In un articolo pubblicato sulla rivista Lacerba nel 1914, Ardengo Soffici indicava la pittura di Giorgio de Chirico come “una scrittura di sogni”. Tale definizione ha resistito nel tempo all’amore-odio di gran parte della critica: il Pictor Optimus non ha mai smesso l’abito della stupefazione attraverso un’arte, che al di là delle diatribe, ha suscitato implicazioni filosofiche, letterarie e psicanalitiche.

La mostra, promossa in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e impreziosita da cospicuo corpus di opere provenienti da importanti musei internazionali, propone un ideale viaggio fatto di confronti inediti e accostamenti irripetibili che svelano il fantastico mondo di una delle più complesse figure artistiche del XX secolo. Il percorso espositivo offre la chiave d’accesso a una pittura complessa ed ermetica che affonda le sue radici nella Grecia dell’infanzia dell’artista, matura nella Parigi delle avanguardie, dà vita alla metafisica che strega i surrealisti e nella sua ultima stagione conquista Andy Warhol creando scompiglio con le sue irriverenti quanto ironiche rivisitazioni del barocco. 

Suddivisa in otto sezioni la mostra vuol essere una narrazione articolata che valica l’associazione de Chirico-metafisica per offrire una nuova lettura della sua opera attraverso accostamenti inusuali, non necessariamente cronologici ma emozionali,  in un percorso espositivo che, architettonicamente, richiama gli inganni e le sovrapposizioni spazio-temporali dei dipinti del maestro, tra finestre improvvise, labirinti, falsipiani prospettici e angolature taglienti. Ecco allora che muse, argonauti, gladiatori, manichini e filosofi attirano lo spettatore, ora nascondendo ora rivelando gli angoli più remoti della poetica di un artista che, pur attraverso fasi formali diverse, “fu solo e sempre metafisico”.

De Chirico (1888-1978) è figlio del suo tempo: persa la fiducia nel realismo, cerca di superare la mera rappresentazione oggettiva, per dare voce ai paesaggi interiori come lo avevano già fatto gli impressionisti, affidandosi alla natura percepita attraverso la soggettività dei sensi. Gli artisti del nuovo secolo incamerano la lezione e vanno oltre, reinventando il soggetto alla ricerca di significati nascosti. Simbolisti, surrealisti, metafisici sono accomunati dal nuovo sguardo sul reale, che assume forme diverse. Per questi ultimi, e per de Chirico in particolare, il senso del reale viene “dopo” il reale stesso, e passa attraverso il superamento dell’oggettività.

Si assiste all’applicazione delle leggi metafisiche all’uomo; via l’antropomorfismo, la figura umana perde d’identità e ne trova di nuove: manichino, automa in uno stato intermedio tra essere e oggetto, in una società ormai automatizzata.

Splendido esempio di questa nuova dimensione della pittura è il dipinto Muse inquietanti del  1925. Il tema dominante è quello di un’eternità immobile e misteriosa, che prevarica l’apparenza delle cose ed induce, in un’atmosfera magica da visione onirica, ad interrogarsi sul loro significato ultimo, sul perché della loro esistenza. La piazza, scena del quadro, pavimentata di assi, somiglia ad un palcoscenico che ha come sfondale il castello di Ferrara ed una fabbrica con ciminiere, metafora della bipolarità presente-passato, strutture vuote ed inutilizzate. Protagoniste della scena sono le muse, che l’artista definisce inquietanti perché delega loro il dialogo con il mistero, con la verità al di là dell’apparenza, con una realtà svincolata dal tempo e dallo spazio, in polemica con un concetto di modernità che nega i valori del passato. De Chirico le trasforma in manichini: quello in primo piano, grazie alle pieghe verticali della veste, pare sul punto di metamorfizzarsi in colonna greca, mentre l’altro, in secondo piano, seduto, ha la testa smontata ed appoggiata a terra, simile ad una maschera che allude polemicamente al negrismo caro a Pablo e a tutte le correnti avanguardiste che de Chirico ha sempre rifiutato.

Quasi a far da contraltare questo capolavoro una trentina d’anni più tardi de Chirico dipinge Autoritratto nel parco, una messa in scena di sé stesso, anticonformistica e assolutamente al di fuori di qualsiasi corrente, periodo o stile riconoscibile, d’impronta smaccatamente ironica e provocatoria: volta a stupire come ha sempre fatto tutta la sua pittura.