il Premio speciale Ubu per il progetto digitale Lingua Madre. Capsule per il futuro, ideato con Paola Tripoli.