Questa frase racchiude ciò che penso da sempre: la filantropia non è solo una risposta a dati bisogni, ma una forza generativa, un gesto culturale, un atto di fiducia, una forma di progettazione sociale. Quando parlo di filantropia, non mi riferisco semplicemente alla donazione di risorse, ma alla capacità di immaginare ciò che ancora non esiste e di agire affinché possa esistere. Questa definizione di partenza comporta la necessità di definire con maggiore dettaglio le implicazioni e le diverse chiavi di lettura del tema.

Un gesto culturale

La filantropia è, prima di tutto, cultura applicata. Ogni gesto filantropico è anche un gesto simbolico. Sostenere un artista, una mostra, un festival non significa solo finanziare un’attività: significa contribuire alla costruzione di senso, alla memoria collettiva, alla possibilità di pensare insieme. In questo senso, il filantropo è anche un architetto sociale.

Come ho scritto in Stiftung & Sponsoring, «la cultura non è lusso, è necessità. È ciò che ci rende umani, ci collega agli altri e ci permette di immaginare mondi migliori». La filantropia culturale è dunque un investimento nell’intelligenza collettiva, nella capacità di una società di interpretare sé stessa e di reinventarsi. La dimensione collettiva comporta, però, necessariamente, la creazione di un sistema di relazioni basato sulla fiducia.

Un atto di fiducia

Credo infatti profondamente nella Trust-Based Philanthropy, un approccio che pone al centro la fiducia reciproca tra donatore e beneficiario per promuovere l’innovazione e il cambiamento sociale superando le tradizionali dinamiche di potere tra donatore e richiedente. Nel contesto di un simile approccio la fiducia è la moneta più preziosa nel rapporto tra donatore e beneficiario, il capitale più importante di ogni fondazione. Infatti, senza fiducia nessuna relazione filantropica può durare o produrre un vero cambiamento.
La fiducia, oltre ad essere un meccanismo psicologico positivo che aiuta a sentire corrisposte le proprie aspettative, è anche un capitale sociale che consente di costruire legami significativi e duraturi. Inoltre, essa rappresenta la condizione che permette di innovare, di aprire spazi nuovi, di dare voce a chi non ne ha. In un rapporto presieduto dalla fiducia, donare è un modo per creare connessioni significative e arricchire identità e senso di appartenenza, è un gesto che costruisce legami e genera fiducia a sua volta, e proprio in questa dinamica relazionale la filantropia trova la sua forza trasformativa.

Educare alla filantropia

Partendo da queste considerazioni, uno degli obiettivi centrali del mio lavoro è quello di contribuire a formare una nuova generazione di Philanthropy advisor e di filantropi consapevoli, che sappiano organizzare il loro lavoro e i loro progetti con metodo. Attraverso corsi, pubblicazioni di libri e di articoli che raccontano storie di generosità, come anche attraverso consulenze, invito a pensare la filantropia come una pratica riflessiva, capace di interrogarsi su impatto, etica e sostenibilità. L’obiettivo finale che mi propongo è quello di trasmettere la cultura del dono» come «un atto d’amore intergenerazionale. Ciò significa educare alla responsabilità, alla cura e alla costruzione di legami duraturi, che sono possibili soltanto se si costruiscono relazioni generose e solide nel futuro tempo. Se è vero che non esiste una formula precisa per rendere gratificante e duratura una relazione, è altrettanto vero che saper capire l’altro, considerando le sue aspettative, è certamente la base per costruire una solida relazione generosa.

Sono convinta, quindi, che la filantropia debba essere insegnata come linguaggio, come forma di cittadinanza attiva, come modo di essere nel mondo, e in questo contesto la dimensione del tempo non deve essere sottovalutata. Viviamo in un’epoca dominata dall’urgenza. Ma la filantropia richiede tempo. Tempo per ascoltare, per comprendere, per costruire. Il filantropo paziente sa che il cambiamento profondo non si misura in trimestri, ma in generazioni. Per questa ragione, sono convinta che le fondazioni siano laboratori di futuro, spazi dove la visione incontra la pazienza, che è una virtù strategica, e dove la generosità si trasforma in azione orientata da una metodologia consolidata.

Una forma di progettazione sociale

Il modo in cui parliamo di filantropia influenza il modo in cui la pratichiamo. Parole come “benefattore”, “donatore”, “sponsor” portano con sé visioni diverse e rimandano a contesti diversi fra loro. Io preferisco parlare di “partner culturali” e di “alleati sociali”, perché ritengo che la filantropia non sia un gesto unilaterale, ma una relazione, e ogni relazione ha bisogno di un linguaggio condiviso.

Il dono non è solo denaro, è tempo, visione, ascolto». Pertanto, «donare nel contesto di una relazione generosa significa far fiorire consapevolezza del valore generato, partecipazione e felicità. È molto più del bene scambiato: è un processo che trasforma entrambi i soggetti coinvolti. 

Filantropia e pace

Questo scambio che trasforma è un fattore determinante anche nell’ambito delle crisi politiche che stiamo attraversando. Può la filantropia offrire un contributo alla risoluzione dei conflitti e delle crisi che caratterizzano la nostra società contemporanea? La pace non è solo assenza di guerra, ma presenza di relazioni, di cura, di ascolto. In un mio recente intervento ho parlato della filantropia come diplomazia civile. Nei contesti fragili, il gesto filantropico può creare ponti, generare fiducia, sostenere processi di riconciliazione. La filantropia, in questo senso, è anche politica – nel senso più alto del termine – perché costruisce coesione e ascolto reciproco.

Ecologia e tecnologia

L’arte non è decorazione, è trasformazione. Sostenere l’arte significa sostenere la capacità di immaginare, di interrogare, di provocare. La filantropia culturale è quella che non teme il dissenso, che accetta il rischio, che investe nell’invisibile.
Allo stesso modo, la crisi climatica ci impone una nuova responsabilità. La filantropia può sostenere la transizione ecologica, ma deve farlo con visione sistemica. Non basta piantare alberi: bisogna ripensare i modelli di sviluppo, le relazioni con il territorio, le forme di consumo. La filantropia ecologica è quella che pensa il pianeta come bene comune.
E poi c’è la tecnologia: l’intelligenza artificiale, la blockchain, le piattaforme digitali stanno cambiando il modo in cui doniamo, monitoriamo, collaboriamo. Ma la tecnologia non è neutra. Va interrogata, guidata, umanizzata. La filantropia può e deve essere un laboratorio etico per l’innovazione tecnologica. 

Una forza generativa

In un mondo globalizzato, inoltre, la filantropia deve riscoprire il valore del locale. Le comunità hanno bisogni, storie, risorse specifiche. Ascoltarle, coinvolgerle, sostenerle è fondamentale. La filantropia di prossimità è quella che cammina accanto, che non impone, che accompagna.

Il dono è una forma di cura sociale, un gesto che risana e ricostruisce legami, che restituisce dignità e speranza. È nella prossimità che la generosità trova la sua autenticità

La filantropia è  memoria

La filantropia è anche gesto di memoria. Sostenere archivi, musei, testimonianze non è solo conservare: è resistere all’oblio, è dare voce a ciò che siamo stati per illuminare ciò che possiamo diventare. È un atto di cura verso le radici, un abbraccio al passato che ci guida nel futuro. La memoria non è mai neutra: è un atto politico, e la filantropia può esserne la custode più silenziosa e potente.

Ma la filantropia è anche amore per il possibile. «La generosità non è mai neutra: è una scelta, una presa di posizione, una dichiarazione di fiducia nell’altro e nel mondo», ricordavo in un’intervista. Donare è credere che l’incerto possa fiorire, che il futuro non sia un destino da subire ma un orizzonte da costruire. Il dono, in tutte le sue forme, è un gesto audace: genera ciò che ancora non esiste, rende visibile l’invisibile, e ci ricorda che ogni atto di fiducia è già una forma di rivoluzione.

Perché, la filantropia non è carità, è corresponsabilità. È l’arte di costruire futuro insieme.

Elisa Bortoluzzi Dubach: “Seminare la pace”