È decisamente “A Collection in Progress”, non si ferma mai. Sia nella sua entità, visto che puntualmente s’arricchisce di nuove opere, sia nel presentarsi al pubblico, un riferimento costante nonostante la pandemia di questi ultimi tempi. La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati vive e pulsa con la città come conferma l’attuale, ampia attenzione all’opera di Pietro Consagra, che entra in dialogo con il pubblico ma anche con un nuovo, specifico allestimento della Collezione.

Collezione-pubblico-città di Lugano: un rapporto voluto?

«Certamente. Con regolarità esponiamo la nostra Collezione al pubblico in base a un progetto ambizioso nei confronti anche della Città. La Collezione esiste anche perché ci siamo impegnati ad esporla ed abbiamo promesso di donarla alla Città di Lugano attraverso il MASI, di cui già è parte integrante nel circuito espositivo».

Un progetto ambizioso che nasce…

«Nasce dal casuale incontro con Giancarlo Olgiati. Era il 1985 al SIMA di Venezia, il salone d’arte internazionale dove le migliori gallerie europee ed americane erano invitate a presentare le tendenze dell’arte. Giancarlo partecipava come collezionista, io da gallerista. Quell’incontro ha prodotto una scelta di vita sul piano affettivo e un progetto collezionistico. Su queste basi, la Collezione è partita da un progetto chiaro: rappresentare l’arte del ‘900 in particolare italiana con un costante rimando alle avanguardie storiche».

Lei godeva già di ottime credenziali nel settore dell’arte…

«Ero una professionista, avevo con altri due soci con la Galleria Fonte d’Abisso di Modena, la prima a documentare con esposizioni e cataloghi il legame tra Futurismo e altre avanguardie europee. È poi nata una seconda Galleria a Milano, dedita sempre alle avanguardie storiche con al centro l’approfondimento del Futurismo italiano. Non bisogna dimenticare che un gallerista serio non solo espone e vende, ma fa ricerca, per cui è fondamentale l’aspetto curatoriale. Rientro in questa categoria di galleristi, mi considero una ricercatrice».

Lo dicono i libri e cataloghi con suoi saggi, lo confermano i contenuti e la vitalità dell’Archivio futurista…

«Riunisce 1250 titoli di libri futuristi, tutte edizioni originali e rare, oltre a manifesti, giornali, riviste, documenti e scritti autografi raccolti nel corso della mia attività professionale. L’Archivio futurista è stato creato per motivi di studio e ricerca, è considerato uno dei tre più importanti al mondo, è diventato una vera e propria Collezione nella Collezione ed è presente nel nostro spazio espositivo».

Torniamo a quell’incontro veneziano e alle sue premesse…

«Avevo iniziato l’attività nel 1978 a Modena inaugurando la Galleria Fonte d’Abisso con una mostra di Piero Manzoni, a conferma dell’interesse per le avanguardie dell’arte partendo da quelle italiane, che vedono al centro lo studio della materia. Tutto parte da quella prima mostra e dall’interesse per il Futurismo, dove la materia è la luce. La luce torna sempre nelle avanguardie concorrendo a definire il concetto di spazio, basti pensare a Lucio Fontana. Quella mostra su Piero Manzoni era stata curata da Vanni Scheiwiller, autore del primo importante catalogo di Manzoni. L’interesse per l’arte degli anni ’50 e ’60, di cui mi sono occupata molto, si innesta nel Futurismo italiano e nelle avanguardie europee, autentiche rivoluzioni dell’arte, della cultura e del pensiero».

La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati riflette tutto questo?

«Certo, riflette il nostro percorso culturale. Sul mio versante nasce dall’attività di gallerista e studiosa partendo dal primo ‘900 tra Futurismo ed avanguardie europee fortemente collegate ai futuristi italiani. Centrale è la figura di Marinetti, autentico propulsore del messaggio rivoluzionario futurista. Ha viaggiato per tutta l’Europa ed in particolare in Russia, ha influenzato i grandi artisti dell’avanguardia di quel paese prima della rivoluzione bolscevica.

I miei primi passi dell’attività espositiva dei futuristi iniziano con Fortunato Depero, che insieme ad Enrico Prampolini ha rappresentato nel modo più innovativo la seconda generazione del movimento futurista».

Depero, appunto, di cui lei s’è molto occupata…  

«Anzitutto per ragioni biografiche. Emiliana di famiglia, sono nata a Rovereto, come Depero. Avevo quindi la possibilità di contattare collezionisti, di approfondire documenti ed opere. L’opera di Depero porta direttamente dentro il Futurismo, che a quel tempo in Italia non godeva di grande considerazione anche per alcuni veri o presunti contatti con il fascismo. Ma sul piano storico il Futurismo precede nettamente il fascismo, il Manifesto è del 1909. I futuristi erano movimentisti, contro le regole, la guerra era velocità… Il primo Depero del 1916-17, le Velocità del 1913 e il ciclo delle Stagioni del ‘16 di Giacomo Balla non hanno nulla di politico o ideologico che possa fare presagire esiti di tipo fascista. Erano opere dell’astrattismo più innovativo. Il fatto che nel dopoguerra il Futurismo fosse accostato all’epoca fascista e quindi non preso in seria considerazione mi ha permesso di fare mostre e recuperare opere importanti, che mi hanno consentito di partecipare con prestiti alla grande mostra Futurismo & Futurismi nel 1986 a Venezia, Palazzo Grassi, allora di proprietà della FIAT. Gianni Agnelli aveva una predilezione per l’opera di Giacomo Balla».

Anche qui un punto di partenza…

«O, meglio, di conferma, visto che oltre alle mostre in Galleria, per le quali ero ben conosciuta, avevo molto lavorato al catalogo ragionato di Balla, importante per me come ricerca personale, edito dalla Galleria ed ancora oggi pubblicazione di riferimento su questa figura centrale del Futurismo e in generale delle avanguardie. È stata avvincente la schedatura e l’archiviazione di tutte le opere, mesi e mesi a casa delle sorelle Balla, una storia di studio e di grande passione».

Poi gli artisti italoamericani con cui la Galleria chiude nel 2010; le loro opere fungono da cucitura nell’attuale mostra luganese tra Consagra e le specifiche scelte della Collezione…

«La mostra s’intitolava “Italo Americani, arte tra USA e Italia dalla ricostruzione al boom”. Il collegamento Roma-New York è stato fecondo anche per dimostrare quanto il mondo dell’arte fosse internazionale sin dalla metà del ‘900. Ho sempre considerato importante il rapporto tra l’arte italiana e le avanguardie di matrice culturale occidentale. È uno dei fondamenti anche della nostra Collezione. Continuiamo a sviluppare questo confronto attraverso uno sguardo che dalle prime avanguardie ai allarga sull’Arte povera ed arriva all’arte del nostro tempo. A conferma dell’apertura della Collezione alla contemporaneità».

Quale il rapporto tra dimensione privata e Collezione?

«La mia storia, prima di gallerista e poi di collezionista con Giancarlo, si basa su collegamenti storici, sulle nostre personali esperienze, sul rapporto stretto con artisti, uomini e donne, mostre ed opere. Le esposizioni sono sempre state accompagnate da cataloghi. Il libro rimane uno strumento indispensabile e nasce anche dai rapporti con i curatori, dal confronto delle mie, nostre idee su un autore o una mostra con gli specialisti in materia, per insieme formulare un progetto. Non ho mai affidato una mostra senza entrare nel suo sviluppo, così come nella Collezione non abbiamo mai inserito un’opera che non fosse necessaria anche sul piano personale».

Un progetto di vita che continua…

«Non è pensabile per me vivere senza arte. Fin dall’inizio è stata una scelta di passione e di apertura. Le pur ovvie difficoltà non le senti perché la passione è più forte dei problemi. Credo sia un fatto quasi cromosomico, il rapporto fisico con l’opera fa parte per così dire del mio DNA. La Collezione è un progetto di vita che aiuta a vivere meglio. Giancarlo ed io ci siamo molto divertiti, e tuttora è così, nel frequentare artisti, gallerie, mostre, personaggi interessanti con passioni simili alle nostre. Il collezionismo introduce in un mondo di qualità. Occuparsi della Collezione significa impegnarsi e assumersi delle responsabilità, ma posso dire che la bellezza aiuta a rafforzare anche i rapporti privati».