Parliamo di buddhismo e filantropia: quando è entrata per la prima volta in contatto con il buddhismo?
«Anni fa incontrai un monaco buddhista occidentale che parlò molto alla mia figlia maggiore e a me del buddhismo, spiegandoci i principi di base di questa filosofia. Il buddhismo infatti non è una religione, ma una filosofia, una scienza, è ‘il modo in cui funziona la mente’. Non richiede una fede cieca, anzi: ogni principio va messo in discussione e viene adottato solo dopo essere stato interiorizzato e compreso. Uno dei concetti chiave è l’impermanenza, il fatto che tutto è transitorio. Nel 1995, mentre lavoravo a un progetto sui rifugiati tibetani approdai prima in India, il primo paese di accoglienza per questa gente. Qui mi resi conto che la popolazione locale aveva problemi persino maggiori dei rifugiati a causa della mancanza di scuole e della miseria in cui versava il paese. Così decisi di fare qualcosa utilizzando i mezzi finanziari che avevo a disposizione. In un secondo momento mi concentrai su un progetto in India. Decisi di costruire una scuola. Dal progetto alla sua effettiva realizzazione, a circa venti chilometri da Kathmandu, passarono quattro anni: la Bright Horizon Children’s Home venne inaugurata nel 2000. Oggi accoglie circa 230 ragazze e ragazzi tra i cinque e i diciotto anni ed è frequentata giornalmente da un centinaio di studenti provenienti dalle zone limitrofe: per ciascuno di loro la Bright Horizon Children’s Home è una casa sicura, un luogo di speranza e di futuro».

Ci può parlare del suo impegno a favore dei tibetani e dei nepalesi?
«Abbiamo affrontato il progetto in modo assolutamente pragmatico – tipicamente svizzero, oserei dire. Animati dall’idea della scuola e dell’importanza di promuovere la cultura, passo dopo passo abbiamo costruito qualcosa di cui dovrebbe beneficiare il maggior numero di ragazzi possibile. Indipendentemente dalla politica del paese e dalla sciagurata mafia maoista, vogliamo trasmettere la conoscenza e dotare le persone delle competenze professionali necessarie a incidere sulla realtà locale e migliorare le proprie condizioni di vita. Oggi, la Bright Horizon Children’s Home accompagna i ragazzi fino al completamento del percorso formativo, quando saranno in grado di guadagnarsi da vivere. Insieme ad altri privati, Marlies Kornfeld ha finanziato l’acquisto di terreni, la costruzione della scuola e delle strutture annesse, mentre l’assistenza a lungo termine dei giovani è garantita da sponsorizzazioni e donazioni.
Amiamo lavorare insieme ad altri benefattori, fondazioni comprese – senza di loro, il nostro lavoro sarebbe difficile – anche se l’indipendenza ha la priorità. Il progetto che sostengo insieme al comitato direttivo deve anzitutto rispettare il criterio della sostenibilità e aiutare le persone ad aiutare se stesse in modo sempre più ecologico. La scuola attribuisce pari valore alla formazione didattica e all’acquisizione di una coscienza etica da parte dei ragazzi: la ‘condotta etica’ è una materia che da anni viene insegnata da un monaco buddhista. Dopo aver completato gli studi i giovani dovrebbero restituire qualcosa alla scuola, ad esempio sotto forma di assistenza agli alunni o di lavoro amministrativo. È un dare e avere.          
Oltre a recarsi ancora una o due volte l’anno in Nepal, accompagnando con grande partecipazione le attività della “sua” scuola, Kornfeld esercita la propria influenza sulla politica estera svizzera e sull’ambasciata del suo paese per portare avanti il proprio progetto di sviluppo e ogni volta rimane sorpresa nel constatare che, nonostante tutte le difficoltà, si possono ottenere molti risultati scavalcando una miriade di ostacoli politici, religiosi e finanziari che all’inizio sembrano insormontabili. Forse è proprio l’incredibile pragmatismo di Marlies Kornfeld, il suo credere fermamente nell’idea di aiutare i giovani nepalesi a muovere i primi passi nel cammino della vita a fare la differenza.

Lei è attualmente molto impegnata in alcuni progetti umanitari. Potrebbe dirci qualcosa al riguardo?
«Da due anni mi occupo di salvataggio in mare nell’area del Mediterraneo. Prima ho cofinanziato il film di Markus Imhoof Eldorado, poi ho sostenuto la causa contribuendo all’acquisto della nuova nave di Claus-Peter Reisch, il più noto soccorritore in mare tedesco. Insieme ad alcuni amici abbiamo organizzato con lui un evento a Berna cui hanno partecipato molte persone. In questa occasione Reisch ha mostrato e commentato un film impressionante sull’inferno nel Mediterraneo. Sostengo anche l’associazione “Give a Hand”, che ha a che fare con la – spesso vergognosa – politica svizzera per i rifugiati e sostiene i richiedenti asilo».

Lei è una mecenate molto impegnata…
«Personalmente non mi definirei una mecenate. Ho fatto semplicemente ciò che ritenevo necessario, collaborando sempre con gli altri, qui, in Nepal o altrove. Da oltre trent’anni Marlies Kornfeld, filantropoa, collezionista si occupa di fornire aiuto ai rifugiati tibetani in India e Nepal. Dal 1999 è attiva nel progetto di sviluppo a favore dei bambini e dei giovani Bright Horizon Children’s Home in Nepal.