La grande popolarità di Hopper, considerato il migliore pittore realista americano del XX secolo, deriva dal suo stile assolutamente personale ma soprattutto dal suo atteggiamento verso i soggetti ritratti.
Hopper è stato definito, in parte giustamente, “il pittore della solitudine”. Sarebbe tuttavia più opportuna un’altra definizione: “pittore dell’attesa”. I protagonisti dei suoi quadri sono certamente soli e mostrano di sentirsi tali anche quando hanno qualcuno accanto. Ma per quanto ciò sia vero, nei loro sguardi e nei loro atteggiamenti, si coglie un senso di sospensione. Come in Cap Cod Morning (1950), gli uomini e le donne di Hopper aspettano che accada qualcosa, che un avvenimento intervenga nella loro vita, magari per cambiarla oppure addirittura per stravolgerla. E certamente non a caso sono spesso immaginati in luoghi di passaggio. Sono persone in transito, in cerca di radici, di stabilità. Oltre il loro sguardo, dietro grandi finestre oppure poco al di là di una porta aperta si spalanca un mondo ampio e non di rado saturo di luce ma non sempre rassicurante.
L’universo figurativo del grande artista americano, fatto di ambienti ordinari, di scorci di metropoli e di banalità quotidiane è assolutamente lontano da quel sentimento diffuso di autocelebrazione dell’economia e dell’industria americana così diffuso attorno alla metà del secolo scorso.
I suoi personaggi, gente comune senza identità, sembrano essere sopraffatti dalla società moderna. Hopper rappresenta gli isolati, gli alienati, esseri umani che vivono da soli, non interessati a creare contatti, rinchiusi in edifici e stanze che a volte diventano vere e proprie prigioni.
E proprio le architetture e i paesaggi rappresentano l’altro aspetto fondamentale della pittura dell’artista. Protagonista indiscussa è la luce che Hopper scopre nella Parigi di Cézanne e di Manet e che non lo abbandonerà più, pur declinandone nei decenni successivi l’impatto sulla sua opera fino a raggiungere l’apice negli anni Trenta, allorché le scene dell’american life irrompono nella sua pittura. Indubbiamente la scelta dei soggetti è influenzata dal clima della Grande depressione: emerge il suo realismo che oggi potremmo definire metafisico.
Con stile nitido e preciso, con sottile meticolosità, Hopper racconta la realtà americana fatta di paesaggi sconfinati, di grandi distese deserte, di villaggi di provincia, di scorci metropolitani popolati da oggetti banali: i passaggi a livello, le pompe di benzina, i bar di periferia, i motel con le loro insegne. In una parola i luoghi della solitudine e dell’isolamento. La realtà immobile e immutabile delle cose e quella esistenziale degli esseri umani.
Ritroviamo questa atmosfera in Gas (1940), la celeberrima stazione di servizio posta sulla curva di una strada tanto solitaria, oscura e allarmante da sembrare il set di un film giallo di Hitchcock, regista le cui inquadrature sono spesso state ispirate da immagini desunte dalle opere di Hopper.
La mostra alla Fondation Beyeler, proprio perché non presenta i maggiori capolavori dell’artista da Nighthawks (1942) a Morning Sun (1952), intende correggere la lettura consueta e forse un po’ logora di Hopper maestro del realismo per condurre la sua pittura nei territori della metafisica, mostrando attraverso la presenza di numerosi disegni preparatori e di bozzetti, come ogni suo dipinto nasca dalla ricerca e dalla fusione di dettagli tratti da realtà diverse, rielaborati in immagini sospese, cariche di attesa e di inquietudine.
Non è stato un pittore fecondo, Hopper: taciturno e solitario, austero e frugale lavorava con fatica. E a chi gli chiedeva quando dipingesse rispondeva laconico: “quando riesco a impormelo”. I suoi dipinti così essenziali, costruiti con equilibri compositivi perfetti e tagli di luce calibrati, nascono infatti da una progressiva “spoliazione” dell’immagine, da continue sottrazioni con cui giunge a una sintesi assoluta, sempre in fuga dal pittoresco e dalla tentazione della narrazione, anche quando ritrae i signorili villini vittoriani come fossero vecchie dame fuori moda.
La sua pittura ordinata e dal tratto nitido non è affatto accademica, ma costituisce il risultato di un percorso artistico profondamente meditato e personale. Le scene che egli riproduce nascono in realtà da una ricostruzione mentale che accosta elementi osservati in tempi e luoghi diversi. La realtà che egli rappresenta non ha nulla di eroico o scontato. L’America di Hopper è una sorta di spioncino attraverso il quale l’artista, schivo e solitario, osserva con malinconia l’alienazione dell’uomo di fronte al frenetico progresso della società moderna. Un tema attualissimo che spiega il successo dell’artista americano così apprezzato dal grande pubblico.