A poche settimane dall’uscita del singolo Domanda Tutto, incontro Kevin Calì voce della band ticinese Dreamshade. Se al metal associ teschi, pelle nera ed altre immagini gotiche – con i sogni di sbagli! Il gruppo, nato nel 2006 dai chitarristi Fernando “Fella” di Cicco e Rocco Ghielmini (ex membro), alle chitarre distorte associa una positività esplosiva. Il frontman indossa una camicia costellata di piccole tigri ed Elvis Presley nell’orecchino espansore e, mentre racconta della band, si emoziona, gesticola. Con lui scopro un gruppo che, attraverso un metallo melodico potente, più di tutto da quel palco vuole comunicare felicità…
La band
«Ho iniziato a cantare con i Dreamshade nel 2011. Prima suonavo in un’altra band però devo dire che ammiravo, anzi devo ammettere che ero quasi geloso della bravura musicale dei Dreamshade. Poi è capitata selezionata da cantare con loro e da allora non ci siamo più mollati. Siamo molto uniti, nel tempo si diventa come una famiglia e come in ogni famiglia ognuno ha la sua qualità ei suoi temperamenti sia a livello musicale che umano e questo è il bello. Una famiglia allargata che include i fan! ».
Cosa racconta la vostra musica …
«I nostri brani parlano della vita di tutti i giorni o di esperienze vissute sulla nostra pelle o su quella di persone vicine. L’idea di un nuovo pezzo in genere nasce dal chitarrista Fernando “Fella” di Cicco e poi tutti insieme insieme sviluppiamo e facciamo crescere. Credo che l’importante sia senza limiti di nessun tipo, la musica va pensata, composta ed esplorata a 360 gradi. L’ultimo singolo “Domanda tutto” racconta il nostro punto di vista sull’industria musicale, in altri brani invece trattiamo la famiglia, l’amicizia, il nostro modo di vedere la vita fino ad arrivare a temi più intimi. Insomma, la musica è alimentata e connessa a molte delle nostre esperienze personali. Quando la gente ti dice che si riconosce in quello che scrivi,quando sai di essere riuscito a inviare davvero qualcosa sei appagato e carico per continuare a dare il massimo. Se c’è qualcuno oltre a noi che crede davvero in quello che facciamo allora tutto ha un senso ».
Ogni storia ha un punto di partenza. Quali sono le prime canzoni che ti hanno lasciato un marchio a fuoco sul cuore?
«Ne ho dovuto, Una E Più T han AF eeling dei Boston e l’Altra E La F inale c odowndown» dell’Europa, che nell’87 partecipò a Sanremo: io avevo solo 3 anni e con la mia chitarra in plastica, completamente catturato, imitavo le loro mosse! Questa cosa mi è entrata dentro. Grazie a mia sorella e mio fratello, ho scoperto un sacco di altra musica da Madonna ai Metallica. Tutti in casa, anche mio padre, ascoltavano buona musica.Verso i 15 anni ho iniziato con la chitarra, facevo il cantante-chitarrista per una cover band dei Metallica ma poi ho capito che strumentalmente ero limitato (e ride) sentivo di non riuscire ad esprimereermi al meglio… gruppi con cantanti che riuscivano a fare tutto, dall’urlato, al pulito, al melodico. La cosa mi affascinava molto e da allora mi sono focalizzato sulla voce! ».
La tua voce è tanto potente tanto poliedrica …
«La mia voce mi ha sempre fatto“ impazzire ”(e ride). Con lei ho un rapporto di amore odio, un costante esplorare i propri limiti. Il non avere il controllo completo su di lei lo sprona e andare avanti e rompere ogni barriera che c’è tra di noi. Un continuo imparare a conoscere ed esplorare il proprio corpo, ecco perché io ne sono innamorato. A volte la relazione è completa e ci sono fasi di impasse ma poi, con disciplina e passione, si continua a crescere ».
Siete appena tornati dal vostro secondo tour in Sud Africa, com’è andata?
«Alla grande, è stato bellissimo tornarci a 5 anni dal primo tour. Un paese incantevole pieno di colori e tradizioni. Insomma, una fiaba! Questo ci ha fatto sentire bene e ci ha permesso di affrontare il tour nel modo più sereno e divertente possibile. Un’esperienza elettrizzante che ha indubbiamente lasciato il segno. Inoltre si sono già creati dei bei contatti umani la prima volta ed è stata coltivata la relazione con i fan, è stato emozionante ritrovarsi a Città del Capo, Port Elizabeth, Pretoria e Johannesburg e vedere la gente che tornava per vederci ».
Parlami del vostro rapporto con i fan.
«Per noi la band non è fatta solo da 4-5 individui che vedi sul palco. Prima e dopo il live cerchiamo un contatto reale con il pubblico, scambiando due chiacchiere, bevendo un bicchiere assieme: una relazione che poi spesso continua sui social. Non tutti i gruppi fanno questo ma per noi la connessione umana è sempre stata un aspetto centrale e non abbiamo intenzione di smettere. Fondamentalmente la nostra idea di concerto è quella di passare una serata assieme. La band fa il 50%, il pubblico fa l’altro 50% e quando le due parti si miscelano nel modo giusto si crea qualcosa di speciale».
Energia e palcoscenico. Come si crea magia?
L’aspetto dei live che amo è che, rispetto ad un album o un video, ti fai vedere per quello che realmente sei. Dal palco vogliamo passare una grande carica positiva: nonostante le chitarre distorte o la batteria pestata che possono caratterizzare il nostro genere musicale suoniamo sempre con il sorriso! Ogni concerto è una maratona e bisogna essere carichi e preparati Prima di salire sul palco ognuno si prende una mezz’ora per riscaldarsi sia a livello musicale che fisico e mentale, abbraccio di gruppo e via allo show. Anche dopo tanti live, l’adrenalina che provoca ansia diventa carica da dare al pubblico».
Svestiti i panni da rockstar, chi sono i Dreamshade?
«Io faccio il postino, un mestiere dinamico che mi soddisfa. Per quanto opposte, amo entrambe le dimensioni della mia vita, si equilibrano l’un l’altra. Fernando di Cicco invece organizza eventi per la città di Lugano, Gian-Andrea Costa (basso) è uno speaker radiofonico e Luca Magri (chitarra) lavora per una ditta di service per eventi. Tutte attività che ci permettono di stare costantemente a contatto con le persone e creare sempre nuove connessioni. Trovo interessante il fatto che ci sia un legame tra i nostri lavori e quello che facciamo con i Dreamshade».
Novità e date in Svizzera?
«Attualmente, a livello live, ci diamo un pò di tregua per avere tempo di lavorare ai nuovi brani. Per quanto riguarda la Svizzera, vogliamo creare una fanbase importante ma non è per niente facile. Siamo riusciti ad aprirci a mercati come Asia e Sud Africa che ci hanno permesso di crescere e, paradossalmente, “giocare in casa” è invece più dura. Svizzera e Centro Europa sono aree già sature a livello di band in tour e quindi è più difficile farsi spazio. Ma ci teniamo a suonare più spesso dalle nostre parti e ci stiamo muovendo per fare da spalla a gruppi importanti. A gennaio 2019 abbiamo avuto l’onore di aprire i concerti del tour europeo dei Don Broco (UK), una delle nostre band preferite, e ora stiamo allacciando nuove relazioni artistiche… infatti a fine giugno suoneremo con gli Arch Enemy (SE) allo Z7 di Pratteln».
Creatività e nuovi approcci possono aiutare a farsi notare?
«Io credo di sì. In Ticino, per esempio, sono convinti che l’evento particolare potrebbe catturare di più l’attenzione. Vorremmo uscire dal solito contesto, il club o la sala concerti usuale, ed invitare il pubblico a vivere qualcosa di diverso assieme a noi. Infatti, la nostra idea è quella di creare dei concerti in luoghi insoliti. Recentemente è nata questa idea che ci piace molto e stiamo pensando alle location possibilità quindi: rimanete sintonizzati ».