Il processo creativo si presenta come il risultato di un percorso per sottrazione: introspettivo, solitario, totalizzante, che impone a chi lo attraversa la umiltà di liberarsi da pregiudizi, blocchi mentali o sociali, e perdersi in un gioco di specchi che lo porta a moltiplicarsi in attore e spettatore, a giudice e giuria della trama che si trova a proporre al pubblico.

Italiana per nascita, continuatrice di una lunga presenza artistica e sociale della sua famiglia nel mondo dello spettacolo, moglie di Francesco Quinn, primogenito prematuramente scomparso dell’attore Anthony Quinn, Valentina Castellani Quinn per elezione professionale da circa un ventennio è produttrice a Hollywood, la mecca del cinema. Ma è anche cittadina del mondo di una settima arte le cui storie di vita e modalità di narrativa si sono decentralizzate, abbracciando confini e prospettive ormai globali.

Le sue produzioni la vedono partecipare ai maggiori festival internazionali. Tra i suoi numerosi riconoscimenti, un premio conferitole dal Congresso degli Stati Uniti di Washington per un film sul dialogo interreligioso, su cui torneremo fra breve, e non solo.

In questo periodo è in Europa: appena nominata ambassador di Taormina per tutte le iniziative della città in campo artistico, cinematografico e culturale nel mondo, a inizio settembre Valentina Castellani Quinn è impegnata al Better World Fund del Festival del Cinema di Venezia, la conferenza delle dodici opinion leader femminili più influenti nel mondo del cinema e della economia.

«Tornare in Europa, esordisce Valentina Castellani Quinn, aiuta a sintonizzarmi con la sensibilità del pubblico. È un impegno da cui non mi sottraggo, e migliora la mia persona oltre che aggiornare l’impegno sociale delle mie produzioni».

Come nasce il tuo amore per il cinema?

«La mia famiglia era proprietaria di numerosi teatri, e ha prodotto molti progetti teatrali e cinematografici. Mio nonno era presidente dell’Anicagis, la associazione di categoria italiana. Sono cresciuta nei backstage, dietro le quinte: in casa nostra c’è sempre stato un profumo di cinema. Ho conosciuto Fellini, Pasolini, ma anche Anthony Quinn, arrivato in Italia per sfuggire allo strapotere contrattuale delle case di produzione americane. Ho sposato suo figlio. Attualmente, con Danny Quinn ed il regista messicano Alfonso Cuaron, vincitore di quattro premi Oscar, stiamo producendo un film sulla vita di Anthony Quinn».

Cinema e digitalizzazione: a che punto siamo?

«Al Festival di Cannes, alla Young Presidents’ Organization, l’associazione cui aderiscono i principali dirigenti d’azienda mondiali, ho presentato la mia analisi sull’uso della Intelligenza Artificiale-AI nell’industria cinematografica. A Hollywood, lo sappiamo, è in corso uno sciopero di attori e sceneggiatori. Per esperienza personale, più che la digitalizzazione, mi preoccupa lo scadere dei contenuti artistici, che rappresenta il vero messaggio di ogni produzione. Una pellicola di qualità sa far convivere la sceneggiatura con le emozioni che suscita nel pubblico: è così che la narrazione di un film entra nella vita e raggiunge la sensibilità degli spettatori. Solo un buon screenwriter, uno scrittore inteso come una persona reale, possiede quel plusvalore di capitale umano che eleva una semplice trama ad esperienza condivisa dal pubblico, e la trasforma in occasione per migliorare anche la coscienza della società e le relazioni sociali. I film cambiano la nostra percezione del mondo, le nostre emozioni, il nostro modo di pensare. È una sensazione che provo ogni volta che sono richiesta di interessarmi ad una produzione. Solo una persona sa descrivere la affascinante complessità delle relazioni sociali. Ricordo che quando un regista americano di fede ebraica mi propose un film sul dialogo interreligioso tra fede ebraica, cristiana e islamica, che poi è diventato il mio film One rock, three religions, ho chiesto tempo, e riflettuto con umiltà prima di impegnarmi su un argomento che non conoscevo. Poi mi ha convinto la voglia di capire e di aprirmi ad un mondo ed a tematiche per me sconosciute. Umiltà, disponibilità a chinarsi su nuove realtà, mi portano anche a scoprire ed accettare le mie stesse, personali vulnerabilità. È un percorso complicato, impegnativo, ma che resta alla base della mia coscienza e della mia professione. L’avere attraversato queste emozioni, ha sempre costituito la premessa dei miei maggiori successi professionali. Credo nel potere della parola, del dialogo, credo nello storytelling: ne sono convinta. Ho partecipato alla conferenza Dignified Storytelling che ha aperto la Dubai Expo, prodotta e creata da Dubai Care, una delle maggiori organizzazioni filantropiche mondiali per i diritti dell’infanzia. Ho riassunto al pubblico la mia vita: ho raccontato in tutta sincerità cosa mi rende così fragile, ma anche sensibile ad un punto tale da rendermi creativa. È la medesima esperienza che seguono gli spettatori quando assistono ad un film che, per quanto opera di fantasia, è sempre ancorato a quelle esperienze di vita che poi migliorano la comprensione delle evoluzioni del nostro destino».

Come è cambiato il cinema dopo il Covid?

«Molti finanziamenti si sono riversati sulle piattaforme di streaming. Ora dispongono di budget consistenti, ed ingaggiano registi, attori e sceneggiatori capaci di attrarre l’interesse del pubblico. Si tratta di un mondo che solo dieci anni fa non avrebbe mai considerato le produzioni televisive, giudicate di secondo livello. Da un lato, approvo questa evoluzione, perché ha migliorato la qualità dei prodotti per il piccolo schermo e dato lavoro a molti attori. Tuttavia la magia legata alla proiezione di un film, e gli spettatori in Piazza Grande a Locarno potrebbero confermarlo, si conferma una esperienza indimenticabile, che non teme confronti».

Cosa vedi nel tuo futuro?

«Lo affronto con umiltà, perché mi accorgo che ho sempre molto da imparare. Gli argomenti che tratto nei miei film riflettono i miei valori personali e sociali. Anche se la nostra epoca si presenta complicata da tante difficoltà io resto una believer, un carattere positivo. Oltre alle candidature agli Oscar, mi ha fatto piacere che le mie scelte professionali siano state considerate talmente libere e inclusive da avere ricevuto il premio che più mi ha commosso: lo US Congress Award, assegnato dal Congresso di Washinton al mio film One rock three religions, che ho appena ricordato. In seguito, proprio questo mio film ha ispirato la amministrazione americana a varare due leggi per la protezione delle minoranze nel Medio Oriente. Malgrado io non mi occupi di politica o diplomazia, proprio questo riconoscimento mi ha convinto che ogni film non solo è in grado di migliorare la società in cui viviamo, ma anche di comprenderne i cambiamenti».