Lei è una designer notissima. Che cosa l’ha spinta a diventare filantropa e a istituire la Nando and Elsa Peretti Foundation?
«La Fondazione è nata nel 2000 e l’ho dedicata alla memoria di mio padre Nando Peretti (1896 – 1977), un grande imprenditore italiano del dopoguerra che fondò l’API (Anonima Petroli Italiana) portandola a diventare una delle principali aziende petrolifere italiane. Mettere insieme un gruppo di persone motivate per dar vita a questa fondazione è stato il traguardo più importante della mia vita.
Ho voluto una fondazione con uno statuto molto ampio, che potesse accettare proposte su tutti gli aspetti della vita delle persone. Ogni anno accogliamo e valutiamo progetti educativi, culturali e artistici, di ricerca medica, di conservazione ambientale e di tutela dei diritti umani. Ho voluto tenere aperta una finestra sul mondo, una finestra molto grande, per poter capire bene cosa accade e come posso fare la mia parte».
Qual è il tema che le sta più a cuore?
«Il tema che mi è sempre stato più a cuore è quello della fame e della povertà. Non è facile capire cosa significa soffrire la fame, bisogna provarla. È per questo secondo me che siamo così indifferenti noi che viviamo nei Paesi più ricchi, perché non sappiamo cosa significa. Mangiamo quando vogliamo e quanto vogliamo, non ci importa se milioni di animali vengono torturati negli allevamenti intensivi, non ci importa nemmeno cosa mettiamo nello stomaco, se è sano oppure no. L’importante è essere sazi, non pensare ai problemi e progettare la prossima vacanza al mare.
Eppure abbiamo raggiunto il record di 1.822 miliardi di dollari spesi da tutti i Paesi del mondo in armamenti, pari al 2,1% del PIL mondiale. Produciamo ed esportiamo un’economia di morte e violenza, riempiamo gli arsenali e accettiamo che nel mondo 820 milioni di persone soffrano la fame. Dobbiamo trovare una via d’uscita dalle lotte per il potere che caratterizzano la politica mondiale».
Parliamo della pandemia. Come ha vissuto personalmente questo periodo e che impressione le ha fatto la grande ondata di solidarietà che ha visto coinvolte centinaia di persone in Italia per una raccolta fondi senza precedenti?
«Questa pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni del nostro modo di vivere e a farne le spese è stato, come sempre, chi è più povero, chi è di più ai margini. Perché chi è più povero, chi non ha altra scelta per sopravvivere, è disposto a soddisfare a qualunque prezzo i desideri di chi è abbastanza ricco per pagare. È inutile prendersela con i bracconieri, con chi taglia alberi secolari per un tozzo di pane, con chi traffica le zanne degli elefanti o i corni dei rinoceronti. È povera gente che si adatta ai capricci dei più ricchi e dei trafficanti ambientali per poter sfamare la propria famiglia. Ma questa pandemia, che è la conseguenza della nostra violenza sulla natura, ha messo tutti allo stesso livello. Questo virus non risparmia nessuno. Forse adesso abbiamo l’occasione per capire che dobbiamo lasciare in pace i pipistrelli, gli elefanti, le tigri e tornare a vivere con umiltà e rispetto per la natura e il pianeta. E ripensare al modo in cui distribuiamo la nostra ricchezza, a come organizziamo la nostra economia.
La pandemia ha improvvisamente fatto capire quanti soldi ci sono nel mondo, quanta gente ricca vive senza impegnarsi per migliorare la vita delle persone. Di fronte alla minaccia di questo virus, in tanti si sono fatti avanti e hanno donato. Questa è buona cosa, finalmente! Io non voglio sostituirmi allo Stato, che deve pensare al benessere e alla necessità dei cittadini, questo è il suo dovere. Come filantropa, credo che il mio ruolo debba essere quello di aggiungere qualcosa a quello che fa lo Stato, fare qualcosa in più, offrire un valore aggiunto per tutti».
Che progetti ha sostenuto la sua fondazione e perché?
«In vent’anni la mia fondazione ha sostenuto oltre 1000 progetti, per 55 milioni di euro, in tutto il mondo. Nei potrei raccontare tanti, in vent’anni sono accadute molte cose che hanno trasformato il mondo e anche il modo in cui vediamo il futuro. Ma ne voglio raccontare uno per tutti, un progetto che raccoglie in sé tutto quello in cui credo e per cui credo valga la pena di agire subito.
È il progetto da 3 milioni di euro per la tutela dell’Amazzonia e dei popoli indigeni che la abitano, condotto da una organizzazione di giuristi internazionali che ha già raccolto il consenso di tutte le più grandi organizzazioni storiche che da sempre si occupano dei diritti delle popolazioni indigene.
Quando l’Amazzonia è andata a fuoco l’anno scorso sono rimasta atterrita. Per me, che ho imparato tanto dai documentari e dagli studi naturalistici di Felix de la Fuente e Jane Goodall, sapere che l’Amazzonia è a rischio di distruzione per l’avidità di alcune persone è una cosa inconcepibile. Credo che dovremmo ritornare a studiare e conoscere cosa succede nel mondo, a conoscere le popolazioni indigene e il loro meraviglioso rapporto con la natura e la vita. Non siamo più capaci di apprezzare la semplicità, pensiamo che vivere senza il denaro e i nostri piccoli lussi sia tipico di chi è sfortunato, ma invece non è sempre così. Dobbiamo sapere accettare e rispettare chi fa scelte di vita diverse, saper ritornare a un modo più semplice non solo di vivere ma anche di vedere le cose. Dobbiamo essere coraggiosi e uscire dal ruolo di consumatori senz’anima.
I diritti dei popoli indigeni vengono violati da sempre, in tutto il mondo. A cosa serve avere la Carta dei Diritti Umani se poi chi la viola non viene punito dalla legge? È una cosa per me intollerabile, non posso accettare che tanti governi siano disposti a chiudere un occhio con chi viola i diritti umani solo per affari e per denaro. Credo sia importante in questi casi ricorrere alle corti internazionali di giustizia, nessuno deve restare impunito, nemmeno se si tratta di un presidente o di un generale».
Che cosa si aspetta dalle istituzioni che ha sostenuto in termini di progettualità e di rendicontazione?
«Nella mia vita professionale ho sempre cercato la qualità e ho lavorato creando rapporti di fiducia con i miei collaboratori. Anche come filantropa sono così, la mia fondazione ha uno staff qualificato e di cui mi fido, con cui lavoro a stretto contatto. Instauriamo un rapporto di fiducia anche con le organizzazioni che sosteniamo, siamo esigenti e seguiamo le regole dell’auditing internazionale per le rendicontazioni.
Quando sostengo dei progetti con la fondazione sono molto meticolosa e voglio conoscere i numeri. Quante persone? Quante medicine? Quanti sacchi di farina? Non voglio dimenticare nemmeno una persona, nemmeno un sacco di farina. Voglio ricordare tutto perché è il mio modo di avvicinare le persone che soffrono e che riesco ad aiutare, lo considero un segno di rispetto per la vita di tutti. Quando è possibile voglio anche conoscere i nomi delle persone che riusciamo ad aiutare».
Parliamo di diritti di fondatori e mecenati: in Svizzera ferve la discussione intorno a quanto influsso il fondatore possa e debba esercitare sulla fondazione da lui istituita, lei che cosa ne pensa?
«Come fondatore, ho sempre partecipato direttamente alle scelte e alle attività delle mie fondazioni. La sento come una responsabilità, penso sia un mio dovere quello di valutare insieme ai consiglieri e al mio team i progetti da sostenere. Soprattutto mi piace essere molto presente, mi lascio ispirare e cerco di ispirare, discutiamo e approfondiamo le priorità in modo non scontato, con un metodo rigoroso.
Credo che la cosa importante sia la flessibilità, non mi sento a mio agio con metodi di lavoro troppo rigidi. Penso che una fondazione debba prima di ogni altra cosa fare delle scelte molto nette sul tipo di investimenti del patrimonio. Fin dall’inizio insieme ai miei consiglieri abbiamo deciso di scegliere investimenti etici, possibilmente “verdi”, perché preferisco avere meno risultati piuttosto che investire in titoli molto redditizi ma ambigui. Penso che prima di preoccuparsi dell’influenza dei fondatori sulla vita delle fondazioni sia importante pensare a come investe una fondazione.
Ma ho una grande stima per le istituzioni benefiche svizzere e credo che questa riflessione sia importante, è la dimostrazione che la filantropia sta crescendo e che la Svizzera, che ha una lunga storia nella filantropia mondiale, potrà essere una guida preziosa per il futuro».
Qual è la sua visione, che cosa deve cambiare nella filantropia internazionale perché quest’ultima diventi ancora più efficiente?
«Affronto spesso questo punto con il mio team e con le persone importanti della mia vita. Nel mondo ci sono molte persone ricchissime, molte fondazioni filantropiche con patrimoni enormi. Penso che questi patrimoni tutti insieme potrebbero avvicinarsi al PIL di uno Stato. Dovremmo trovare la strada per unire le nostre forze, condividendo alcuni obiettivi comuni, pur nelle nostre diversità, per dare inizio a un vero cambiamento del nostro modo di concepire il mondo e la vita. Non ne servono molti, secondo me, di questi obiettivi comuni: il rispetto dei diritti umani, il rispetto della natura e dell’ambiente, la promozione di ideali che rifiutano ogni tipo di violenza, la lotta alla povertà. Sono obiettivi che già ci uniscono e che potrebbero ispirare in modo positivo le scelte politiche dei nostri governi: perchè non dovremmo farlo? Siamo anche noi liberi cittadini che si assumono la responsabilità di aiutare a costruire un mondo più vivibile, la nostra esperienza dovrebbe essere ascoltata».
La storia di Elsa Peretti
È nata a Firenze il 1 maggio del 1940. Ha studiato a Roma, Milano e in Svizzera. Alla fine degli anni ’60 si trasferisce a Barcellona dove inizia la sua carriera da modella. Lavora con i grandi fotografi dell’epoca come Salvador Dalì e Oriol Maspons, per poi trasferirsi a New York nel 1968 dove sfilerà per tutti i più grandi geni della moda internazionale. Con Halston inizia anche una vera e propria collaborazione professionale, Elsa disegnerà i primi gioielli che le daranno fama e successo internazionale. Nel 1972, Bloomingdale’s apre il primo negozio dedicato alle sue creazioni e nel 1974 Elsa firma il primo contratto in esclusiva con Tiffany & Co. Negli anni, Elsa riceve una serie di premi prestigiosi a conferma del suo straordinario talento di designer, le sue creazioni sono esposte in collezioni permanenti nei principali musei del mondo.