Lei occupa un posto di responsabilità all’interno del Corriere del Ticino. Con quali motivazioni e quali idee ha scelto di accettare questa nuova sfida?
«Per rispondere a questa domanda, faccio un passo indietro. Torno ai miei vent’anni, a metà degli anni ’80. Avevo appena terminato il liceo economico a Bellinzona. Non mi ero chiaro cosa avrei fatto da grande, però di una cosa ero consapevole: sapevo rimboccarmi le maniche. Per mio padre, che era cavista, il lavoro era sacro e probabilmente ho ereditato da lui la tenacia che ha contraddistinto la mia vita professionale. L’idea di farmi mantenere da qualcuno, fossero genitori o futuri compagni, era inconcepibile. Io volevo essere economicamente indipendente. Perciò quando decisi di volare a Londra per imparare l’inglese, feci dapprima la cameriera a Gorduno, e quando mi iscrissi a storia dell’arte a Firenze, mi finanziai lavorando come modella in giro per il mondo. Ma è nel giornalismo, professione che scoprii per caso quando rientrai in Ticino, che investii tutta la mia energia. La gavetta iniziò nel 1995, con il praticantato. Poi giornalista, capo redattrice e, a partire dal 2007, vicedirettrice dell’informazione di Teleticino e di Ticinonews.ch. Cronaca giudiziaria, politica, nera e di colore. Ogni sera raccontavamo il Ticino in tutte le sue sfaccettature. Il mestiere l’ho imparato sul terreno, con fatica e dedizione. Sono sempre stata una “pasionaria” del lavoro: sia quando nel 2010 lasciai Melide per ricoprire la carica di responsabile web-tv del settimanale il Caffè, sia quando, dopo una breve parentesi nel settore web del Corriere del Ticino, nel 2012 tornai a Teleticino in qualità di direttrice dell’informazione. Quando nel 2017 mi resi conto di aver bisogno di aria nuova, consegnai le chiavi dell’emittente nelle mani di Matteo Pelli. Quindi venni nominata direttrice della sezione viaggi del Corriere del Ticino che iniziai a organizzare. Parallelamente con i colleghi della redazione mi occupo di arricchire i contenuti del giornale e di sviluppare le pagina web, con articoli e pillole tematiche. Ecco perché ho accettato con entusiasmo il mio ruolo attuale: è quasi una chiusura del cerchio con le mie origini».
Quali difficoltà e pregiudizi ha dovuto affrontare per affermarsi in un mondo complesso come quello dell’informazione?
«Essere una donna lavoratrice a sud delle Alpi non è facile. Purtroppo la mentalità maschilista ha profonde radici, anche in Ticino. Per tutta la mia vita professionale ho intervistato e ospitato negli studi soprattutto uomini. In politica le donne erano mosche bianche, come pure ai vertici delle aziende e delle associazioni di categoria. Come giornalista di sesso femminile, mi sono sentita spesso sotto esame. Ricordo che per la moderazione dei dibattiti televisivi mi preparavo con grande minuziosità, molto più dei miei colleghi uomini. Non lasciavo nulla al caso. Avevo la sensazione che un mio errore avrebbe pesato di più di quelli dei colleghi maschi. Un’ansia da prestazione che non facilitò il mio lavoro. Per anni le gonne sparirono dal mio armadio: non volevo che il mio aspetto fisico avesse il sopravvento sulla mia autorevolezza, guadagnata sul terreno con fatica. Ancora oggi mi dà fastidio quando si pone l’accento sul mio aspetto: la mia carriera professionale l’ho costruita con il sudore, non con le scorciatoie. Quando venni nominata direttrice di Teleticino diedi subito ampio spazio alle colleghe. Non perché erano di sesso femminile, bensì perché se lo meritavano. La redazione era composta dallo stesso numero di donne e di uomini: un genere uguale all’altro, non superiore all’altro. Credo che noi donne potremmo far molto se un giorno decidessimo di essere più solidali tra di noi. Purtroppo preferiamo spesso combatterci invece di unirci».
Prima di dedicarsi al giornalismo ha svolto una attività come modella. Che cosa le è rimasto del mondo della moda nei cui confronti ha avuto in passato anche giudizi critici?
«La mia carriera di modella iniziò a Firenze negli anni 80, quando vinsi un importante contratto con l’agenzia Elite. Per cinque anni lavorai tra Milano, Firenze, Parigi, Zurigo e Hong Kong. Tra un viaggio e l’altro, girai pure un film da protagonista. Il titolo era “Voglia di rock”: portava la firma del regista italiano Massimo Costa ed era prodotto da Enzo Porcelli. Quello della modella è un mestiere che non dura nel tempo, salvo se hai il “phisique du role” di Naomi Campbell o Kate Moss. Negli anni ’80 le modelle erano magre ma non anoressiche: nessuno mi chiese dunque di mettermi a dieta. Per cinque anni ho lavorato in un mondo estremamente professionale, dove nulla era lasciato al caso. Ho viaggiato tantissimo e ho conosciuto una marea di gente. Poi quando a 25 anni mi sentii “vecchia”, chiamai l’agenzia e annunciai il mio ritiro. Lasciai Milano e tornai in Ticino. È un mestiere che va preso così, senza particolari aspettative».
Lei firma interessanti servizi dedicati a personaggi e aspetti diversi della vita del Cantone ed è inoltre molto presente sui social con interventi su vari argomenti. Qual è il Ticino che racconta dopo la pandemia e con tanta voglia di risorgere?
«Difficile prevedere cosa succederà quando daremo scacco alla pandemia. Sicuramente c’è tanta voglia di libertà, di tornare a vivere senza la Covid. Quel che però è certo è che il coronavirus ha dato un’accelerata alla digitalizzazione delle nostre vite. I codici QR regolano i nostri acquisti. Molte aziende puntano ora sull’ home working, più o meno in alternanza con la presenza in ufficio. Ma sono i dati che giungono dal mondo del lavoro che mi preoccupano. In Ticino il 55% dei disoccupati è compreso nella fascia d’età dai 50 ai 64 anni. E la pandemia, come scrive La Domenica, ha dato la «mazzata» finale ai figli del «baby boom». Sono le persone nate tra gli anni ‘60 e ‘70 che si sono ritrovate con la lettera di licenziamento in mano. Non hanno grandi conoscenze delle nuove tecnologie: sono figli dello scorso millennio. Perciò il loro ricollocamento sarà davvero difficile. Se non impossibile».
Negli ultimi mesi lei ha dovuto affrontare e superare seri problemi di salute. A quali risorse personali, umane e spirituali, ha fatto ricorso per affrontare quel difficile momento?
«È successo lo scorso anno. È stato un fulmine a ciel sereno, perché mi sentivo davvero in forma. Invece, in occasione di un controllo casuale, mi hanno scoperto un carcinoma al colon. Grazie alla grande professionalità dei medici dell’ospedale San Giovanni a Bellinzona ho superato senza troppe ansie l’operazione, come pure il ciclo di radioterapia e di chemioterapia. Ora mi sento bene. Penso di aver avuto molta fortuna: il carcinoma era a uno stadio precocissimo. Se non me lo avessero scoperto subito, avrebbe potuto fare danni maggiori. Per questo non mi stancherò mai di consigliare a tutti la colonscopia. A me ha salvato la vita».
Come riesce a conciliare l’attività lavorativa con la sua vita privata e quali sono gli interessi che coltiva nel tempo libero?
«Dando prova di grande equilibrismo tra le esigenze professionali (che non erano poche) e quelle famigliari. Io sono una mamma tardiva. Quando ho dato alla luce la nostra prima (ed unica) figlia avevo già 35 anni. L’unico mio desiderio era quello di darle il meglio di me stessa. Non è stato facile visto che ho sempre lavorato sodo. Però è stata una scelta vincente: esser mamma è la cosa più bella che mi sia capitata».