Che cosa ti ha portato a interessarti dell’effetto della generosità sul cervello?
«Mio padre è morto a cento anni. Era un uomo felice. Aveva dedicato risorse ed energie a creare in Israele università, ospedali, centri per comunità disagiate, e questo lo riempiva di gioia ed orgoglio. Si illuminava quando ne parlava. Ricordo anche che, fino agli ultimi giorni della sua vita, usciva di casa con le tasche piene di caramelle da distribuire i bambini che incontrava per strada. I suoi occhi brillavano di felicità. Recentemente mi è capitato di leggere uno studio in cui si dice che portare in tasca le caramelle è “una piccola dose di felicità” che contribuisce al benessere. Curioso, no? Papà era convinto che ciò che lo teneva in vita così a lungo era la sua dieta frugale. Io mi sono chiesta se non fosse invece, o anche, l’energia positiva delle sue buone azioni. Nel corso del mio lavoro giornalistico, ho intervistato suore di clausura, lama tibetani e sciamani della Bolivia. Tutti concordano che il bene, chiamalo preghiera, azioni caritatevoli, dedizione agli altri, ha un effetto positivo non solo nel creare energie positive a livello globale, ma contribuisce anche a dare serenità, a vivere più sani e a lungo, a modificare il karma, dicono gli orientali. Credo nei fondamenti universali delle culture tradizionali, che alla fine hanno tutte principi comuni. E ho sperimentato anche su me stessa, quanto il fatto di aiutare gli altri mi dia gioia, serenità, forza. D’altronde nella nostra cultura ebraica, la tzedakà, termine intraducibile, perché implica un concetto ben più ampio della parola beneficenza, è un precetto religioso, un obbligo. In qualsiasi occasione festiva, bisogna condividere ciò che si ha con gli altri, e la tzedakà è regolata da una scala gerarchica precisa, che passa dal dare direttamente, al dare anonimamente, al dare anonimamente e senza conoscere il destinatario, al dare per mettere in grado le persone di guadagnarsi da vivere e non dipendere dagli altri, fino al dare non soldi ma tempo e cura. Una vera scuola di vita, che ha molto influenzato la mia formazione. Quando quindici anni fa ho cominciato a interessarmi di neuroscienze, è stato normale chiedermi che effetto potesse avere la generosità sul cervello, e se la mia sensazione che aiuti a stare meglio, a vivere più a lungo e in buona salute, avesse qualche riscontro scientifico».
Quando il mecenatismo ha cominciato a essere un tema per i neuroscienziati?
«I primi studi di cui sono consapevole _ma non escludo che ve ne sia stati anche dei precedenti- risalgono agli anni ’90 del secolo scorso. Deborah Danner, insieme ad altri collaboratori dell’Università del Kentucky, rileggendo nel 2001 i diari scritti negli anni ’30 da 180 suore cattoliche, si accorse che quelle che avevano espresso più emozioni positive, erano vissute in media 10 anni in più delle altre e non avevano sviluppato sintoni di demenza (la ricerca era focalizzata sull’Alzheimer, e questo fu un risultato inatteso).
Nel 2003 la psicologa Barbara Fredrickson dell’Università del Nord Carolina (un’altra donna – forse non casualmente: le donne che dedicano la loro vita all’accudimento sono più interessate al tema dell’altruismo…) ha pubblicato uno studio in cui dimostra che le emozioni positive controbilanciano il danno delle emozioni negative, e ha teorizzato quella che chiama la “positive ratio” (rapporto positivo): 3 a 1. Ovvero, sarebbero necessarie tre azioni buone per controbilanciare lo stress causato da una emozione negativa. Chi fosse interessato all’argomento, può ascoltare le sue conferenze su Youtube.
Lo studio più citato è però quello di Doug Oman, dell’Università di Berkeley in California, che si occupa di spiritualità e mindfulness, la disciplina oggi tanto di moda tra i giovani che si ispira alla meditazione e allo yoga. Già nel 1990 Oman cominciò a studiare 2015 residenti di una regione californiana, Marin County, attivi nel volontariato. I parametri di Oman sono piuttosto complessi e non posso elencarli in una breve intervista. Il risultato finale è che le persone molto attive nel volontariato risultarono mantenersi più sani e longevi del gruppo di controllo. E uno studio analogo condotto quasi contemporaneamente da scienziati dell’Università del Michigan su 2.153 persone anziane in Giappone, volto a studiare il rapporto tra religione, aiuto agli altri e salute, confermò il rapporto tra buona salute e generosità. L’altruismo crea maggiore integrazione sociale, distrazione dai problemi personali e dall’ansia, dà significato alla vita, combatte l’isolamento e la passività spesso collegate all’invecchiamento. Ed è un forte antidoto allo stress, uno dei fattori principali di malattia, in quanto abbassa il sistema immunitario.
Infine vorrei citare Stephen Post dell’Università di Chicago, autore di parecchi best sellers su questi temi, chiamato a parlare in tutte le più prestigiose università del mondo. Le sue ricerche esplorano come la beneficenza migliori la salute e la felicità di chi dà, e come l’empatia e la compassione non solo abbiano un effetto positivo sui malati e i bisognosi, ma anche su chi si occupa di loro. Post su queste ricerche ha costruito una brillante carriera, è stato eletto membro del College of Physicians della New York Academy of Medicine, membro della Royal Society of Medicine di Londra, ed è uno dei fondatori del International Society for Science and Religion (ISSR), che ha sede presso l’Università di Cambridge ed è dedicata agli studi interdisciplinari su scienza e religione».
Qui però stai parlando di psicologia, di spiritualità, non di neuroscienze…
«Certo. Ma sempre di cervello si tratta. E gli attuali studi dei neuroscienziati affondano in queste ricerche pionieristiche. Bisogna poi tener presente che oggi non si parla più di neuroscienze come di una disciplina specialistica, ma come il lavoro comune di specialisti di varie discipline. Stiamo tornando insomma al concetto dell’uomo leonardesco, cioè di un sapere che è insieme scientifico e umanistico, e nasce dalla collaborazione di chimici, fisici, ingegneri, immunologi, psicologi, filosofi e persino artisti… E qui vorrei fare un inciso. La letteratura è piena di esempi di benessere che nasce dal ben fare. Solo per citarne uno, noto a tutti, penso a Ebenezer Scrooge di Dickens, che per ogni buona azione diventa più forte e sano. Ma sono certa che chiunque può ricordarne parecchi. Comunque, se ti riferisci alla misurazione, attraverso le più moderne apparecchiature di brain imaging, dell’attività del cervello mentre si compiono atti di generosità, c’è un recente studio, pubblicato nel 2018 su Nature Communications che conferma queste teorie. Proprio in Svizzera, presso l’Università di Zurigo, in collaborazione con la Northwestern Universiuty di Chicago, un team di ricercatori guidati da Philippe Tobler e Ernst Fehr ha osservato gli effetti della generosità su alcune specifiche aree del cerebrali, chiarendo finalmente l’interazione che esiste tra altruismo e felicità. Servendosi della risonanza magnetica funzionale, il team di ricercatori ha monitorato i cambiamenti cerebrali in 50 volontari reclutati per lo studio. A metà era stato chiesto di pensare a come avrebbero speso 100 CHF per comprarsi qualcosa, all’altra metà per aiutare qualcuno. Alla fine dell’esperimento, i ricercatori sottoposero tutti i volontari a un test per verificare se era riscontrabile un cambiamento nell’umore. E sì, i generosi erano più felici e soddisfatti. Gli scienziati li sottoposero allora una risonanza magnetica per vedere quali aree del cervello erano coinvolte nei pensieri altruisti. Risultato: si attivano la giunzione temporo-parietale (che è la zona dell’empatia, dove si elaborano gli atti benefici verso gli altri), lo striato ventrale (associato con il sentimento di felicità), la corteccia orbitofrontale (che è dove valutiamo i pro e i contro nel prendere una decisione). Esiste quindi un rapporto scientifico, ovvero misurabile e ripetibile, tra generosità e felicità.
Abbastanza sorprendentemente, i ricercatori hanno notato che è sufficiente il solo pensiero di comportarsi in modo generoso per attivare l’area dedicata all’altruismo e intensificare la connessione tra questa e l’area associata alla felicità. “È sorprendente come l’intenzione da sola basti a generare un cambiamento neurale prima che l’azione sia effettivamente attuata”, spiega Philippe Tobler. Indipendentemente dalla “dose” di generosità. “Non c’è bisogno di sacrificarsi come un martire per sentirti più appagati” ribadisce lo scienziato. “Basta l’intenzione altruistica per attivare l’area cerebrale legata all’appagamento e intensificare la relazione con la felicità”. Perché l’effetto sia duraturo, bisogna però che ai pensieri seguano i fatti».
Queste ricerche potrebbero influenzare le politiche nella sanità pubblica?
«Certo, ed esistono parecchi studi in proposito. Lo stesso Post ha pubblicato già vent’anni fa uno studio in cui raccomanda di insegnare nelle scuole e nei corsi di formazione professionale degli addetti alla salute la pratica dell’altruismo come un aspetto importante per la salute fisica e mentale. Nei Paesi anglosassoni, le persone anziane svolgono spesso attività di volontariato, per esempio nei musei, nelle scuole. Le ricerche dimostrano che queste persone vivono più a lungo a e più serene, perché si sentono utili, sono appagate dal fare qualcosa di positivo per la società, e inoltre si mantengono attive e interessate alla vita. Ma questo vale non solo per gli anziani. In America, parte del curriculum scolastico richiede l’attività di volontariato, e spesso ai ragazzi d’estate vengono proposti camp estivi, sia nella loro città che in Paesi sottosviluppati, per portare aiuto alla popolazione. I miei nipoti che vivono negli Stati Uniti, hanno fatto moltissime esperienze di questo tipo, che li hanno aiutati a sviluppare attenzione e sensibilità agli altri, ma anche molta soddisfazione e felicità. Tant’è vero che il maggiore dei miei nipoti ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare i giovani in difficoltà, e ha appena vinto una prestigiosa borsa di studio, il Fulbright Scholarship, per andare un anno in Brasile a lavorare in comunità molto povere. Sono estremamente orgogliosa di lui e sono anche sicura che questa scelta gli consentirà di vivere una vita appagata e significativa. E’ bello vedere come gli insegnamenti del bisnonno siano filtrati attraverso le generazioni. Oggi la depressione negli adolescenti è una emergenza, come lo sono l’alcolismo e le droghe. Sono certa che la pratica sistematica del volontariato sarebbe un potente antidoto. E ho anche una esperienza personale a confermarlo. In un momento difficile della mia vita, in cui mi sembrava che tutto andasse a pezzi, mi ero rivolta a uno psicanalista per uscire dalla spirale di negatività. Ma ciò che mi curò fu un prolungato soggiorno in Africa, a studiare la cooperazione. Essere confrontata con persone che avevano concreti problemi di sopravvivenza, e cercare di aiutarle, mi rese consapevole di quanto i miei problemi fossero effimeri e insignificanti. Mi sentii come un topo dentro un buco nel formaggio, che continua a scavare e scavando va sempre più giù e vede sempre più nero. Attraverso l’esperienza del dolore altrui e dell’aiuto che potevo dare, cominciai a vedere la luce, e a ridimensionare i miei problemi».
L’altruismo insomma potrebbe essere una terapia?
«Assolutamente. O quanto meno una efficace prevenzione. Voglio citare un aneddoto raccontato dal Yoram Yovell, professore di psichiatria presso la Hebrew University di Gerusalemme, brillante oratore, grande teorico della felicità del bene. Ogni mattina Yovell per andare al lavoro deve imboccare una affollata autostrada e regolarmente, allo svincolo di uscita, c’è qualche automobile che ha tagliato la coda e cerca di inserirsi. “All’inizio mi arrabbiavo –racconta- e cercavo di impedirlo. Ne nasceva un alterco fatto di clacson, gestacci e insulti, che mi lasciava l’amaro in bocca per tutto il giorno. Ma una volta, per un’emergenza, ho dovuto anch’io tagliare la coda, e da allora il mio atteggiamento è cambiato. Penso che la persona che cerca di inserirsi forse ha buone ragioni di avere fretta, gli faccio un sorriso e lo lascio passare, lui mi sorride e mi ringrazia. E io mi sento di buonumore per il resto della giornata. E alla fine che cosa ho perso? Trenta secondi? In compenso, ne ho guadagnato anche in salute. Il sentimento di essere buoni, di fare del bene – conclude- alza il livello delle endorfine, che sono i neurotrasmettitori del piacere. La generosità rende felici, stimola il sistema immunitario, migliora la salute, ritarda l’invecchiamento”. È insomma un elisir di lunga vita.
Cos’è BrainCircle
Viviana Kasam ha fondato nel 2010 l’Associazione no profit BrainCircle Italia sotto l’egida del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, per divulgare gli studi sul cervello più all’avanguardia. Con un think tank di altissimo livello internazionale, organizza i BrainForum, eventi aperti a tutti e gratuiti in Italia e all’estero: conferenze, dibattiti, seminari, e anche mostre sui temi della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. Che hanno coinvolto in sette anni oltre 300 scienziati, portando le neuroscienze e la ricerca sul cervello nei teatri, nei cinema e nelle piazze. Migliaia di persone hanno assistito agli eventi, trasmessi in diretta anche sulla pagina Facebook di BrainForum
Nel 2019 ha fondato BrainCircleLugano, con l’intenzione di portare in Ticino i frutti della sua decennale esperienza e coinvolgere la popolazione, in modo particolare i giovani, superando la barriera tra discipline umanistiche e scientifiche: oggi la ricerca sul cervello è interdisciplinare e comporta la collaborazione di filosofi, ingeneri, artisti, psicanalisti, biologi, chimici, fisici, neuroscienziati.
I Braincircle, diffusi in tutta Europa, sono un progetto dell’ELSC, il Centro di Ricerca sul Cervello dell’Università Ebraica di Gerusalemme, della quale Viviana Kasam è Governatore e Honorary Fellow.
Dal 23 al 29 settembre prossimi BrainCircleItalia organizza a Milano la terza edizione di Cervello&Cinema, un Festival di grandissimo successo, sostenuto da Roche, dedicato alle neuroscienze, che vengono raccontate e dibattute prendendo spunto da films cult. Il programma è pubblicato su www.brainforum.it. Il Festival sarà replicato in febbraio al Cinema Lux di Lugano, per iniziatia di BrainCircleLugano in collaborazione con la Settimana del Cervello.