A fine agosto, la STRP – Società Ticinese di Relazioni Pubbliche – è andata a Zurigo per visitare le tariffe di Freitag e capire come comunica un marchio conosciuto a livello mondiale, con borse ricavate da teloni di camion e oggetti di design elencati al MoMA di New York, con un social business che punta sull’estetica e la sostenibilità. Nella vicina Italia, a Castellanza, è nata una realtà che ha delle similitudini con Freitag: Parallelo (officinacasona.com/parallelolab). Andrea Cattaneo, classe 1990, è uno dei fondatori. Ha studiato linguaggi dei media alla Cattolica di Milano e lavorato prima come giornalista online, poi in un’agenzia di marketing e comunicazione. Andrea ritiene che ci sia riempia sempre la bocca di “social”.Basterebbe una “e” in più: la parola “sociale” va valorizzata e ha un grandissimo potenziale comunicativo.

Cos’è Parallelo?

«Un laboratorio di artigianato aperto nel 2017 con cinque aree: falegnameria, ciclomeccanica, sartoria, ceramica e legatoria. Siamo un’impresa sociale: creiamo prodotti contemporanei e vicini alle tendenze attuali di estetica e funzionalità con grande ricerca sul design e le materie prime, cercando di fare formazione e inserimento lavorativo per migranti e soggetti svantaggiati. In quanto imprenditori sociali 2.0 vorremmo provare a sradicare una visione vetusta e limitante del mondo del sociale, portando una mentalità da impresa».

Come trasmettete la vostra idea?

«Il laboratorio è diventato un marchio, parola pressoché sconosciuta nel sociale. L’elemento centrale è stato di connotarlo con tratti caratteristici che seguono dal logo, dal nome: “Parallelo, prodotti da scappati di casa”. Lo scappato non è solo il migrante, non c’è un noi e un voi. Perché continuare con la narrazione dell’eroismo di chi fa il sociale e della commiserazione di chi viene aiutato? Lo storytelling di Parallelo è la normalità: non ci sentiamo eccezionali e non facciamo pesare il fatto che chi ripara una bicicletta o realizza uno zaino sia un migrante, un disabile o un ex tossicodipendente. Allo storytelling aggiungiamo un passo supplementare, lo storydoing: stiamo raccontando dei fatti».

Grafica, trame, palette dei colori danno vita a un ecosistema che comunica il progetto in ogni dettaglio…

«Abbiamo riconosciuto gli elementi chiave nella grammatica dei tessuti africani dei migranti con cui lavoriamo e li abbiamo semplificati traducendoli nel linguaggio del nostro mercato di riferimento. Scegliendo di stare sul mercato, non proponiamo il prodotto etnico. Abbiamo sviluppato una “etichetta narrante” perché la storia di chi ha realizzato il prodotto entri in contatto con il consumatore; l’etichetta rivela volto, nome, paese d’origine ed età del migrante e invita ad andare oltre».

Utilizzato spesso materiali di risultati. Come riuscite a garantire una coerenza nel vostro linguaggio familiare?

«I prodotti in legno, dallo sgabello alla cornice, riassumono il nostro approccio al recupero: il lato esterno è perfettamente lavorato, con una pulizia delle linee; l’altro ha sempre il risvolto del passato e del materiale più grezzo. Comunichiamo che quel prodotto ha acquisito un valore grazie all’intervento di un artigiano».

A chi vi rivolgete?

«A chi è vicino al mondo del no profit, che comprende il valore del prodotto, ma anche un obiettivo in cui ci riconosciamo: una fascia di età sotto 40 attenta alla sostenibilità e una certa ricerca nella propria estetica. Non il frequentatore assiduo del mainstream, ma chi cerca di fare acquisti che abbiano un valore e che consentano di riconoscersi».