Di Silvano Coletti

 

Quasi tutti gli economisti affermano che oggi è molto più importante che i politici sostengano politiche imprenditoriali basate sullo sviluppo e la rifocalizzazione delle imprese esistenti piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulle start-up. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un significativo cambiamento di attitudine imprenditoriale un po’ in tutti i Paesi del mondo. Questo si è riflesso in una drammatica proliferazione di programmi per startup: Start-up America, Start-up Chile, Start-up Russia, Start-up Britain, Start-up Weekend. Sembra che “startup” sia un termine anglosassone oramai entrato nel linguaggio di tutti i giorni e pare abbia rimpiazzato il mitologico riferimento “Silicon” degli anni ‘70. Difficile trovare una città o un Paese che non abbia un programma per start-up.  E’ bene qui specificare che per “startup” si intende una nuova organizzazione o una nuova impresa in cerca di un modello di business ripetibile e scalabile. Le altre nuove imprese sono impropriamente denominate startup in quanto queste nascono invece a seguito di un rilancio aziendale, uno spin-off brevettuale, una partnership strategica con aziende sinergiche per sfruttare nuove tecnologie o fare efficientamento. Apple nel 1976 era una startup così come Google nel 1998 e così come oggi molte altre imprese che si inventano modelli di business disruptive,  dirompenti. Una cattiva interpretazione del concetto di imprenditorialità legato principalmente allo startup di imprese è la causa di molti mali e fraintendimenti. L’equazione “imprenditorialità = startup” non è errata ma è incompleta. Da un lato sembra che il passo più importante e difficile per gli imprenditori sia il lancio della propria impresa o di una nuova avventura, dall’altro sembra quasi che venga consigliato “più siamo meglio è” ovvero più startup ci sono più di successo è il programma.  La quantità però, sapete bene, non è mai indice di qualità.  Per qualità qui si intende estrazione di valore per la comunità. 

 

Se pensiamo alla “entrepreneurship” come alla creazione o alla cattura di valore allora deve essere chiaro che il valore può essere creato e catturato in molti modi: acquisizioni, riorganizzazione, spin-off tecnologico, rilancio di iniziative e asset, sottovalutati o sottoutilizzati.  George Foster della Stanford University parla infatti di “re-start”.  

La lezione che molti case study oggi ci consegnano in pagine e pagine di studi accademici e report finanziari è la seguente: crescere è molto più difficile di quanto si pensi rispetto a fare startup. Dobbiamo quindi concentrare la nostra attenzione sulla crescita subito dopo lo startup. È importante sostenere l’innovazione ma è altrettanto e forse più importante sostenere lo sviluppo altrimenti si rischia di aver finanziato qualcosa che rimarrà in una fase embrionale e non riuscirà mai ad emergere, con il rischio per la comunità che l’investimento iniziale non sarà mai ripagato, ad esempio con ulteriore indotto imprenditoriale, tasse e posti di lavoro. Lo dicono le statistiche: se usiamo come indicatore di successo il numero di imprese cosiddette startup che riescono ad emergere ma soprattutto a creare un business autosostenibile allora i numeri sono bassissimi. Mediamente meno di 1 startup su 100 fa scale-up.  Lo scorso mese di giugno è stato pubblicato il Kauffman Index 2016. Il rapporto Kauffman fornisce un indice in grado di misurare proprio il successo delle aziende nella misura di cui stiamo parlando. Si occupa solo di imprese statunitensi ma da un ottimo indice di cosa accada statisticamente alle start-up e quante di queste effettivamente riescano a crescere sostenibilmente. Dalle statistiche si evince anche chiaramente che si estrae tanto più valore quanti più investimenti, sia privati sia pubblici, vengono fatti sulla formazione di nuovi lavoratori specializzati che siano effettivamente risposta ad un’effettiva richiesta del mercato e che siano rappresentativi dell’avanzamento tecnologico in corso. Non va sottovalutato il potenziale di persone istruite secondo questi razionali perché loro stesse potrebbero essere capaci in futuro di creare valore con nuove imprese magari indotte da aziende più grandi ed internazionali magari operanti nei settori della gestione dei grandi dati, dell’intelligenza artificiale, della gestione ambientale o della medicina. Allora, tornando a bomba, cosa intendete fare se foste voi a disegnare la visione dei prossimi decenni in materia di sviluppo economico e imprenditorialità?