La scena culturale svizzera è stata duramente colpita dalla crisi di Corona VIRUS 19. Quali sono le sue esperienze come Direttore di Pro Helvetia? Quali settori sono stati particolarmente colpiti?

«Abbiamo subito un vero e proprio shock sistemico. Non esiste pressoché ambito della vita culturale per cui il lockdown non abbia significato una sospensione delle possibilità di esibirsi. Hanno sofferto duramente non solo i settori in cui l’esperienza dal vivo assume un ruolo cruciale, come ad esempio la musica, la danza o il teatro, ma anche campi come la letteratura, il design o le arti visive: anche se gli artisti hanno potuto continuare a lavorare nei propri atelier e studi, le gallerie e le librerie sono rimaste chiuse; letture pubbliche, fiere ed esposizioni non hanno potuto avere luogo. Alcune manifestazioni si sono sì svolte online, ma naturalmente si tratta di una compensazione solo parziale, a maggior ragione se si pensa alle difficoltà legate alla retribuzione delle produzioni digitali. In generale, la pandemia ha comportato grandi problemi di pianificazione e preoccupazioni economiche per il settore culturale che perdurano tuttora e sollevano incognite esistenziali che vanno al di là del lockdown: come si evolverà la situazione in Svizzera e negli altri Paesi a medio termine? Se tournée internazionali e letture pubbliche saranno nuovamente possibili, a quali condizioni? Come ci relazioneremo con le altre persone in futuro? E poi, ovviamente: se vi sarà una recessione globale, il pubblico potrà ancora permettersi di spendere soldi per la cultura? Simili interrogativi accompagneranno il mondo della cultura ancora per molto tempo. Con tutta probabilità ci apprestiamo a entrare in una fase di trasformazione di cui non conosciamo gli esiti e che, oltre a offrire molte opportunità, suscita anche fondati timori».

Le perdite per gli organizzatori di eventi culturali e per gli operatori culturali hanno avuto conseguenze diverse. Dove vede le differenze più significative?

«Ritengo in realtà che i confini tra questi due ambiti siano labili. Molti operatori culturali organizzano anche eventi culturali e molti organizzatori sono attivi pure in ambito artistico. Sul piano puramente economico, la crisi del settore ha ulteriormente accentuato condizioni già precarie: gli ingaggi a tempo determinato e i pagamenti a cachet sono infatti la regola. La pandemia ha mostrato con tutta evidenza quanto siano limitate le riserve delle imprese e degli operatori culturali e quanto entrambi i gruppi dipendano dal successo e da una produzione ininterrotta. Appena i ritmi rallentano, la situazione diventa precaria. Proprio per questo motivo, l’ordinanza Covid cultura è stata così urgentemente necessaria: tenendo conto delle esigenze sia degli operatori che degli imprenditori culturali, essa ha consentito di fornire aiuti immediati e indennità di perdita di guadagno e per lavoro ridotto per i rapporti di lavoro a tempo determinato. Grazie a queste misure, la scena culturale è stata in grado di far fronte almeno in parte alla crisi».

Quali attività ha messo in campo Pro Helvetia nei mesi passati? Quali attività sta pianificando per il prossimo futuro?

«Insieme all’Ufficio federale della cultura, Pro Helvetia ha elaborato le misure supplementari della Confederazione a sostegno del settore culturale e affiancato Suisseculture sociale nella loro implementazione. In particolare abbiamo svolto un intenso lavoro di consulenza e coordinamento a diversi livelli della promozione culturale. Durante il confinamento abbiamo deciso di non chiedere la restituzione dei sussidi già versati per manifestazioni annullate e di rendere più flessibili i nostri criteri di sostegno, in modo da permettere a breve termine un adeguamento e, naturalmente, anche un rinvio dei progetti promossi. Inoltre abbiamo lanciato il bando di concorso «Close Distance», con cui siamo andati alla ricerca di nuovi formati artistici in grado di misurarsi in maniera innovativa con le restrizioni alla mobilità. Questa iniziativa ha riscosso un grande successo, come testimoniano le oltre 500 candidature pervenute, tra cui anche approcci e formati molto promettenti. Spero che diverse proposte selezionate possano durare nel tempo, ad esempio per far sì che in futuro, nel quadro delle collaborazioni artistiche nazionali e internazionali, il ricorso a viaggi e trasporti avvenga in maniera più consapevole. Durante la fase attuale di allentamento graduale, che può essere considerata un periodo di transizione, cerchiamo di rispondere nella maniera più rapida e mirata possibile alle esigenze dei diversi settori: la divisione Musica ha ad esempio indetto un bando di concorso per programmi alternativi durante i mesi estivi, e anche le divisioni Letteratura e Danza & Teatro hanno elaborato misure di sostegno specifiche».

Quanto pensa che dureranno gli effetti del Lock-down sulla scena culturale svizzera?

«Come ogni grande crisi sociale ed economica, anche questa comporterà ripercussioni destinate a lasciare il segno per diversi anni. Dopo lo shock iniziale, in cui il sistema culturale così come l’avevano conosciuto finora è stata scosso alle fondamenta, siamo ora giunti a una seconda fase, quella della transizione. Il settore culturale inizia ora a prendere le misure delle nuove topografie culturali nate negli ultimi tre mesi: la questione decisiva sarà se le energie e fantasie basteranno a trasformare la crisi del sistema in un’opportunità di cambiamento in senso positivo del sistema stesso. Dai nuovi formati che riannodano i fili con la vita culturale precedente possono nascere nuovi dispositivi e ripartizioni dei ruoli e, forse, anche una maggiore partecipazione. Viviamo una situazione sociale molto particolare, in cui la cultura suscita un misto di prudenza, disperazione e spirito di inventiva, dato che il distanziamento vale tuttora e il pubblico continua a comportarsi in modo completamente diverso dal solito. Il turismo culturale per ora viene a mancare, e anche le tournée sono pressoché impossibili. Occorrono dunque energie creative enormi per recitare in teatro, cantare in un coro o danzare. Dobbiamo essere consapevoli che a questa fase di transizione ne seguirà un’altra, quella del consolidamento o della trasformazione, in molti casi probabilmente anche della ricostruzione, in cui alcune strutture scompariranno e altre verranno ripristinate o reinventate».

Qual è la sua visione per sostenere la cultura in difficoltà. Che cosa occorre da parte dello stato, che cosa possono fare i privati?

«Collaborare e contribuire alla trasformazione, superare steccati disciplinari e regionali! In Svizzera, la promozione culturale sussidiaria da parte della Confederazione, dei Cantoni e dei Comuni è integrata dalle prestazioni di fondazioni private, mecenati e sponsor e dai partenariati con questi attori. Ciò è più importante che mai, a condizione di riuscire ad abbandonare una visione frammentaria, focalizzata sulle singole iniziative, e adottare una prospettiva più globale incentrata sulla qualità e l’impatto dei progetti. Occorre un approccio di ampio respiro, lungimirante e coraggioso per sostenere il settore culturale nel suo cammino verso un futuro proficuo e fruttuoso. Per questo auspico un rafforzamento del «ménage à trois» tra gli attori pubblici e privati della promozione culturale e gli operatori culturali e la definizione di obiettivi comuni. Di per sé opportuni, i partenariati pubblico-privato rischiano di rimanere lontani dalla realtà e senza effetti se contemporaneamente non vi è una stretta collaborazione con il settore culturale e se non ci si interroga sulle sinergie tra società e cultura. In generale, ma soprattutto durante la crisi, la promozione culturale pubblica e quella privata devono quindi cercare di ascoltare e osservare la società, agire in base ai bisogni e adottare uno sguardo schietto su un futuro che sarà diverso dal presente, a cavallo tra realtà digitale e analogica, dimensione regionale e internazionale e istanze artistiche e sociali».

Foto di Anita Affentranger