Iniziamo dalla fine: Sanremo 2020. Un grande ritorno che ha visto nel palco dell’Ariston tutta la sua energia. Come è stato vivere questa avventura? Com’è nata?

«È stata una bellissima avventura. Una botta di adrenalina come poche. Avrei potuto andare a Sanremo come ospite. Con un repertorio ricco come il mio sarebbe stata una battaglia vinta ancora prima di cominciare, ma io volevo rimettermi in gioco, ed è stato infatti bellissimo trovarmi a gareggiare alla pari con dei ragazzi persino più giovani dei miei figli. Mancavo a Sanremo da ben 48 anni. Ne ho fatti 3 come partecipante alla gara. L’ultima volta fu nel 1972 con un brano che ritenevo e ritengo tuttora bellissimo, Amici mai, ma in quell’anno c’era l’eliminazione diretta e quel pezzo, la cui dimensione musicale necessitava di ulteriori ascolti, venne subito eliminato. A seguito dell’eliminazione fui considerata dai media italiani già sul viale del tramonto e invece solo dopo poche settimane, eccomi in vetta nelle charts francesi con Bonjour la France, adattamento del brano La suggestione scritto da Claudio Baglioni. Un successo clamoroso, oltre 800 mila copie vendute che non solo mi aprì le porte per un mese di concerti all’Olympia di Parigi ma anche alla pubblicazione di tre albums: due con la RCA e uno con la Philips francese. Durante gli anni ’80 e ’90 ci riprovai con Sanremo mandando alla Commissione preposta alcune canzoni che ritenevo adatte per quel palco, ma non vennero mai prese in considerazione. Era l’epoca Pippo Baudo… Allora mi dissi: chi non mi vuole non mi merita! E smisi di pensare a Sanremo. Ma quando Giorgio, mio figlio, un vero talento, mi ha fatto sentire Niente (Resilienza ’74) mi sono detta: questo è un grande pezzo e mi permetterà di esprimermi a tutto tondo. Quindi, Sanremo adesso o mai più! Amadeus, che lo ha subito amato, ha fatto modo che si compisse il miracolo. E di questo lo ringrazio».  

Il mondo sta attraversando un momento davvero particolare: quanto si sente “resiliente”?

«La resilienza fa parte della mia esistenza. Ho sempre dovuto lottare contro a degli invisibili mulini a vento per ottenere qualcosa. Nulla mi è mai stato regalato. Ho preso schiaffoni nel mio lavoro come nella vita, ma non mi sono mai data per vinta. Mi definisco un ascensore umano. Una metafora che mi calza a pennello. Salgo e scendo con estrema facilità, ma però non esco mai dalla cabina. Anche adesso sono resiliente. Potevo sfruttare la scia del successo sanremese per fare cose importanti, concerti, televisione, e invece questo maledetto virus mi ha costretta a stare a casa. Stiamo tutti a casa. Ma vuole mettere la fortuna che ho io, che abbiamo noi di stare bene? Ed è questa la cosa importante. Il resto se deve venire verrà». 

Un sogno il suo inseguito fin da giovane: come è stata accettata in famiglia la scelta di intraprendere questa strada?

«Non facile. Devo tutto a mio padre. Lui non è stato solo il mio più grande ammiratore ma è stato anche il fautore del mio successo. In un’epoca in cui andavano di moda le donne prosperose, una ragazzina magra, alta come un comodino, senza seno e con un visetto alla Mickey Rooney, non poteva avere certo delle grandi aspettative. E invece mio padre mise a frutto proprio quelle caratteristiche fisiche che mi facevano stupidamente pensare di essere una perdente in partenza. Mi convinse a credere in me, alle mie qualità e potenzialità ed ebbe ragione. Mi diceva: “Tu hai personalità. Puoi piacere o no, ma non passerai mai inosservata.  O ti ameranno o ti detesteranno, ma indifferenti mai!” E aveva ragione!  Mamma era invece nettamente contraria al fatto che io volessi intraprendere una carriera artistica in un mondo, quello dello spettacolo, che lei vedeva sporco, malsano. Povera donna… Se vedesse com’è quel mondo oggi, sì che si spaventerebbe».

Studio 1, Canzonissima, Gian Burrasca, Sanremo: un viaggio lungo e inarrestabile. Quali sono le vicende e le esperienze che maggiormente hanno segnato la sua carriera?

«Studio1. Certamente. Era il programma che vedeva in pista le più grandi celebrità internazionali e aveva un cast fisso con nomi da far paura: Mina, Walter Chiari, Don Lurio, le Kessler… Mai mi sarei aspettata che Antonello Falqui, il grande regista, non solo scegliesse me, una ragazzina di soli 17 anni totalmente sconosciuta, ma arrivasse persino a lottare con i vertici RAI per impormi nel suo programma regalandomi 10 minuti settimanali per ben 12 puntate. Una cosa impensabile! E fu un successo travolgente che mi cambiò la vita facendomi diventare famosa nel corso di una notte. Il Giornalino di Gian Burrasca venne dopo, nel 1964, e lì devo tutto a tre premi Oscar: Lina Wertmuller in primis, perché credeva in me in modo feroce e agiva non solo come regista ma anche come sceneggiatrice e autrice delle canzoni del lavoro di Vamba. Poi Nino Rota, il grande compositore che ha scritto tutta la colonna sonora – mi pregio di essere l’unica artista al mondo che ha inciso 31 canzoni di Rota! –  infine Luis Enriquez Bacalov, che ne realizzò tutti gli arrangiamenti. Tutti e tre premi Oscar! Aggiungiamo a questi un cast stellare per quell’epoca: Arnoldo Foà, Valeria Valeri, Bice Valori, Paolo Ferrari, Elsa Merlini…, le scenografie e i costumi di Piero Tosi (il Gattopardo di Luchino Visconti) ed ecco venire fuori un lavoro che è stato e che rimarrà un cult della televisione italiana».

Grandi duetti e incontri con star internazionali: quali sono i personaggi che ha conosciuto e che secondo lei hanno davvero rivoluzionato la musica, l’arte o hanno comunque proposto qualcosa di visionario?

«Il successo ottenuto all’estero mi ha consentito di lavorare e di dividere la scena con i più grandi. Dai Beach Boys a Tom Jones; da Marianne Faithful a Orson Welles; dalle Supremes a Eric Burdon and the Animals, giusto per fare qualche nome. Ma senza dei mecenati, delle persone che credono nelle tue qualità non si raggiunge la vetta e non si fanno esperienze di questo tipo. Se Teddy Reno, Antonello Falqui e Lina Wertmuller furono per me dei mecenati in Italia, Ed Sullivan lo fu negli USA e Guy Lux in Francia. Fu lo stesso Ed Sullivan a volermi nel suo show. Lui veniva in Italia a passare le vacanze e mi aveva visto in TV, ma soprattutto vedeva le charts del Cash Box e del Billboard dove io eroempre presente. Allora disse alla label statunitense RCA Victor che se loro mi avessero prodotto un album in inglese lui mi avrebbe presa nel suo show.  E così è stato. Il mio primo album pubblicato in tutto il mondo si intitolava Rita Pavone: The International Teenage Sensation e aveva come arrangiatore Sammy Lowe, proprio lui che realizzò It a Man’s, Man’s, Man’s World per James Brown. Ho partecipato ben 5 volte all’Ed Sullivan show e il momento in cui ho capito che ce l’avevo fatta fu quando mi trovai sulla luminosa a Broadway come terzo nome dopo Duke Ellington ed Ella Fitzgerald. Due mostri sacri. Ho avuto persino la gioia di conoscere di persona a Nashville colui che ritengo essere il personaggio che ha dato una svolta alla musica mondiale: Elvis Presley. Un incontro incredibile che io narro nel mio libro Tutti pazzi per Rita scritto insieme al giornalista Emilio Targia. In quell’occasione Presley in persona mi regalò un suo poster/dipinto corredato da una bella dedica. Un dipinto che io conservo in casa come una reliquia».

Un personaggio della storia che le sarebbe piaciuto conoscere? E perché?

«Winston Churchill. Intelligente. Pungente. Ironico. Mai volgare. La sua battuta durante un violento scontro verbale con Lady Astor al Parlamento inglese rimase famosa e mi fa sempre ridere. Lei furiosa che gli dice: “Se io fossi sua moglie le darei da bere la cicuta”. E lui: “Se io fossi suo marito la berrei”».

Nella sua vita la famiglia è sempre stata al primo posto: si percepisce l’amore per suo marito e per i suoi figli. Che madre e moglie si sente? Quanto le scelte personali hanno influito nella sua vita artistica?

«Credo di essere una brava moglie e una buona madre. Amo i mei figli ma lascio che vivano la loro vita senza intromettermi nelle loro scelte. Io ho fatto le mie di scelte anche se osteggiata da mio padre in forma quasi massacrante. Fu una tragedia quando lui scoprì che amavo Teddy Reno. Ancora una volta la resilienza… Ma avevo ragione nel giocare le mie carte. 52 anni di matrimonio credo significhino qualcosa in proposito. Soprattutto oggi. Per i miei figli desidero solo che non debbano mai soffrire e se ho un rimprovero da farmi nei loro confronti è quello di essere stata poco vicina quando erano in età scolare. Ma fin quando è stato possibile, li ho sempre portati con me nel mio girovagare per il mondo. Loro sono i miei veri dischi d’oro».

Un album appena uscito che ripercorre una carriera incredibile: RaRità è una raccolta di brani che non tutti conoscono. Come è avvenuta la scelta dei pezzi?

«L’idea è stata quella di voler far conoscere quella Rita Pavone che gli italiani non conoscono. Produzioni straniere e quindi sounds diversi. Arrangiatori diversi. Gusti diversi. Degli inediti veri che più inediti non si può. E anche di far ascoltare alcuni miei grandi successi italiani rivestiti però con abiti differenti. È stata una faticaccia metterlo insieme ma ne è valsa la pena.  Trovo che in quel cofanetto ci siano veramente delle cose splendide. Dei pezzi grandiosi. E autori e produttori straordinari».

Ci sono dei suoi brani a cui si sente maggiormente legata? E quale pezzo, non suo, le sarebbe piaciuto portare al successo?

«Sono profondamente legata a Cuore che, pur essendo una cover americana, è stata e continua ad essere il filo conduttore della mia vita artistica. È il mio passaporto per il mondo intero. Mi ha permesso di entrare persino nelle prime venti posizioni delle charts britanniche e restarci per ben 12 settimane. Incisa in un EP per la Barclay in Francia agli inizi del 1963 me ne innamorai e volli fortemente cantarla anche in italiano, cosa che mi procurò un forte scontro con la RCA, la mia etichetta discografica, la quale riteneva il brano troppo adulto per me. Ma anche in quell’occasione non mi arresi. Se l’avessi fatto, avrei di certo perduto il mio cavallo di battaglia. La mia signature song per eccellenza.  Un pezzo che avrei voluto portare io al successo? Se non avessi più te di Gianni Morandi».

Vive da moltissimi anni in Ticino; come mai ha deciso di trasferirsi qui? Che rapporto ha con questa terra, con i piccoli borghi di questo Cantone e con la sua gente?

«La scelta di vivere in Svizzera è il mio gesto d’amore per un Paese che si è mostrato solidale con me e mio marito in un momento non ottimale della nostra vita. È una storia un po’ complessa. Fu quando noi dichiarammo pubblicamente che ci amavamo e che volevamo stare insieme per sempre, cosa che creò uno scandalo incredibile in Italia. Mio marito Teddy Reno, che oltre ad avere 20 più di me era già stato sposato e aveva un figlio; pur avendo da tempo ottenuto il divorzio dal precedente matrimonio, questo era ritenuto valido per tutto il resto del mondo tranne che per l’Italia, dove la legge sul divorzio arrivò solo nel 1970. Era il 1967 e noi volevamo assolutamente sposarci. Avevamo deciso di fare un matrimonio di coscienza perché Teddy era stato coniugato solo civilmente ma, essendo questo stato trascritto sui registri civili italiani da gli ex suoceri di lui, temevamo che potesse succedere anche a noi quello che era successo con la coppia Loren e Ponti qualche anno prima. Così decidemmo di parlarne con un amico che ci fece conoscere Monsignor Cortella. Non finirò mai di benedire quell’incontro. Don Cortella era una persona splendida. Lui ci volle ascoltare separatamente e poi ci disse: “Io credo nella vostra coppia. Ci credo fermamente e quindi vi darò una mano. Vi sposerò io.”  E lo fece. Ci unì a Lugano in una piccola meravigliosa cappella alla presenza di poche persone di famiglia. Era il 15 marzo del 1968. Un giorno per noi meraviglioso. E fu in quel giorno che noi decidemmo di venire a vivere in Ticino. Io voglio bene a questo Paese e gli sono grata. Qui ho trovato la serenità e una vita tranquilla. Mi piace il lato semplice del popolo svizzero. Il suo interessarsi a te con garbo. Il dirti sottovoce quanto gli sei piaciuta a Sanremo e quanto hanno tifato per te, ma il tutto bisbigliandotelo nell’orecchio come fosse un segreto tra di noi. Quasi con pudore. Un lato questo degli svizzeri che pochi conoscono. E poi io adoro i piccoli borghi».   

In pochi mesi molte cose sono cambiate: come vede il modo di fare e proporre musica in futuro?

«La musica continuerà ad esistere ed a trasformarsi ancora per un po’ di tempo, ma dopo l’ennesima mutazione genetica e l’avere percorso strade diverse nelle quali l’immagine ha preso il sopravvento sul resto, aiutata in questo dagli outfit di alcuni protagonisti che manco il carnevale di Rio… e da video farciti di tanti, troppi ammiccamenti sessuali, ritornerà ad essere quella che era. Ci sarà quindi un ritorno al passato, alla normalità e avverrà esattamente come sta avvenendo nella moda. Si riscoprirà la bellezza del “vintage”, del “tessuto” musicale della musica e questa ritornerà a farla da padrona come una volta. Con più melodia e meno rumore. In tutti i sensi. Un segnale che qualcosa sta cambiando? Aver visto Lady Gaga con il viso pulito, i capelli neri raccolti che canta al microfono One World: Together at home. Proprio lei che solo qualche anno addietro si “vestiva” di fette di carne.

Prossimi progetti in cantiere? Le piacerebbe calcare nuovamente il palco dell’Ariston?

«Discograficamente Giorgio ed io stiamo lavorando su del nuovo materiale – lui scrive cose veramente belle – e se tutto si rimette a posto quanto prima, dopo il grave periodo vissuto, dovrei riuscire anche a recuperare i concerti che avevo in scaletta. E magari, perché no? Potrebbe capitarmi di ricalcare pure il palco del teatro Ariston. Ma questa volta gareggio da sola».