Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, nasce a Milano il 29 settembre 1571. In poco meno di quindici anni diventa il protagonista di un profondo rinnovamento della pittura, morirà nel 1610 dopo una vita burrascosa finita tragicamente. Un approccio, il suo, innovativo e disincantato che segna uno spartiacque con l’arte rinascimentale d’impronta classica. La sua rivoluzione risiede nel naturalismo, espresso nei soggetti e nelle atmosfere in cui la capacità di dare a un corpo una forma tridimensionale è evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi delle figure che emergono improvvisamente dal buio della scena. Sono pochi i quadri in cui il pittore lombardo dipinge lo sfondo, sempre in secondo piano rispetto ai personaggi, i soli protagonisti della sua opera. Per la realizzazione dei suoi lavori, Caravaggio nel suo studio posizionava lanterne in posti strategici per far sì che i modelli fossero illuminati solo in parte. Con questo artificio, l’artista fa emergere da uno sfondo scuro solo specifiche porzioni della scena dipinta, che acquistano in tal modo un rilievo quasi scultoreo e una grande forza espressiva. Del Merisi “genio sregolato” la mostra raccoglie una ventina di capolavori mai riuniti insieme prima e propone un interessante dialogo tra arte e ricerca scientifica. Tutte le tele esposte sono infatti corredate da apparati multimediali per consentire al pubblico di scoprire il percorso creativo seguito dall’artista, dall’ideazione alla realizzazione dell’opera attraverso pentimenti, cancellature e invenzioni formali. Indagini che rivelano l’indole impetuosa e carnale del maestro e contribuiscono a svelare segreti celati in opere da sempre avvolte nel mistero. Tra i prestiti più prestigiosi in mostra ci sono la Sacra famiglia con San Giovannino dal Metropolitan Museum of Art di New York; la Salomé con la testa del Battista dalla National Gallery di Londra; il San Francesco in estasi dal Wadsworth Atheneum of Art di Hartford; la Marta e Maddalena dal Detroit Institute of Arts di Detroit; il San Giovanni Battista, dal Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City. Nutrita anche la presenza di dipinti provenienti da collezioni e musei italiani tra i quali la Galleria degli Uffizi, il Palazzo Pitti e la Fondazione Longhi di Firenze, i Musei Capitolini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, la Galleria Doria Pamphilj. Proprio da questa raccolta arriva il Riposo durante la fuga in Egitto (1597), eseguito dal Caravaggio a soli 26 anni, appena giunto a Roma. In questo straordinario dipinto del periodo giovanile si ritrovano già tutte le matrici della sua poetica: da una nuova rappresentazione della realtà priva di ogni idealizzazione al formato naturale delle figure, fino a quell’accentuato contrasto chiaroscurale dialettica capace di rendere viva e vitale l’intera composizione. Si tratta di una delle pochissime opere del Merisi realizzata alla luce naturale e ambientata in un paesaggio aperto caratterizzato da una vegetazione rigogliosa. A dominare è sicuramente l’angelo in procinto di suonare il violino che, visto di spalle, divide ancora di più in due la scena: una grande invenzione dell’artista. Un’altra sua immagine simbolo, Il ragazzo morso da un ramarro (1597) proveniente dalla Collezione Longhi, lo storico d’arte che riscoprì il Caravaggio all’inizio degli anni Cinquanta, catalizza l’attenzione del visitatore. Dipinta allo specchio, dal momento che Caravaggio non sapeva dipingere senza avere un modello davanti, ciò che colpisce nell’opera è il movimento del soggetto: il ramarro, di scatto, che morde il dito medio del ragazzo la cui bocca aperta accenna a un urlo di dolore e la reazione improvvisa del giovane al morso è poi addirittura accompagnata dall’agitarsi dell’acqua nel vaso. Stupefacente, infine, la contrazione della mano destra e del suo volto, decisamente espressivo, accentuato dai capelli ricci e dalla camicia bianca che non può non ricordare i modelli della statuaria romana. Tra i maggiori lavori della maturità del Merisi figura indubbiamente Giuditta che taglia la testa di Oloferne (1602). Nella rappresentazione drammatica dello scontro tra Giuditta, giovane vedova della città di Betulia e il generale assiro Oloferne che assediava il suo popolo e che lei decapitò dopo averlo sedotto, Caravaggio è riuscito a rendere perfettamente l’acme dell’azione: il momento più terribile e tragico della decapitazione di un Oloferne sospeso tra la vita e la morte, accentuato ancora di più dalla presenza di un grande telo rosso alle loro spalle che rende il tutto ancora più tragico. Straordinari per intensità e profondità d’indagine anche il San Giovanni Battista (1604) della Galleria Corsini e la celeberrima Madonna dei Pellegrini (1604/5) brano di un realismo popolano spinto all’estremo. Una mostra che ribadisce, se ancora ce ne fosse bisogno, la grandezza del Caravaggio proponendolo in una nuova luce grazie alle indagini scientifiche ma soprattutto consacrandolo come una delle personalità più complesse e originali della storia dell’arte che, con il suo carattere rude e a volte molto violento, ha saputo dare alle sue opere nello stesso tempo crudezza e grazia, inventando uno stile personale, originalissimo e fortemente provocatorio.
Gallerie e Mostre
Un artista rivoluzionario
20 Giugno 2018