Di Michele Fazioli

Dal 2008 Denise Fedeli, luganese, è il Direttore artistico dell’OSI, Orchestra della Svizzera Italiana. Diplomata in Pianoforte, Composizione e Direzione d’orchestra al Conservatorio “G.Verdi” di Milano, prima di assumere la responsabilità artistica dell’OSI ha svolto una intensa e apprezzata attività quale Direttore d’orchestra salendo sul podio di molti importanti  complessi musicali fra i quali le orchestre  Philharmonia Hungarica, Maggio Musicale Fiorentino, Sinfonica di Münster, Sinfonica di Bari, “Haydn” di Bolzano e Trento, Angelicum e Pomeriggi Musicali di Milano, Orchestra della Svizzera italiana, Accademia “I Filarmonici” di Verona, Filarmonica di Minsk, Radio Bulgara di Sofia.

Sotto la Direzione artistica di Denise Fedeli l’OSI ha intensificato la sua presenza nelle varie regioni della Svizzera Italiana e ha sviluppato la propria attività all’estero con tournée extraeuropee e concerti in sale come il Parco della Musica a Roma, il Teatro alla Scala di Milano, la Kammerphilharmonie di Berlino, la Cadogan Hall di Londra, collaborando con artisti quali Lorin Maazel e Vladimir Ashkenazy, risvegliando l’interesse del pubblico e della critica a livello internazionale. Sentiamo dunque “il polso” di questa donna che tanto si spende per la vita musicale della Svizzera Italiana e cominciamo da quella sua decisiva e fondante esperienza di direttrice d’orchestra.

 

Una donna sul podio: sembrava fino a pochi anni fa una sfida a uno dei pochi poteri maschili resistenti davvero (oggi qualcosa sta cambiando anche qui, adagio). Lei percepì questa singolarità? E come?

«Una donna sul podio è una sfida anche oggi. Nell’immaginario collettivo la figura del direttore d’orchestra è l’emblema del dominio, del comando e quindi del maschile. Però ci sono altri motivi che hanno sempre tenuto lontane le donne dal podio. Se da una parte l’atto del dirigere un’orchestra -ovvero crearsi un modello interiore ed astratto di una partitura per poi trasformarlo in suono comunicando la propria idea all’orchestra attraverso gesti- è in assoluto la cosa più bella al mondo, dall’altra la professione vera e propria del direttore d’orchestra è una delle attività più dure ed estenuanti che esistano. Oltre alla fatica per l’enorme studio, i continui viaggi, la necessità di costante ed estrema organizzazione mentale, un direttore subisce quotidianamente la pressione dell’orchestra; deve avere sempre la risposta pronta, capire al volo ogni singolo musicista, saper dominare le dinamiche di gruppo, avere un’inesauribile forza trainante capace di smuovere anche i sassi… Penso che la maggior parte delle donne siano furbe e preferiscano lasciare agli uomini questo genere di gatte da pelare!».

 

Suo marito fa parte del Consiglio di direzione del Conservatorio della Svizzera Italiana. Vi siete conosciuti in musica… vivete musica in casa…Una simbiosi affettiva ma anche di sensibilità culturale condivisa…

«Ho conosciuto mio marito attraverso la musica. Avevamo idee opposte praticamente su tutto, ma ci capivamo perfettamente anche senza parlare; per questo abbiamo desiderato da subito condividere il nostro cammino. Chi passa tutta la vita a studiare e fare musica sviluppa circuiti mentali insoliti. A casa nostra, per compensare la frenesia sonora nella quale siamo immersi quotidianamente per lavoro, regna il silenzio. Non ascoltiamo praticamente mai musica e amiamo la solitudine. I nostri figli (Auriel 18 anni e Michelangelo 16 anni) ci considerano “diversi”, perché non cerchiamo amici, non ci interessa stare tra la gente e divertirci. Capiranno più avanti che in realtà stiamo bene così…».

 

Lei ha lasciato la direzione d’orchestra per assumere la responsabilità della direzione artistica di un’orchestra. Un altro modo per amare la musica, per dirigere. Riesce, nella sua funzione, a vivere ancora l’aura, la tensione dell’orchestra? Riesce a conciliare “vita d’orchestra” (rapporti umani, il dietro le quinte, le prove, l’incontro con il carisma di direttori e solisti) e gli inevitabili pesi della gestione dirigenziale?

«In verità non ho mai lasciato la direzione d’orchestra! Ho solo interrotto momentaneamente la mia attività, per dedicarmi all’OSI. Non escludo di ritornare prima o poi sul podio. Il lavoro attuale comunque mi entusiasma ed è per me importantissimo, anche se mi fa spesso passare le notti in bianco: il peso della responsabilità è schiacciante. Mi sento molto vicina all’orchestra e vivo sulla mia pelle sia i momenti di successo sia i problemi. Nei concerti migliori, quando capita che l’orchestra è in stato di grazia, mi emoziono fino alle lacrime. Altre volte mi arrabbio, quando non percepisco negli altri la giusta motivazione».

 

La direzione artistica di un’orchestra esige preparazioni lunghe, anticipate, reti di contatti, ricerca di artisti di valore. Una stagione concertistica la si prepara uno, due, spesso tre anni prima. Lei ha dunque rapporti preferenziali con moltissimi nomi della grande musica internazionale. Per lei un continuo arricchimento, penso…

«Certamente sono in contatto con molti artisti; quello però che mi interessa di un direttore è unicamente il lavoro che riesce a fare con la nostra orchestra e il risultato che arriva ad ottenere. Ho una stima infinita dei grandi musicisti ma non cerco il contatto personale: desidero solo vederli all’opera e godere della loro genialità musicale».

 

L’OSI nella casa buona del LAC, accanto a quella bella e tradizionale dell’Auditorio (e agli altri luoghi sparsi nel territorio). Cosa ha significato per voi la nuova, prestigiosa sala luganese?

«Con l’inaugurazione del LAC, di cui l’OSI è orchestra residente, e la nomina del direttore principale Markus Poschner, per l’Orchestra è iniziata una nuova era, con un forte slancio: è incredibile come una bella sala possa stimolare i musicisti di un’orchestra e i direttori, spingendoli alla ricerca della massima qualità esecutiva e sonora. È estremamente formativo e appagante esibirsi in una sala da concerto come il LAC».

 

Qual è il valore, nel senso musicale specifico ma anche come valenza culturale ampia, di un’orchestra come l’OSI nella realtà svizzero-italiana?

«L’OSI ha principalmente due compiti. Il primo è quello di offrire innumerevoli concerti in regione per i diversi tipi di pubblico, dalle canoniche stagioni al LAC alle iniziative per bambini e famiglie. Il secondo è quello di fare da ambasciatrice all’estero, portando il nome della Svizzera italiana nel mondo, associandolo a un prodotto di alta qualità. È proprio per questo che negli ultimi anni ci siamo sforzati, grazie anche al sostegno di Helsinn, di aumentare le trasferte dell’orchestra, pianificando tournée in Brasile, Corea e nelle capitali europee. Oltre a ciò l’OSI ha un’importante funzione di collante e locomotiva per tutte le altre istituzioni musicali della Svizzera italiana; è una macchina a pieno regime di produzione musicale propria, che si appoggia a una rete di competenze costruita in più di ottant’anni di storia. È proprio questo che consente alla nostra regione di distinguersi dai territori di provincia, dove ci si limita ad acquistare concerti prodotti da esterni, ovvero pacchetti già confezionati».

 

Veniamo ai problemi, la SSR ha disdetto il contratto che assicurava un sostanzioso contributo (accanto a quello forte del canone e ad altri), rilanciando un aiuto indiretto ma molto, molto diminuito. C’è in gioco il futuro dell’OSI. Lei è preoccupata?

«Naturalmente sono preoccupata, ma sono anche convinta che l’OSI sia molto più forte di quello che si crede. La qualità dei singoli musicisti è veramente alta, lo notano con grande sorpresa tutti i direttori che ospitiamo. Lo staff amministrativo, sebbene ridottissimo rispetto alle altre orchestre svizzere, fa un lavoro incredibile, con energia e massima competenza, riuscendo a portare avanti l’attività dell’orchestra tra il susseguirsi incessante delle stagioni musicali e le tournée in mezzo mondo. Siamo abituati a superare missioni impossibili, non ci faremo certo fermare da un disimpegno della SSR. Vorrei inoltre sottolineare che nessuno considera le ricadute finanziarie che la nostra orchestra provoca in diversi ambiti. Recentemente è stato fatto uno studio specifico sul caso OSI, voluto e realizzato da persone non dipendenti dall’OSI, nel quale si analizzano parametri come il ritorno economico diretto delle spese sostenute dall’OSI per realizzare la sua attività, la percentuale di finanziamento pubblico che ritorna direttamente all’ente pubblico tramite il gettito fiscale, l’impatto economico generato dagli oltre 50.000 spettatori che seguono annualmente le iniziative dell’OSI… I risultati sono sorprendenti».

 

Secondo lei quale sarebbe una via ragionevole (capendo anche le nuove strategie SSR e in generale i tempi attali finanziari) per assicurare veramente il futuro dell’OSI? È una partita in cui ognuno deve giocare, fare la sua parte, si suppone…

«Il problema vero è che tutti parlano di tagli, di contributi, ecc… ma pochi si soffermano a ragionare sul senso dell’OSI. La nostra orchestra è considerata un monolite, con una struttura e un’attività predefinite e immutabili. Niente di più sbagliato! L’OSI è un’entità flessibile, pronta, anzi prontissima, ad evolversi ed adattarsi alle nuove esigenze. Per esempio potrebbe essere una risorsa per Lugano, mettendosi a disposizione in qualità di orchestra residente al LAC per eventi nuovi, produzioni operistiche, balletti, open air nella Piazza Luini. Un concerto dell’OSI, con musiche selezionate appositamente, sarebbe l’ideale per lanciare una mostra del Museo: l’Ente Turistico potrebbe in tal caso ideare offerte di soggiorni in collaborazione con gli hotel. L’OSI sarebbe anche lieta di offrirsi al Cantone come biglietto da visita nelle relazioni a livello nazionale ed internazionale.
Anche i grandi sponsor privati dovrebbero riflettere: invece di sponsorizzare singoli eventi nei vari Festival ticinesi, potrebbero condividere con l’OSI un progetto nuovo da svilupparsi su più anni, avvicinandosi concretamente al mondo della produzione musicale e traendone sicuramente vantaggi economici e di immagine molto superiori. In ogni caso l’OSI oggi sente molto la vicinanza del suo affezionato pubblico, anche grazie all’Associazione degli Amici dell’OSI. E intende onorarlo con la propria qualità, il proprio impegno, la propria passione». 

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