Lo si riconosce subito dalle scarpe variopinte e dalle calze un po’ pittoresche. Non si possono nemmeno non notare le sue gambe fini come raggi. Non quelli del sole, ma quelli della bicicletta, una tra le più grandi passioni di Stefano Ferrando, noto giornalista della RSI. Il suo secondo grande amore, sempre sportivamente parlando, è la racchetta da tennis, che tante gioie gli ha dato dalla cabina di commento. Non abbiamo parlato né di Federer, né di Nadal, e questa è già di per sé una notizia. Da qualche anno, infatti, Stefano si occupa di commentare per la Radiotelevisione svizzera quasi tutto quello che offre il panorama ciclistico nel corso dell’anno, Tour de France compreso.
E la Grande Boucle come ogni anno (Covid a parte) tornerà ad animare le strade francesi, e non, durante il prossimo mese di luglio. Previsto dal 1° al 24 luglio, il Tour rimane l’appuntamento a tappe più importante e più seguito al mondo. Centinaia di ciclisti che faticano per settimane con un solo obiettivo: quello di arrivare all’ultimo giorno sui Campi Elisi di Parigi, dove viene premiata la maglia gialla del leader della classifica generale.
Nelle ultime due edizioni ad imporsi è stato Tadej Pogačar, prodigio sloveno di 23 anni che ha sbalordito il mondo vincendo nel 2020 e bissando il trionfo un anno più tardi. Naturalmente il giovane gode dei favori del pronostico anche quest’anno, in quello che si annuncia un Tour de France… in lingua slovena. Sì, perché sono in molti a credere che la maglia gialla 2022 sarà un affare esclusivo tra il talento di Komeda e il connazionale Primož Roglič. Il 32enne nel 2020 ha chiuso al secondo posto, mentre nel 2021 ha dovuto ritirarsi dopo l’ottava tappa a causa di problemi fisici. Il ciclista della Jumbo-Visma si presenterà nuovamente al via con un unico pensiero in testa: salire per la prima volta sul gradino più alto del podio parigino.
E che Pogačar e Roglič abbiano una marcia in più degli altri lo pensa anche il nostro interlocutore: «Mi aspetto un Tour combattuto, ma tutto ruoto attorno ai due sloveni, se stanno bene non vedo altri possibili vincitori. Roglič viene da una primavera al di sotto delle sue capacità a causa di un problema al ginocchio. Pogačar invece sta decisamente meglio, ogni volta che gareggia… praticamente vince! Gli altri dovranno stare pronti e approfittare di qualche passaggio a vuoto. La storia insegna che a volte succede anche ai più grandi».
Ferrando è però curioso di vedere come si comporterà Pogačar con il clima torrido che potrebbe esserci durante il mese di luglio: «Ha vinto due Tour che io definisco invernali. Nel 2020 è partito tardi a causa del Covid e quindi è stata un’edizione fresca: la classica canicola che accompagna solitamente i ciclisti non è esistita. Nel 2021 stessa situazione con tappe davvero fredde. Per avere dei giorni un po’ caldi siamo arrivati alla tappa del Mont Ventoux. Non era una giornata torrida, ma guarda caso è stata l’unica volta dove è andato un po’ in difficolta e ha sofferto. Sono davvero curioso di vederlo in condizioni normali, con il caldo classico».
Caldo o non caldo, sembra davvero non esserci un terzo incomodo che possa inserirsi nella lotta al primo posto. Scorrendo la lista dei partecipanti, il giornalista scuote il capo ad ogni nome che passa sotto il dito. Anche quello del quattro volte vincitore Chris Froome, da tempo lontano dalla forma migliore a causa di un grave infortunio, non lo scompone: «Lo escludo e priori dai giochi che contano, ma ora sta venendo fuori tutta la sua passione per il ciclismo. Correre ancora quando prendi legnate su legnate ed essere ancor più disponibile rispetto al passato è un bel messaggio».
Il dito ritorna a scendere verso il fondo della lista, ma questa volta si blocca senza indugi quando incontra la “S” di Stefan Küng, che altri non è se non il rossocrociato su cui la Svizzera ripone le maggiori speranze per vedere un atleta elvetico con addosso la maglia gialla per qualche giorno: «Si parte da Copenhagen e il prologo è sempre molto affascinante perché la prima maglia gialla può finire sulle spalle di gente che poi chiude lontana in classifica. Spero che sia il nostro Küng a indossarla, anche se so che non è affatto scontata come cosa. È migliorato moltissimo nelle corse con più dislivelli, ma temo che questo l’abbia portato a perdere qualcosa a cronometro». Küng non è però l’unica freccia nell’arco elvetico, almeno per le vittorie di tappa: «La Svizzera potrebbe togliersi qualche soddisfazione in salita con Gino Mäder, che abbiamo visto più volte competitivo quando la strada sale. È arrivato quinto alla Vuelta, che è il giro fatto su misura per gli scalatori, quindi ha sicuramente delle possibilità».
Le salite saranno sicuramente uno dei fattori che determineranno la generale, assieme alla cronometro della penultima tappa, ma secondo Ferrando c’è una frazione che potrebbe dare qualche scossone alla classifica: «Occhio al pavé della quinta tappa. Nel 2014 Nibali mise una grande ipoteca per la maglia gialla proprio sulle pietre. Sarà solo una tappa, sicuramente lì non si vince il Tour, ma, come spesso si dice, lo si può perdere definitivamente. Naturalmente le salite faranno la loro parte per quel che concerne i primi posti, in questo senso trovo molto suggestivo che il 14 luglio, non una data qualunque in Francia, sia previsto l’arrivo sull’Alpe d’Huez».
E a proposito del percorso, la carovana farà visita anche alla Svizzera per la prima volta dal 2016. L’ottava frazione del 9 luglio si concluderà infatti a Losanna, mentre la nona partirà da Aigle in direzione di Châtel, comune dell’Alta Savoia non lontano dal confine, e percorrerà 145 km tra Vaud, Friborgo e Vallese. Un’occasione per vedere da vicino la Grande Boucle che sicuramente sarà sfruttata da moltissimi appassionati, che torneranno a popolare le strade come prima della pandemia. Il calore e i colori dei tifosi saranno all’ordine del giorno e lo spettacolo sarà garantito. L’importante è che a farne le spese non siano i ciclisti stessi, ancora troppe volte vittime di cadute causate da gesti inappropriati dei supporter. «Ho riflettuto sull’intervista di Bardet all’Equipe. Diceva che avendo famiglia, preferisce evitare certi grossi rischi nelle traiettorie. Mi ha fatto pensare a Enzo Ferrari, che dichiarava apertamente di non volere i piloti con i figli, perché pensano di più e rischiano di meno». Rischi che sicuramente dovranno prendersi però Pogačar e Roglič, perché la differenza tra la gloria eterna e l’oblio potrebbero farla anche pochissimi secondi.