Nel libro The Best Care Possible lo specialista americano di cure palliative Ira Byock racconta un episodio della vita di Margareth Mead, notoriamente una delle più importanti antropologhe del mondo: «Anni fa uno studente ebbe a chiedere a Margareth Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra. Ma così non fu. Margareth Mead disse invece che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale se ti rompi una gamba muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere o cercare cibo. Sei carne per bestie feroci. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso possa guarire. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a guarire. Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui inizia la civiltà e concluse: ‘noi esseri umani siamo all’altezza di noi stessi quando serviamo gli altri’».

Questo episodio mi ha sempre colpito e mi è tornato alla mente spesso proprio nelle ultime terribili settimane di pandemia, ripensando alle migliaia di medici e infermieri impegnati in prima linea a cercare di salvare vite umane.
Molti di noi hanno visto, tra molti altri, il video delle dimissioni contemporanee di padre e figlio dall’ospedale Cotugno di Napoli: tutto il personale in corridoio ad accompagnare con un lunghissimo commovente applauso l’abbraccio di padre e figlio dopo settimane di isolamento e di lotta tra la vita e la morte. In quell’applauso c’era l’essenza dell’essere umano, ciò che lo distingue dalle bestie feroci, e che con una sola parola si chiama “umanità”.

Il coronavirus ci ha resi testimoni di migliaia di gesti di solidarietà, di cura, di umanità. Ci ha riportati indietro alla nostra essenza di esseri umani. Chissà se ci ha finalmente fatto comprendere che la solidarietà non può essere un gesto una tantum. E meno che mai può essere il gesto buonista una tantum di qualche businessman, tronfio del suo motto cinico mors tua vita mea, che ogni tanto fa qualche donazione per alleviare le sofferenze dei morenti e lavarsi così la coscienza (e a volte anche il denaro). La solidarietà non è un gesto da stato di emergenza, né la chirurgia estetica della coscienza sporca.
No, il coronavirus ci sta mettendo sotto gli occhi una evidenza fattuale troppo spesso dimenticata: la solidarietà è l’essenza dell’essere umano, è il gesto più originario e fondamentale del suo stare al mondo, è la torta non la ciliegina. La solidarietà è il core business dell’esistenza.

Aristotele ci ha insegnato a distinguere fra proprietà accidentali e proprietà essenziali. Le prime sono quelle che possono esserci oppure no, e nulla cambiano dell’essenza di quella cosa. Ad esempio, l’essere colorato è una proprietà accidentale per un triangolo: colorato o non colorato, un triangolo resta sempre un triangolo. Diverso è il caso delle proprietà essenziali: esse non possono non esserci, pena l’annullamento del soggetto di cui si predicano. Ad esempio, la trilateralità, ossia l’avere tre lati, è una proprietà essenziale del triangolo, tanto è vero che, se non ci fosse, il triangolo non sarebbe più triangolo.

Ebbene, il coronavirus ci sta facendo vedere proprio questo – lo comprenderemo davvero? -: la cura per l’altro non è una proprietà accidentale dell’essere umano, che può esserci o non esserci, ma una proprietà essenziale: se non c’è, non esiste nemmeno più l’essere umano, l’umanità implode, anzi nemmeno sopravvive. Ogni singolo essere umano ha bisogno vitale dell’altro, così come ogni gruppo umano ha bisogno vitale degli altri gruppi, anche di quelli solitamente emarginati o odiati nel regime prospero dell’esistenza. I bergamaschi ammalatisi di coronavirus a Palermo sono stati curati, anzi coccolati, e letteralmente salvati dai – di solito da loro vituperati – siciliani. I ticinesi sono stati curati e in molti casi letteralmente salvati da medici e infermieri italiani, odiati da non pochi ticinesi, diciamolo! E finanche Boris Johnson è stato curato da un medico europeo del continente: un italiano.

Il coronavirus ci ha messo di fronte agli occhi che la regola mors tua, vita mea è uno sfizio che ci si può permettere solo nei periodi di opulenza, quelli che allontanano gli uomini dalla propria essenza, riducendoli a bestie feroci. Al fondo, invece, quando il gioco si fa duro, l’umanità, fragile per natura, non può non adottare la regola vita tua vita mea: la vita dei medici terroni salva la vita dei polentoni; la vita dei medici italiani salva la vita dei ticinesi.

Vale solo nella sanità? No, quello mi sembra semplicemente il luogo dove tutto questo si manifesta con più chiarezza. La vita di molti nostri studenti ticinesi che studiano giurisprudenza a Lucerna “salva la vita” alla Rechtswissenschaftliche Fakultät di quella città. La vita di molti studenti stranieri “salva la vita” alla USI (anche perché purtroppo tanti ticinesi ancora non la riconoscono davvero come un valore aggiunto del Canton Ticino). E che dire poi dell’economia o della politica? Non è il mio campo, ma ipotizzo che dopo il coronavirus la solidarietà potrebbe diventare davvero il core business di molti business. In ogni caso, potrebbe contribuire a far rivedere il principio mors tua vita mea e a rafforzare qualche meccanismo di protezione economica di paesi in difficoltà.
Perché mai? Perché il paese in difficoltà economica non è sempre l’altro: in passato ogni paese si è trovato in difficoltà (vedi caso tedesco) e in futuro potrebbe tornare a esserlo. Quindi, senza meccanismi di protezione: mors tua oggi, mors mea domani.

Tutto avviene come per gli individui: quelli che si rompono il femore o che si ammalano di coronavirus non sono sempre gli altri, gli anonimi Tizio e Caio: prima o poi potremmo essere noi. È precisamente quello che ha descritto magistralmente Tolstoj ne La morte di Ivan Il’ič. Lascio dunque a lui l’ultima parola, il massimo possibile di empatia, in forma letteraria, verso chi in questo momento sta provando in ogni ospedale del mondo simili angosce, nella speranza che l’esperienza del coronavirus possa aprirci gli occhi sulla necessità per l’uomo di essere “umano”: «Il sillogismo elementare che aveva studiato nel manuale del Kizevetter: Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale, per tutta la vita gli era sembrato sempre giusto ma solo in relazione a Caio, non in relazione a se stesso. Un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era né Caio, né l’uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri esseri: era stato il piccolo Vanja, con la mamma, il papà, Mitja e Volodja, i giocattoli, il cocchiere, la governante, e poi Katen’ka, e tutte le gioie, le amarezze, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. Aveva mai sentito Caio l’odore del pallone di cuoio che il piccolo Vanja amava tanto? Aveva mai baciato la mano della mamma, Caio, e aveva mai sentito frusciare le pieghe della seta del vestito della mamma, Caio? E Caio aveva mai strepitato tanto per avere i pasticcini quando andava a scuola? E Caio era mai stato innamorato? E Caio sapeva forse presiedere un’udienza in tribunale? Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me, piccolo Vanja, per me Ivan Il’ic, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, per me è tutta un’altra cosa. Non può essere che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile».

*Giovanni Ventimiglia è professore ordinario di filosofia all’Università di Lucerna, vice decano della Facoltà di Teologia e membro della commissione di ricerca di quella università. In Ticino è presidente della Fondazione Reginaldus, che ha promosso e gestisce la residenza universitaria d’eccellenza Aristotle College. È stato professore ordinario di filosofia teoretica alla Facoltà di Teologia di Lugano (2004-2016), dove ha fondato nel 2003 il Bachelor in filosofia e l’Istituto di Studi Filosofici, dirigendololi fino al 2017. Ha all’attivo più di cento pubblicazioni scientifiche in italiano, tedesco e inglese