A distanza di pochi mesi siamo tornati al punto di partenza, forse in peggio, perché ora sappiamo chi è il “nemico” e le misure messe in atto per contrastarlo mettono in difficoltà persone e aziende in modo differenziato. Purtroppo, il contraccolpo si è già sentito con le relative riorganizzazioni aziendali e riduzione di personale. Un mondo, quello del lavoro, già ferito da una crisi generale e ora definitivamente messo in ginocchio dalla pandemia. Ci si organizza, si cerca di resistere, ma fatturati ridotti del 40/50% portano anche le aziende più sane a guardare il futuro con forte preoccupazione, soprattutto le PMI che rischiano di non avere la forza di resistere a questa seconda ondata. Poco rispettoso è il ragionamento di coloro che pensano che la maggior parte delle aziende in difficoltà lo sarebbero state comunque, anche senza pandemia.
Ma tant’è. Purtroppo, a questo scenario si aggiunge un altro aspetto da non trascurare: la crescente ansia e paura dei lavoratori i cui argini emotivi si stanno sgretolando come un muro di sabbia su cui l’onda pandemica si infrange. Non si tratta solo della paura del contagio e della salute per sé e i propri cari, ma anche di inquietudine per quell’allontanamento sociale dal posto di lavoro imposto dallo stato di necessità. Come si è largamente riconosciuto, a marzo le aziende avevano reagito velocemente stravolgendo il concetto stesso dell’organizzazione aziendale sin qui conosciuta. Si è addirittura enfatizzato e, in prima battuta, addirittura apprezzato l’utilizzo della tecnologia e l’incontro virtuale. Però, non tutto ciò che luccica è oro e qualcosa non torna. La nuova realtà lavorativa, infatti, è stata un’esigenza e non un cambiamento reale della cultura sociale ed aziendale. E così, il dibattito e i dubbi aumentano su questa “nuova normalità” non solo in termini organizzativi e normativi, ma anche e soprattutto dal punto di vista umano. Non si può infatti prescindere dalla consapevolezza del valore del contatto interpersonale, dove l’incontro fisico fra colleghi non può essere l’eccezione ma sarebbe bene rimanesse la regola.
Due concetti si confondono, si confrontano e si contrappongono: allontanamento sociale (dal posto di lavoro) e distanza sociale (sul posto di lavoro). Con la necessità di salvaguardare la salute dei dipendenti dal punto di vista sanitario e quindi il loro “allontanamento sociale” e la vicinanza virtuale, crescono le paure del distacco, spaventa l’assottigliarsi dei confini tra lavoro e vita personale, tra ambiente domestico e posto di lavoro. Luogo, quest’ultimo, che rappresenta anche uno spazio di incontro e non solo luogo di produzione. Se c’è una cosa che emerge in questa pandemia è proprio la consapevolezza del valore del lavoro nelle nostre vite. Quel “andare a lavorare” diventa oggi un desiderio, oltre che una necessità per chi il lavoro non ce l’ha, come per gli studenti di ritrovare la scuola in presenza, perché lo percepiamo come un vuoto nella nostra esistenza. L’emergenza ha rotto le nostre abitudini, tutto è in un equilibrio molto fragile, basta poco che tutto si spezzi. Nessuno squilibrio può resistere per sempre. Il cambiamento potrebbe essere epocale, lo sappiamo bene. La domanda da porsi è: quanto e in quanto tempo saremo eventualmente in grado di riscrivere questa “nuova normalità”? Quanto l’economia stessa e la società saranno in grado di reggere questa modalità? Nel frattempo, l’inquietudine cresce e sarà proprio il compito dei datori di lavoro, dei responsabili del personale, comprenderla e capire come formulare al meglio strutture anche ibride, nelle quali la presenza sia assolutamente contemplata. Si può e si deve poter lavorare in azienda, trovando un delicato equilibrio tra la responsabilità di proteggere e il ridisegno di spazi “diversi” che rendano possibili nuove forme di lavoro sicuro, produttivo e flessibile, tenendo conto delle mutate circostanze. Non siamo numeri primi, ma esseri sociali bisognosi gli uni degli altri e del contatto umano, anche nell’ambito lavorativo.