Sono stati spesi fiumi di inchiostro sul tema delle pari opportunità e dell’indipendenza economica della donna, ma di fatto, nel 2021 questa tanto agognata parità è ancora un’utopia e sicuramente resterà così ancora per molto tempo. Diversità di guadagni, di trattamento, di numeri nei posti di lavoro importanti e meno importanti, e questo un po’ in tutti i settori. Senza dimenticarci che le donne sono spesso costrette a scendere a compressi, mentre gli uomini non sanno neanche cosa significa la parola “compromesso”, o se la conoscono faticosamente sono disposti ad accettarla.

Il settore artistico e il sistema dell’arte contemporanea non sono da meno, anzi sono uno specchio crudo e nudo di questa consolidata realtà. E se già fare l’artista oggi non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, quando a ricoprire questo ruolo è la donna la parola “artista” viene completamente sostituita con quella di “hobbista” o “nullafacente”. Se nella storia dell’arte internazionale i nomi femminili che si ricordano sono pochissimi perché in passato alle donne non era concesso dedicarsi all’arte o erano per lo più le compagne meno famose di ben più conosciuti artisti (si ricordano Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Frida Kahlo… e qualche altro nome che è possibile contare sulle dita della mano), nell’arte contemporanea i numeri delle donne che si sono o si dedicano all’arte sono in aumento, ma non abbastanza, e le donne continuano ad essere valutate sul mercato sempre meno rispetto agli uomini. Per le donne che hanno intrapreso o intraprendono la strada di gallerista, curatrice, giornalista d’arte, critica, il discorso resta più o meno identico: pochi nomi e raramente si trovano ai vertici. La prima Biennale d’arte di Venezia curata da una donna è stata nel 2005 (a centodieci anni dalla fondazione), quando la direzione artistica venne affidata ad un duo di donne, Maria de Corral e Rosa Martinez. Da allora ci sono state altre due edizioni interamente curate da donne: quella del 2011, con Bice Curiger, e quella del 2017, con Christine Macel.

L’inchiesta intende proprio indagare che cosa significa essere artiste donne nella società di oggi e qual è il loro ruolo all’interno del sistema e del mercato contemporaneo.

Hanno partecipato all’inchiesta:

  • Jo Fabbri (J.F.), IMAGO Art Gallery
  • Gianna A. Mina (G.M.), Direttrice Museo Vincenzo Vela 
  • Cristina Sonderegger (C.S.), Curatrice MASI Museo d’arte della Svizzera italiana
  • Elena Buchmann (E.B.), Buchmann Galerie Lugano
  • Sira v. Waldner (S.W.), AION Private Art Service & Consulting SA
  • Misia Bernasconi (M.B.), Storica dell’arte

Quali sono state le difficoltà incontrate, proprio in quanto donna, per conquistare la fiducia dei suoi colleghi uomini?

J.F.: «Non essendo un uomo non è scontato mettermi nei panni dell’altro sesso, è quindi molto difficile valutare se imputare alcune difficoltà al mio genere di appartenenza. Nelle mie esperienze posso accomunare una sorta di diffidenza dell’ultimo arrivato, che trovo quasi scontata, un rito obbligato di passaggio, perché la fiducia come nella vita privata va guadagnata anche nell’ambito professionale, e l’unico modo di ottenerla è lavorare bene, lavorare bene, lavorare bene».

G.M.: «Al di là di una diffidenza iniziale, forse anche dovuta al fatto che, pur essendo ticinese, ero stata a lungo fuori Cantone, non ho riscontrato difficoltà, fatto salvo aver percepito un atteggiamento paternalistico, oggi fortunatamente quasi scomparso, da parte di alcuni esponenti di una generazione più grande. Oltre a me vi erano in Cantone altre donne alla testa di musei. Come presidente dell’Associazione dei musei svizzeri invece, non si è mai trattato di “conquistare la fiducia” dei colleghi di comitato o dei membri associati, essendo il rapporto con loro assolutamente paritetico. Sono convinta che la fiducia da parte degli interlocutori vada stimolata sia che si tratti di uomini che di donne. Per queste ultime però, è innegabile, sono talvolta richieste energie maggiori».

C.S.: «Se qualche difficoltà c’è stata, a grandi linee sono sempre riuscita ad instaurare un rapporto più che buono con i colleghi. Momenti di tensione si sono senz’altro verificati quando sono venuti a mancare il rispetto dell’ambito di competenza e l’apertura al dialogo. In maniera generale la fiducia va conquistata e soprattutto va mantenuta nel tempo».

E.B.: «Ho iniziato la mia attività di gallerista nel 1975 a San Gallo. A quei tempi non c’erano tante gallerie, come oggi. C’erano cinque gallerie in città e tre erano gestite da donne. Non ho quindi dovuto conquistare la fiducia dei miei colleghi, forse anche perché la galleria era gestita con mio marito? Con i colleghi in Svizzera tedesca e in Germania ho sempre avuto ottimi rapporti e scambi durante le fiere».

S.W.: «Non è conquistando la fiducia dei colleghi uomini o cercando l’approvazione degli altri che si raggiungono gli obbiettivi. “Le streghe hanno smesso di esistere quando abbiamo smesso di bruciarle.” (Voltaire) Per inciso si è smesso nel 1782 con Anna Göldi giustiziata a Glarona e riabilitata solo nel 2008. Non sempre chi accende un fuoco pensa a un rogo. Affrontare i pregiudizi e come dover mangiare un elefante: a piccoli bocconi. Il tempo, la pazienza e i risultati raggiunti ci daranno ragione. Se così non fosse avremmo ancora oggi il problema delle streghe».

G.M.: «Al di là di una diffidenza iniziale, forse anche dovuta al fatto che, pur essendo ticinese, ero stata a lungo fuori Cantone, non ho riscontrato difficoltà, fatto salvo aver percepito un atteggiamento paternalistico, oggi fortunatamente quasi scomparso, da parte di alcuni esponenti di una generazione più grande. Oltre a me vi erano in Cantone altre donne alla testa di musei. Come presidente dell’Associazione dei musei svizzeri invece, non si è mai trattato di “conquistare la fiducia” dei colleghi di comitato o dei membri associati, essendo il rapporto con loro assolutamente paritetico. Sono convinta che la fiducia da parte degli interlocutori vada stimolata sia che si tratti di uomini che di donne. Per queste ultime però, è innegabile, sono talvolta richieste energie maggiori».

M.B.: «Durante gli scorsi dieci anni di esperienze lavorative (dal privato al pubblico, dalla Svizzera italiana al nord delle Alpi) ho avuto la fortuna di incontrare colleghi uomini convinti – come me – che la qualità del lavoro non dipenda dal sesso. Pur essendo donna, non ho dunque, per ora, riscontrato difficoltà nel conquistare la fiducia dei miei colleghi».

In che misura anche per le donne impegnate nella carriera artistica, vige ancora il retaggio secondo il quale alla donna spetterebbero i lavori rivolti alla cura della famiglia e della casa?

J.F.: «Penso che oggi, sia nel mondo dell’arte sia in altri settori, la condizione della donna anche sul fronte professionale dipenda molto dalla società nella quale vive, dal contesto economico e culturale, e dal livello di educazione familiare. Più il contesto è sviluppato nei termini appena citati, e maggiore sarà la distanza dal retaggio legato alla donna obbligatoriamente “casalinga”».

G.M.: «Fortunatamente, nell’ambito a cui ci stiamo riferendo, questo genere di pregiudizi sono superati o perlomeno non sono presenti in maniera maggiore che in altre realtà. Le artiste non sono più una rarità, ve ne sono di affermate e di meno affermate, numerose presenti in mostre e nei media e pertanto esse fanno parte di una comunità che le accetta, riconosce unitamente alla loro professione. Resta il fatto che, alla stregua di lavoratrici e professioniste, anche loro devono esercitare quotidianamente uno sforzo per conciliare lavoro (sovente irregolare e mal retribuito) e famiglia».

C.S.: «Il mondo dell’arte e in generale della cultura si vuole aperto, propenso a lasciarsi alle spalle retaggi come quello della donna addetta alla cura della casa e della famiglia. Però, come nel resto del mondo del lavoro, anche nel settore culturale sono in essere regole e ci sono esigenze e tempistiche che spesso complicano la conciliazione famiglia e lavoro. La scelta di intraprendere una carriera artistica chiede la possibilità di concentrarsi pienamente sul proprio lavoro, molta flessibilità e disponibilità di tempo, uno spazio fisico – Una stanza tutta per sé come rivendicava Virginia Woolf – nel quale anche potersi ritirare. Per tutto ciò ci vogliono risorse non indifferenti sia finanziarie che umane spesso non disponibili, implicando inevitabili rinunce di cui spesso sono vittime proprio le donne a cui la società delega d’ufficio l’organizzazione e la gestione dei figli».

E.B.: «Dal mio punto di osservazione, avendo avuto fino dall’inizio un’attività da indipendente, non ho riscontro questi problemi. Oggi i compiti sono suddivisi in famiglia e se ci fosse ancora questo retaggio credo sarebbe più che altro in Svizzera italiana, se ci riferiamo solo alla Confederazione. La mia esperienza professionale è sempre stata rivolta alla scena internazionale e notavo già alla fine degli anni Settanta, inizio Ottanta un gran numero di donne impiegate nel settore artistico in Paesi come gli Stati Uniti, la Germania e il nord Europa».

S.W.: «Domandiamoci se è davvero necessario abbracciare gli eccessi dell’edonismo o la ricerca della concentrazione attraverso l’ascetismo per raggiungere il successo. Se la famiglia e la casa sono davvero un ostacolo. Oggi giorno vi sono tanti uomini casalinghi, padri affettuosi, mariti presenti, asili, scuole e attività extra scolastiche, che si affiancano ai sostegni finanziari, che la cura della famiglia non deve più essere considerata una scelta preclusiva alla carriera artistica. Personalmente non conosco una strada che non sia lastricata da sacrifici, specie se combinata alla famiglia, in eterno bilico fra le varie responsabilità».

G.M.: «Fortunatamente, nell’ambito a cui ci stiamo riferendo, questo genere di pregiudizi sono superati o perlomeno non sono presenti in maniera maggiore che in altre realtà. Le artiste non sono più una rarità, ve ne sono di affermate e di meno affermate, numerose presenti in mostre e nei media e pertanto esse fanno parte di una comunità che le accetta, riconosce unitamente alla loro professione. Resta il fatto che, alla stregua di lavoratrici e professioniste, anche loro devono esercitare quotidianamente uno sforzo per conciliare lavoro (sovente irregolare e mal retribuito) e famiglia».

M.B.: «Credo che questo retaggio si ritrovi nell’ambito artistico quanto in altri settori. Chi crea arte oggi lavora spesso come indipendente – il/la freelance. Questo permette una sinergia più armoniosa tra la cura del lavoro, della casa e della famiglia rispetto a quella che si può vivere lavorando da dipendente, con diritti, doveri a orari prestabiliti.  La professione di “artista” diventa così conciliabile con la figura del/della “lavoratore/lavoratrice da casa” e “curatore/curatrice di famiglia”. Ma questi ruoli possono essere sia femminili sia maschili. E sempre di più sono questi ultimi ad assumerli».

A suo giudizio quali interventi andrebbero promossi per promuovere a livello pubblico le artiste oggi ancora praticamente ‘invisibili’?

J.F.: «Non sono convinta che interventi pubblici sporadici porterebbero ad una svolta immediata: come negli altri settori c’è una lenta ma sempre più percettibile presenza femminile che aumenta e si fa sentire. Anche nel mondo dell’arte piano piano si sente la trasformazione, ma penso sia più un processo naturale che fa parte del corso dei tempi, e che non sarebbe un’azione promozionale a fare la differenza».

G.M.: «Premetto che la mia risposta fa riferimento al contesto in cui operiamo poiché, se rapportato ad altre realtà geografiche e culturali, il discorso sarebbe probabilmente assai diverso. Non direi che le donne artiste siano invisibili, ma è corretto affermare che siano meno visibili e meno sostenute dei loro colleghi. Inoltre il sistema dell’arte è decisamente complesso. Vi sono ambiti culturali e di mentalità in cui faticano maggiormente, altri – soprattutto i paesi nordici o anglosassoni – in cui la situazione è decisamente migliore e questo da più tempo. Ritengo che le istituzioni pubbliche (musei, comuni, giurie preposte a concorsi pubblici, spazi espositivi pubblici) debbano operare secondo criteri che non siano esclusivamente volti a una ricaduta mediatica e di successo di pubblico, indotti perlopiù dai grandi nomi, in maggioranza maschili. A queste istituzioni, che, in quanto pubbliche e rappresentative della società intera, dovrebbero annoverare al loro interno una solida rappresentanza femminile, andrebbe chiesta una particolare attenzione nei confronti della produzione femminile qualificata e della sua presenza costante nei luoghi deputati. Solo così, col tempo e passo dopo passo, vi sarà una presa di coscienza più ampia di questo contributo imprescindibile».

C.S.: «Se molto negli ultimi anni sta cambiando, siamo ancora lontani dall’appianare il dislivello di presenze tra uomini e donne nelle mostre personali o collettive presso le istituzioni artistiche di prestigio. Personalmente penso che i calendari espositivi dovrebbero programmaticamente presentare allestimenti in cui le artiste sono protagoniste o co-protagoniste. Un mondo come quello dell’arte che si vuole progressista dovrebbe contribuire in maniera proattiva alla diminuzione della diseguaglianza di presenza e di opportunità di fatto ancora decisamente troppo grandi».

E.B.: «In Occidente non credo esistano artiste oggi “invisibili” anche grazie alle tecnologie e ai social che sono fruibili praticamente da tutti. Diversa è la questione in tanti Paesi al mondo dove le donne artiste ancora sono da scoprire. Come ad esempio vedo ultimamente in Africa e in Medioriente».

S.W.: «L’artista andrebbe promosso/a in quanto artista e non in quanto donna. Oggi giorno abbiamo tanti modi per ottenere visibilità e la Svizzera è all’avanguardia: esistono piattaforme dedicate o associazioni di categorie, che raggruppano le principali gallerie svizzere. Vi sono fondi dedicati, promossi dall’ufficio federale della cultura o dalle banche o premi, quali la Swiss Art Awards. Vi è l’Istituto Svizzero e la Prohelvetia. Fondazioni private con borse di studio. La lista è lunga e variegata e sta all’iniziativa del singolo promuoversi. I social network permettono, con un investimento accessibile, la visibilità a un ampio pubblico selezionato. Investire nell’alfabetizzazione informatica e di marketing».

G.M.: «Premetto che la mia risposta fa riferimento al contesto in cui operiamo poiché, se rapportato ad altre realtà geografiche e culturali, il discorso sarebbe probabilmente assai diverso. Non direi che le donne artiste siano invisibili, ma è corretto affermare che siano meno visibili e meno sostenute dei loro colleghi. Inoltre il sistema dell’arte è decisamente complesso. Vi sono ambiti culturali e di mentalità in cui faticano maggiormente, altri – soprattutto i paesi nordici o anglosassoni – in cui la situazione è decisamente migliore e questo da più tempo. Ritengo che le istituzioni pubbliche (musei, comuni, giurie preposte a concorsi pubblici, spazi espositivi pubblici) debbano operare secondo criteri che non siano esclusivamente volti a una ricaduta mediatica e di successo di pubblico, indotti perlopiù dai grandi nomi, in maggioranza maschili. A queste istituzioni, che, in quanto pubbliche e rappresentative della società intera, dovrebbero annoverare al loro interno una solida rappresentanza femminile, andrebbe chiesta una particolare attenzione nei confronti della produzione femminile qualificata e della sua presenza costante nei luoghi deputati. Solo così, col tempo e passo dopo passo, vi sarà una presa di coscienza più ampia di questo contributo imprescindibile».

M.B.: «La fortuna di un’artista o di un artista non dipende dal sesso, bensì dalla qualità del lavoro e dalla sua rete di contatti. Artiste e artisti ancora invisibili necessitano, oltre al genio, di una piattaforma pubblica dove potersi presentare al pubblico. Ecco perché sono fondamentali le mostre collettive, risultate da un concorso pubblico oppure da un invito diretto. Il cantone Ticino può ancora migliorare questo aspetto».

Nel suo caso, quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta ad intraprendere la strada della ricerca artistica?

J.F.: «Sono cresciuta in una famiglia dove la cultura ha sempre avuto un ruolo molto importante, i miei genitori hanno cercato di trasmettermi sin da bambina la passione per l’arte – portandomi a visitare ogni possibile mostra – ed evidentemente ci sono riusciti. Ho sempre avuto anche un’innata necessità di sfogare la mia creatività, che fosse estetica o progettuale. Probabilmente queste influenze di infanzia unite al mio intero percorso didattico e professionale hanno avuto un naturale sbocco nel mondo dell’arte».

G.M.: «Sono storica d’arte che si è specializzata in arte medievale, mi sono avvicinata allo studio per interesse e per passione nei confronti di quel periodo lontano nel tempo ma estremamente interessante nei contenuti. La vita mi ha in seguito portata a dirigere un museo con collezioni di tutt’altra natura, ma ad appassionarmi è stata, oltre alla qualità straordinaria delle opere dello scultore Vincenzo Vela e alla necessità di renderlo maggiormente conosciuto e studiato (si noti che sto parlando di un uomo!), l’interesse per l’”istituzione museo” come tale, e per il suo ruolo all’interno delle nostre società, che la sollecitano costantemente. Un compito appassionante».

C.S.: «Sono soprattutto state diverse persone, docenti e professori incontrati nel mio percorso scolastico a orientare sempre più le mie scelte verso il mondo dell’arte. Personalmente non sono una creativa, sono attratta dalla creatività degli altri».

E.B.: «In primis la curiosità e la passione per l’arte, dandomi ancora ancora oggi molte soddisfazioni».

S.W.: «La ricerca artistica è una vocazione dettata dalla passione e la motivazione principale è seguire questa inclinazione di volere ciò che si fa alla ricerca dell’appagante Flow».

G.M.: «Sono una storica d’arte che si è specializzata in arte medievale, mi sono avvicinata allo studio per interesse e per passione nei confronti di quel periodo lontano nel tempo ma estremamente interessante nei contenuti. La vita mi ha in seguito portata a dirigere un museo con collezioni di tutt’altra natura, ma ad appassionarmi è stata, oltre alla qualità straordinaria delle opere dello scultore Vincenzo Vela e alla necessità di renderlo maggiormente conosciuto e studiato (si noti che sto parlando di un uomo!), l’interesse per l’”istituzione museo” come tale, e per il suo ruolo all’interno delle nostre società, che la sollecitano costantemente. Un compito appassionante».

M.B.: «Lo studio della storia dell’arte è stato per me la soluzione a un incidente di percorso. Desideravo diventare architetto, ma non riuscii a concludere lo studio al Politecnico di Zurigo (ETHZ). Decisa a rimanere nell’ambito architettonico e a promuoverne la storia, optai per lo studio teorico presso l’Istituto di Storia dell’arte all’Università di Zurigo; parallelamente coltivavo l’interesse pratico aiutando l’Istituto di Storia e Teoria dell’Architettura (gta) del dipartimento di architettura dell’ETHZ ad allestire mostre dedicate all’architettura. E così incontrai le arti».

Quale ritiene che sia oggi la funzione dell’arte e, in particolare, quale può essere l’apporto delle donne artiste?

J.F.: «L’arte oggi, ma anche in passato, ha avuto un ruolo estetico, commerciale, culturale, e non solo. Tutti aspetti che vanta ancor oggi. Probabilmente continueranno a esserci persone che acquistano arte per puro aspetto estetico, chi per sentimento, e chi invece per investimento. Parlando al femminile, l’associazione che mi viene naturale fare è quella della particolare sensibilità che possiedono molte donne, che sicuramente in alcune opere riesce a essere trasmessa allo spettatore. Grazie all’interconnessione globale ed ai canali social, a differenza del passato l’arte riesce a raggiungere un canale molto più vasto e variegato di persone, che prima dell’era digitale non avevano accesso all’arte. Nello specifico questo media sta avvicinando sempre di più al settore artistico un pubblico giovane, che prima quasi lo ignorava completamente».

G.M.: «L’arte, o meglio le arti, rappresentano una forma di espressione individuale o collettiva che nasce da un’esigenza e una riflessione interiori, da cui prendono forma grazie a uno specifico talento e a tanto impegno; non devono per questo essere considerate funzionali o subordinate a un scopo benché possano senz’altro riflettere un sentimento comune, un problema civico, un’urgenza politica in cui una o più comunità si riconoscono. Di getto mi sentirei di dire che le donne prestano particolare attenzione a questioni ecologiche, interpersonali, sociali, ma mi correggo subito perché in verità queste non sono tematiche scandagliate soltanto da loro.  Anzi, anche artisti molto noti a livello mondiale fanno dell’ecologia e della minaccia all’ecosistema il loro cavallo di battaglia. Sta forse nella tipologia e nella forma la componente più “femminile”; ad esempio nella dimensione delle opere, nella cura del dettaglio, nella sottigliezza (o leggerezza) del medium scelto. Le semplificazioni sono però sempre lacunose…».

C.S.: «L’espressione artistica da tempo occupa uno spazio imprescindibile nell’esistenza dell’essere umano e da tempo si è imposta, sicuramente in Occidente, come uno specchio della società, un mezzo attraverso il quale riflettere e far riflettere. In tutto questo le artiste sono sempre state presenti, meno sono invece state considerate e riconosciute dalla critica e dalle istituzioni. Ancora oggi le cifre in tal senso parlano chiaro. Il fatto stesso che debbano battersi di più e diversamente per affermarsi comporta sensibilità altre, ma anche libertà altre nell’affrontare certe tematiche, utilizzare linguaggi e materiali non da ultimo ibridandoli, uscendo con maggiore facilità da schemi preconcetti. Affermarsi assimilando gli schemi dominanti non dovrebbe essere la via da seguire, vanno piuttosto trovate vie diverse e nuove in grado di modificare le gerarchie socialmente consolidate. La coscienza della necessità di esondare schemi precostituiti e offrire prospettive altre sono senz’altro due aspetti importanti che le donne hanno promosso non solo nel mondo dell’arte».

E.B.: «L’arte ritengo abbia una funzione di sensibilizzazione su tematiche che riguardano la vita e non solo a livello teorico. Attualmente molte artiste donne hanno rivolto il loro sguardo verso una nuova interpretazione della natura, indagando diversamente anche i rapporti sociali».

S.W.: «È una domanda molto complessa e di difficile sintesi e risposta, già oggetto di disquisizioni filosofiche, ne sono prova gli innumerevoli studi, ricerche e dibattiti in eterna evoluzione. Innanzitutto sottintende che si sappia che cosa sia l’arte, un concetto tutt’altro che scontato. Visto lo spazio a disposizione potremmo così definirla: l’arte è espressione estetica e elemento distintivo dell’esistenza umana. Un mezzo di comunicazione emotiva immediata e indiretta. La stesso vale per la sua funzione: tant’è che il concetto del “l’art pour l’art” di natura autotelica o auto gratificante è stato il perno della filosofia dell’estetica di Kant e poi nel XX secolo. L’arte contraddistingue l’essere umano dall’animale e dal robot. Proprio in quest’ambito squisitamente umano che risiedono le sue funzioni, che spaziano dalla comunicazione emotiva, all’espressività estetica, filosofica e religiosa, di testimonianza storica, culturale, politica, morale, stilistica, ma anche d’innovazione e premonitrice, toccando cioè tutti gli ambiti cognitivi. La donna si distingue dall’uomo proprio in questo ambito cognitivo ed emotivo. Difficile indicare in che modo l’apporto delle donne artiste possa influire, poiché è una variabile incostante. Sarebbe solo un vero peccato privarci della possibilità di poterlo scoprire, come già accaduto. La disparità di genere ci ha privato di un colore essenziale nella tavolozza dell’arte, con tutte le sue infinite sfumature: un danno incommensurabile».

G.M.: «L’arte, o meglio le arti, rappresentano una forma di espressione individuale o collettiva che nasce da un’esigenza e una riflessione interiori, da cui prendono forma grazie a uno specifico talento e a tanto impegno; non devono per questo essere considerate funzionali o subordinate a uno scopo benché possano senz’altro riflettere un sentimento comune, un problema civico, un’urgenza politica in cui una o più comunità si riconoscono. Di getto mi sentirei di dire che le donne prestano particolare attenzione a questioni ecologiche, interpersonali, sociali, ma mi correggo subito perché in verità queste non sono tematiche scandagliate soltanto da loro.  Anzi, anche artisti molto noti a livello mondiale fanno dell’ecologia e della minaccia all’ecosistema il loro cavallo di battaglia. Sta forse nella tipologia e nella forma la componente più “femminile”; ad esempio nella dimensione delle opere, nella cura del dettaglio, nella sottigliezza (o leggerezza) del medium scelto. Le semplificazioni sono però sempre lacunose…».

M.B.: «Secondo il mio personale parere, tuttora in evoluzione, l’arte nasce dall’analisi della Vita ed è volta da un lato a illustrarla, dall’altro ad approfondirla. L’arte nasce, secondo me, dall’unione delle arti meccaniche (i mestieri manuali che fabbricano oggetti utili) e delle arti liberali (suddivise in arti del trivio – grammatica, dialettica, retorica – e del quadrivio – aritmetica, geometria, astronomia, musica). La funzione dell’arte è creare bellezza che commuova (dal latino commovēre, mettere in movimento, agitare) i sentimenti più individuali. Le donne posso contribuire a ciò apportando la propria multiforme sensibilità».

Ritiene utile la possibilità di istituire una specie di associazione o comunità solidale che riesca a finanziare le esigenze di quelle artiste che non fanno parte di quella piccola riuscita ad aver successo sulla scena artista contemporanea?

J.F.: «Personalmente penso avrebbe più senso destinare più fondi all’arte in generale, e non ad una comunità solidale. Il mondo dell’arte è da sempre un settore nel quale è difficile emergere, sia da uomo sia da donna, non credo che il problema verrebbe arginato da un’associazione o simili».

G.M.: «Segregare le problematiche non è, credo, la formula migliore per stimolare l’accettazione del lavoro delle artiste; tuttavia potrebbe essere utile concentrare per un certo periodo e grazie all’impegno di un determinato ente, il sostegno mirato ed esclusivo alla produzione femminile. Ancora meglio sarebbe se di questo ente facessero parte donne e uomini, perché questo intervento andrebbe pensato “con” e non “in contrapposizione a”. Diamoci dunque tutti da fare».

C.S.: «La solidarietà è di per sé un principio che dovrebbe molto più ampiamente regolare l’organizzazione della società. Perché non creare dunque una struttura che abbia come scopo quello di appianare le diseguaglianze di genere».

E.B.: «Ben sia! Esistono già musei e collezioni d’arte dedicate alle artiste donne in Germania e non solo. Ritengo che supportare l’arte e gli artisti sia sempre una cosa positiva, ma per quanto mi riguarda essere accettata come donna deve in primis essere per la qualità del proprio lavoro, indipendentemente dal genere».

S.W.: «Ritengo utile che chi senta l’esigenza di finanziare le artiste contemporanee ancora sconosciute lo faccia nei modi, termini e modalità che ritenga più opportuni».

G.M.: «Segregare le problematiche non è, credo, la formula migliore per stimolare l’accettazione del lavoro delle artiste; tuttavia potrebbe essere utile concentrare per un certo periodo e grazie all’impegno di un determinato ente, il sostegno mirato ed esclusivo alla produzione femminile. Ancora meglio sarebbe se di questo ente facessero parte donne e uomini, perché questo intervento andrebbe pensato “con” e non “in contrapposizione a”. Diamoci dunque tutti da fare».

M.B.: «Nell’ambito delle Arti visive, esiste dal 1806 un’associazione (Visarte) che sul piano politico e sociale rappresenta e promuove gli interessi delle artiste e degli artisti professionali. Essa s’impegna a ottenere buone condizioni quadro per la creazione artistica e offre consulenza alle artiste e agli artisti. Tuttavia, il finanziamento di ciascun artista dipende dal singolo. Ma questo vale per qualsiasi lavoratore indipendente».