Dal suo osservatorio privilegiato, quali reazioni emotive ritiene che l’epidemia abbia suscitato all’interno del mondo giovanile?
«Inizialmente ho notato nei giovani con cui lavoro una certa – per altro comprensibile – sottovalutazione del fenomeno. Il concetto di epidemia di cui questi ragazzi hanno fatto esperienza (ma sono in buona compagnia, mi creda) lo si ritrova in alcuni film o in alcuni spaccati del web. In una “realtà altra” quindi, che fino a ieri, aveva poco o punto a che fare con la “vita reale”. Questa prima impressione, soprattutto a seguito dell’invito da parte delle autorità a rimanere a casa, ha poi lasciato posto a un senso di vuoto e a mille interrogativi: su di sé, sulle proprie relazioni, sul futuro familiare, scolastico e professionale. Questioni alle quali, già per noi adulti, non è facile dare una risposta, figuriamoci quindi per un profilo psicologico come quello di un giovane che ancora si sta sviluppando e pian piano consolidando».
Con quali difficoltà ritiene che le generazioni più giovani dovranno imparare a convivere anche dopo aver superato l’emergenza?
«Io non credo che le giovani generazioni incontreranno molte difficoltà nel dopo emergenza. Mi spiego. Noi – intendo: noi adulti – ci immaginiamo, o forse: pretendiamo, che i giovanili nutrano un approccio alla vita attraverso delle categorie che fanno capo a quanto noi adulti riteniamo utile, sensato, significativo: la formazione, il lavoro, la famiglia, la cittadinanza attiva e altro ancora. Storicamente parlando, queste letture si sono sempre dimostrate essere delle forzature nel senso che la libertà di pensiero, di desiderio e di azione di ogni singolo giovane l’ha sempre spuntata su qualsiasi tentativo di generalizzazione. Secondo me, questo succederà anche in questo caso. Non dimentichiamo che – e Darwin ce l’ha insegnato, oserei dire, in modo definitivo – che a sopravvivere non sono i più forti, ma coloro che meglio si sanno adattare. Non credo che tra questi ci saranno soprattutto adulti».
Quali sono le più interessanti iniziative messe in campo in campo sociale per far fronte nei prossimi mesi alle richieste dei giovani, soprattutto per quanto riguarda la formazione e il lavoro?
«Questa è una domanda davvero impegnativa… Provo a risponderle in questo modo. Secondo me, la collettività sarà chiamata a prendersi cura di tutti quegli imprenditori che, per un motivo o per l’altro, non saranno più intenzionati ad assumere uno o più giovani in una prospettiva di formazione professionale. Detto altrimenti: il problema non sta – ancora una volta – nei giovani stessi ma, almeno in questo caso, nelle condizioni quadro che gli adulti devono pensare, progettare e realizzare (ad esempio: in un’azienda) affinché un giovane possa maturare esperienza significativa, come quella legata ad un apprendistato. A mio parere sono le aziende che devono essere sostenute: con know-how, magari anche finanziariamente, ma soprattutto attraverso lo sviluppo di partenariati con agenzie educative che di questi giovani possano prendersi cura sotto il profilo pedagogico, alleggerendo il lavoro dell’imprenditore e consentendogli di concentrarsi sulla trasmissione dei saperi e delle passioni che ne hanno contraddistinto il successo sul piano professionale».
Nello specifico, quali sono le iniziative promosse da Pro Juventute?
«Le farò un solo esempio. Cinque anni fa abbiamo lanciato, sviluppato e consolidato il progetto “AAA Apprendisti cercansi”, un progetto di lavoro con gli apprendisti direttamente in azienda. Lo abbiamo fatto in stretta collaborazione con l’associazione professionale degli spedizionieri SpedLogSwiss Ticino, raccogliendo l’invito lanciatoci dall’allora Vicepresidente di ImprendiTi Roberta Cippà Cavadini, titolare dell’omonima azienda di spedizioni di Chiasso. La questione era semplice: come sostenere quegli imprenditori che vorrebbero assumere un apprendista ma che, per mille motivi (tra l’altro, soprattutto di natura organizzativa ed educativa) non lo fanno? Come aiutarli nello sviluppo di tutti quei processi che contraddistinguono l’integrazione di un apprendista in un’azienda? Mi creda… molte aziende possiedono un bagaglio di conoscenze immenso, ma – letteralmente – non sono in grado di trasmetterlo ai giovani. E qui arriviamo noi. Diamo man forte alle aziende nei processi di assunzione e di introduzione di giovani in azienda per l’inizio di un apprendistato, le sosteniamo nel disbrigo tutti quegli aspetti amministrativi che la gestione di un giovane comporta (aspetti a volte davvero troppo impegnativi per un piccolo imprenditore, gravosi al punto tale da indurlo a rinunciare, proprio per questi motivi, ad assumere un apprendista), ci occupiamo di educazione in azienda promuovendo e gestendo dei momenti regolari di formazione, di approfondimento di temi legati al mondo del lavoro quali la responsabilità, l’ingegno, la socialità, lo spirito collettivo, la competitività e molto altro ancora. In questo modo io mi occupo di promuovere e di garantire, fino in fondo, gli interessi dell’apprendista e lo faccio lavorando a stretto contatto con le aziende e dando loro man forte nella gestione di un giovane. Mi permetta di ribadirlo: le politiche dell’infanzia e della gioventù sono, a mio parere, soprattutto rivolte agli adulti i quali sono i garanti dell’esistenza del contesto educativo (in questo caso: aziendale) di cui il giovane necessita per maturare esperienza, per crescere, per divenire persona adulta. E’ chiaro che questa esperienza può essere positivamente significativa solo se a queste condizioni si è adeguatamente pensato e sulle quali si è correttamente lavorato, non lasciandola cioè al caso e alla mercé di chi, magari in buona fede, crede che per fare la giusta gavetta un giovane apprendista debba trascorrere i primi sei mesi della sua nuova esperienza a fare fotocopie, ad archiviare dati o a spazzare cantieri. Mi dica lei quale entusiasmo può sviluppare questo ragazzo per la professione»
Da ultime, quali conseguenze ritiene che si avranno nei prossimi mesi e anni nell’assetto economico e soprattutto sociale del Ticino?
«Non sono un economista, ma mi pare che quello che è successo rappresenti un elemento molto significativo nel processo di comprensione del ruolo dello Stato in ambito economico. Mi sembra, detto altrimenti, che lo Stato sia intervenuto in maniera decisiva per sostenere chi doveva essere sostenuto. Non vorrei che questo aspetto venisse dimenticato e si tornasse – in modo quasi ideologico, direi – a promuovere politiche economiche che vedono nello stato quasi esclusivamente un impiccio per lo sviluppo della libera iniziativa (per altro preziosissima). Ciò non significa che lo Stato debba occuparsi di tutto, ma nemmeno che il processo di privatizzazione debba essere portato avanti ad oltranza e che il bene di tutti debba essere sistematicamente sacrificato sull’altare del giusto profitto. E qui vengo alla seconda parte della sua domanda. Sul piano sociale posso immaginare che i rapporti tra le persone, a breve e a medio termine, si potrebbero modificare in una prospettiva piuttosto positiva. Abbiamo forse appreso quanto importanti siano ile relazioni, e lo abbiamo fatto magari facendo l’esperienza della fila al supermercato, mantenendo la distanza sociale, rispettando l’invito a rimanere a casa. Abbiamo probabilmente appreso (o ne abbiamo avuto la conferma) che da soli non si va da nessuna parte e che per vivere è necessario poter contare su una collettività di riferimento con cui interagire in modo virtuoso. Per quel che concerne i giovani credo che questa esperienza sarà stata davvero formativa, anche qui, nel senso positivo del termine. Nuove modalità di relazione, anche di quelle messe in essere dalle nuove tecnologie riconsiderate però nel loro giusto peso; riscoperta di bisogni educativi e di esperienza che già esistevano, ma che venivano esauditi in modo forse non del tutto soddisfacente; germogliare di nuovi interessi… Ripeto: sono i giovani coloro che meglio di chiunque altro sa stare al passo con l’evoluzione. Mi lasci concludere con Hegel: “Un popolo senza metafisica è come un tempio senza il sacro”. Me la sento di poter dire che, grazie a quanto successo, si possa ritornare a considerare il nostro futuro come qualcosa di possibile».