Lei è uno dei più profilati Major Donor Fundraiser d’Italia. In che cosa consiste concretamente l’attività di un Major Donor Fundraiser?
«Consiste in tre cose principalmente: comprendere il potenziale (economico, di interesse e sensibilità verso la Buona Causa) di ogni donatore; coltivarne la fiducia, attraverso lo sviluppo di una relazione personale, per far crescere consapevolezza e desiderio di fare di più; offrire opportunità di donazione e sostegno a progetti in linea con i suoi ideali.
La fiducia è un elemento fondamentale nel rapporto fra chi desidera rendere il mondo un luogo migliore e le Organizzazioni che realizzano progetti per farlo. E la fiducia si nutre di informazione e partecipazione. Il Major Donor Fundraiser deve essere ponte tra i Grandi Donatori e i progetti che sostengono, garantendo un’esperienza filantropica diretta e appagante.
Donare rende felici. Ma non è sempre facile. Noi dobbiamo essere dei facilitatori: fornendo gli strumenti necessari per donare consapevolmente e comprendere il valore creato, aumentiamo il livello di soddisfazione e felicità!».
Che cosa fa invece un Philanthropy Advisor?
«Accresce la consapevolezza dei donatori riguardo all’impatto che possono generare nelle comunità, favorisce un approccio strategico nella scelta delle realtà a cui destinare i loro contributi e dei progetti che possono rispondere meglio alle loro aspettative e ai loro desideri».
Quali qualità sono richieste per fare un lavoro come il suo?
«Sono molte e spaziano dalle abilità di tipo relazionale e di leadership a quelle strategiche e di pianificazione, dalle doti di scrittura alla capacità di ascolto e di comprensione dell’altro. Tra tutte, quelle fondamentali, a cui non rinuncio quando cerco una persona da inserire nel mio team sono però: entusiasmo e dedizione, rispetto assoluto per i donatori e grande riservatezza, integrità morale, abilità nel trasmettere emozione e “rendere contagiosa” la fiducia nella propria organizzazione.
Come si costruisce una rete di Grandi Donatori?
«Partendo dal cuore dell’organizzazione. Si individuano i potenziali Grandi Donatori all’interno della governance, della rete dei volontari e soprattutto della base dei donatori. Dopo aver sviluppato il potenziale e accresciuto il coinvolgimento di ciascuno, si potranno percorrere le direttrici delle relazioni personali e professionali di quelli, fra loro, che saranno disposti a diventare “ambasciatori” del buon operato dell’organizzazione. Mi sembra che su questo aspetto però il contesto italiano sia abbastanza diverso da quello svizzero: in Italia i Grandi Donatori raramente desiderano entrare in rete con altri filantropi, preferendo invece mantenere un controllo “esclusivo” sui progetti che finanziano e un livello di riservatezza molto elevato riguardo alle proprie donazioni e scelte in campo sociale».
Che cosa consiglierebbe a chi vuole acquisire competenze in questo settore?
«Credo che per diventare un bravo Major Donor Fundraiser siano importanti tre cose: formarsi (in Italia esistono diversi master universitari e corsi di alto livello); tenersi aggiornati leggendo (esiste molta letteratura, soprattutto ma non solo sull’esperienza anglosassone) e partecipando a conferenze e convegni; fare tanta esperienza. Come in ogni altro campo è fondamentale mettere in pratica ciò che si è letto e studiato. Per allenare la capacità di ascolto, l’intuito e le doti comunicative e di persuasione la migliore palestra è il confronto con i propri Grandi Donatori!»
Lei è da anni responsabile del settore grandi donazioni della Fondazione AIRC. Di che cosa si occupa la Fondazione AIRC?
«Fondazione AIRC sostiene la ricerca sul cancro grazie a una raccolta fondi trasparente e costante da 55 anni. I fondi donati da imprese e privati cittadini vengono distribuiti alla comunità scientifica sulla base di bandi per finanziare progetti scientifici innovativi e percorsi di formazione e specializzazione dei giovani talenti della scienza, selezionati grazie a un processo di valutazione estremamente rigoroso (fondato sul metodo del peer review). Attualmente la Fondazione sostiene oltre 5.000 ricercatori – di cui il 61% donne e il 51% ‘under 40’ – per portare nel più breve tempo possibile i risultati dal laboratorio al paziente. In oltre 50 anni di impegno abbiamo distribuito oltre 1 miliardo e seicento milioni di euro per il finanziamento della ricerca oncologica. Fondazione AIRC si impegna inoltre a diffondere l’informazione scientifica e a promuovere la cultura della prevenzione nelle case (attraverso l’invio della rivista Fondamentale a oltre un milione di famiglie e attraverso il sito airc.it), nelle piazze, nelle scuole, sui media. Conta 4 milioni e mezzo di sostenitori, una rete di 20mila volontari e un radicamento profondo nel territorio attraverso 17 comitati regionali».
Viviamo un periodo di grandi incertezze. Questo ha avuto effetti sul flusso delle vostre donazioni?
«Nel 2020 anche Fondazione AIRC si è confrontata con gli effetti economici della pandemia di Covid-19. Ciò nonostante non è diminuita la generosità dei sostenitori – consapevoli del fatto che anche nei momenti di emergenza nazionale il cancro non aspetta – e a gennaio 2021, in linea con quanto avvenuto negli anni precedenti, abbiamo potuto erogare oltre 125 milioni di euro alla comunità scientifica oncologica, permettendo ai ricercatori di non rallentare il loro prezioso lavoro nei laboratori!
In particolare, la raccolta fondi da Grandi Donatori è aumentata del 30% rispetto al 2019. Questo risultato non mi ha stupito. Credo infatti che la pandemia, stravolgendo le nostre vite, ci abbia insegnato alcune cose importanti: che siamo molto più esposti e fragili di quanto avevamo creduto, che il nostro futuro dipende tantissimo da ciò che la ricerca sarà in grado di produrre, in tanti campi, nei prossimi anni, che dobbiamo assolutamente pensare al bene comune, condividere le nostre risorse e unire le forze. La mia impressione è che l’esperienza che abbiamo vissuto (e continuiamo a vivere), abbia aumentato il nostro personale senso di urgenza. Sostenere le buone cause che abbiamo a cuore è oggi una necessità ancora più sentita di prima».
Come comunicate con i mecenati?
«Comunichiamo con ogni Grande Donatore con le modalità più adeguate alle sue preferenze anche in termini di frequenza di contatti: generalmente all’invio di lettere e email si affiancano telefonate e incontri. È importante che il donatore senta non solo che ciò che sta facendo al nostro fianco non viene dimenticato, ma anche che è vivo il legame con i progetti che sta sostenendo (che siano Borse di studio o Grant per team di ricercatori). Per questo motivo accompagniamo i donatori durante tutto lo sviluppo dei loro progetti e, grazie ad aggiornamenti puntuali, incontri e contatti diretti con i ricercatori, diamo l’opportunità di toccare con mano l’impatto che hanno generato.
Da marzo 2020, con le restrizioni imposte dal Covid-19, abbiamo cercato nuove modalità per far sentire i donatori comunque coinvolti. Ciò che facevamo prima – incontri di persona e visite ai laboratori – è diventato complesso o impossibile. Di fronte a questo nuovo scenario, abbiamo creato degli spazi di incontro virtuali. Alcuni dei donatori hanno così conosciuto in videochiamata il ricercatore a cui è stata destinata la loro grande donazione, altri hanno partecipato a incontri di approfondimento, anche questi organizzati in forma virtuale».
La sua visione per il futuro della professione?
«In Italia e in gran parte dell’Europa, il Major Donor Fundraising è ancora poco sviluppato e immagino che nei prossimi anni assisteremo a una decisa espansione: sempre più Organizzazioni si doteranno di uffici dedicati e personale professionalizzato. Quello che auspico è che i Major Donor Fundraiser del prossimo futuro siano sempre più in grado di orientare i filantropi verso una visione basata sull’impatto che possono generare, favorendo in loro un approccio sempre più strategico. Attendo con fiducia (e spero che arrivi presto!) il giorno in cui, nelle conversazioni fra filantropi e fundraiser, il termine beneficenza sarà definitivamente sostituito dal concetto di investimento: nel bene comune e nello sviluppo delle comunità di cui tutti facciamo parte».
Chiara Blasi
Chiara Blasi ha una laurea in Matematica, 13 di lavoro in campo profit e oltre 20 anni di esperienza nel Fundraising. È stata Responsabile dell’Area Major Donor di AMREF dal 2011 al 2014, Direttore Raccolta Fondi e Relazioni con gli Alumni di LUISS Guido Carli dal 2014 al 2015, e Consulente per il Major Donor Fundraising per diverse non profit italiane dal 2015 al 2017.