Classe 1963, Federico Moccia nasce a Roma, in una famiglia dove il cinema regna sovrano (è infatti figlio del noto sceneggiatore e regista Pipolo). Nel 1992 prova a diventare scrittore con il suo ormai iconico Tre metri sopra il cielo, ma deve attendere ben quattordici anni prima che il suo romanzo abbia successo. Un’esplosione di consensi arrivata improvvisamente dal tam-tam dei lettori, che lo accompagnerà anche nelle sue successive pubblicazioni.
In un momento in cui il mondo sembra essere travolto dalla seconda ondata della pandemia, molte voci si sono levate a criticare i giovani che con i loro comportamenti mettono in pericolo la sanità pubblica. Dal suo osservatorio privilegiato, che cosa pensa dell’universo giovanile?
«Sono rimasto molto impressionato dalla facilità con cui i giovanissimi, addirittura bambini e ragazzi, hanno accettato di indossare le mascherine e si sono adeguati alle nuove norme imposte a scuola. I giovani hanno avuto invece un atteggiamento più contradditorio. Ci sono quelli che rispettano le regole e altri che, nella sensazione di onnipotenza dettata dal loro entusiasmo di vivere, non avvertono le paure tipiche di chi vede invece la fragilità e la precarietà della vita, come le persone più anziane che hanno il timore di poter perdere tutto ciò che hanno costruito. In questo senso, i giovani non li vedo mutati rispetto ai loro appuntamenti che avvengono il più delle volte nei bar in cui ordinano qualcosa da bere. La loro vita non è condizionata da questa paura, ma la leggerezza rispetto a comportamenti rispettosi degli altri deriva in buona parte dalla mancanza di valori e modelli autorevoli e credibili da parte del mondo degli adulti, che negli ultimi anni hanno dato esempi davvero poco edificanti».
Una crisi che abbraccia dunque tutta la società…come se ne esce?
«Non è semplice dare una risposta univoca ma è certo che i comportamenti dei giovani riflettono pesantemente la mancanza, a partire dalla famiglia e dalla scuola, della figura di educatori, capaci di trasmette valori e modalità di comportamento: si pensi, per fare solo qualche esempio, alla scarsa attenzione e al non rispetto nei confronti della città in cui viviamo; oppure, peggio ancora, all’incapacità di accettare che un rapporto d’amore all’interno di una coppia possa finire, senza che per questo debba scattare una reazione di violenza, fino all’omicidio, nei confronti soprattutto delle donne. Bisogna imparare ad accettare il fallimento, che deve diventare la motivazione per riflettere, lavorare e tendere al miglioramento di sé stessi».
Anche il suo desiderio di raccontare nasce dunque dalla voglia di reagire in qualche modo a ciò che non le piace nel modo di vivere contemporaneo?
«In un cero senso direi proprio di sì. Sono spinto a incanalare la rabbia per farla diventare un atteggiamento positivo. Credo che si debba avere nei confronti delle cose che ci circondano un atteggiamento attivo, un desiderio di trasformazione, non basta limitarsi a guardare e registrare ciò che accade».
Anche il suo successo come scrittore è arrivato solo dopo una lunga attesa…
«Quando ho scritto Tre metri sopra il cielo ero sicuro che sarebbe stato più che apprezzato. Invece mi sono piovute addosso una serie di critiche e un ampio numero di No, ai quali non ho risposto con remissività ma con disappunto. Io ci ho sempre creduto nel mio romanzo, mi sarei innamorato follemente della storia di Tre metri sopra il cielo, perché è la storia che da sempre avrei voluto leggere. Così mi sono imposto di trovare una piccola casa editrice e di stamparlo a spese mie. Il Ventaglio, una piccola casa editrice appunto, mi ha accolto e così ho visto il mio libro pubblicato. Questo è stato il mio modo di rispondere a chi non ha voluto darmi alcuna fiducia. Ritengo che sia importante ribattere ai rifiuti in maniera costruttiva, gestendo la rabbia e il fastidio che inevitabilmente procurano e trasformarli in qualcosa di positivo. Il mio romanzo ha avuto successo dopo dodici anni, ma in realtà io ero già soddisfatto e felice per aver pubblicato un libro, indipendentemente dal numero di lettori che avrebbe avuto. Quando poi il mio libraio mi ha chiesto altre copie del romanzo, che nel 2004 è divenuto il più richiesto, io sono tornato alla casa editrice Il Ventaglio, inconsapevole del fatto che avesse chiuso i battenti. Così mi sono rivolto alla Feltrinelli, che ha venduto più di 1.850.000 copie, un successo incredibile per un esordiente che scriveva di giovani in un periodo in cui non si dava ai ragazzi molta fiducia in merito alla lettura. Ora questo libro è stato tradotto anche in inglese e sbarca negli Stati Uniti, un mercato tradizionalmente molto ostico per gli scrittori italiani».
Accanto alla sua attività come scrittore lei vanta un’assidua frequentazione del mondo del cinema…
«Ho esordito a soli 19 anni come aiuto regista in Attila flagello di Dio, film del 1982 diretto da mio padre e Franco Castellano, meglio noti come Pipolo e Castellano. Nel corso degli anni ho fatto poi lo sceneggiatore e il regista per serie televisive di buon successo come I ragazzi della 3ª C e College, salvo poi dedicarmi interamente alla scrittura di testi per programmi d’intrattenimento. Nel 2004, visto il boom di vendite del libro, si decise di farne una trasposizione cinematografica che non solo consacrò l’attore Riccardo Scamarcio (nei panni del protagonista Step) a idolo giovanile, ma diede vita ad un vero e proprio modus sentiendi giovanile che vide per esempio ragazzi e ragazze apporre le proprie iniziali sui lucchetti ancorati a Ponte Milvio. Successivamente, i romanzi Ho voglia di te e poi Scusa ma ti chiamo amore hanno avuto una trasposizione cinematografica e di quest’ultimo film sono stato anche regista. Anche da Scusa ma ti voglio sposare è stato tratto un film. Per completare la serie, dal 2012 mi sono dedicato alla sceneggiatura cinematografica, nonché alla regia, dando luce al film Universitari – Molto più che amici. Sicuramente il racconto cinematografico mi affascina molto e devo dire che aver vissuto in una famiglia dove il cinema era di casa mi ha certamente aiutato. Soprattutto credo di avere assimilato una cultura del fare le cose da artigiano, che conosce bene tutte i ruoli, le fasi e le figure, i mezzi e gli strumenti di un processo realizzativo. Un’eredità che sicuramente ho ricevuto da mio padre, e di cui gli sono molto grato, riguarda poi la curiosità, un atteggiamento di conoscenza e di comprensione verso le cose degli altri, i fatti, i sentimenti, le emozioni, senza il quale non credo sia possibile scrivere un buon libro o girare un buon film».
A proposito di College, tra le attrici figurava una giovanissima Federica Moro, personaggio molto noto e amato in Ticino…
«Ricordo con grande piacere quel periodo in cui realizzammo College, 14 episodi sulla vita e gli amori di un gruppo di ragazze di un collegio e dei loro rapporti con dei giovani cadetti. La serie ebbe un grande successo perché, grazie anche alla freschezza e la vivacità di attori e attrici come Federica, raccontavamo con leggerezza una vita allegra e spensierata fatta di emozioni e sentimenti, in un clima di ottimismo e di gioia di vivere ben lontano dai tempi più grigi e pesanti che avremmo più tardi dovuto affrontare».
Come si diventa scrittore di successo?
«Da giovane volevo fare l’oceanografo o il medico biologo, e intanto studiavo Legge. Però devo dire che mi è sempre piaciuto scrivere, annotare sensazioni, ricordare un incontro, un dialogo, un’atmosfera che mi aveva particolarmente colpito. Così ho cominciato a scrivere soprattutto per me, poi ho iniziato a portare in giro per le televisioni soggetti di sceneggiature… A me le cose devono colpire, così come le persone, di cui non mi importa l’eleganza o la bellezza, ma quello che mi trasmettono. Mi piace chi possiede una caratteristica che lo contraddistingue e questa mia convinzione o questo mio principio come dir si voglia, è stata la chiave della mia selezione: cercare in ogni racconto un elemento che mi colpisse. Mi piace definirmi “un ladro di storie”. Spesso quello che si scrive con un determinato intento prende delle pieghe inaspettate rispetto a quello che è il messaggio originario che l’autore vorrebbe inviare».
Possiamo anticipare qualche progetto per il futuro?
«Innanzitutto sono molto contento della prossima uscita di Summertime, la serie TV Netflix tratta proprio da Tre metri sopra il cielo. La sceneggiatura mi è piaciuta molto e credo che siano riprodotte perfettamente alcune delle atmosfere del libro. La scelta del cast è ottimale e sono sicuro che la Netflix abbia fatto un ottimo lavoro per raccontare la storia, perché ribadisco che la cosa più bella è raccontare qualcosa di valido. Ecco per il futuro mi piacerebbe raccontare una storia che si dipani tra gli anni ’70-’80 e i giorni nostri, raccontando il confronto, e spesso il conflitto tra le generazioni, sullo sfondo delle grandi trasformazioni che hanno accompagnato il nostro Paese negli ultimi decenni».
Oggi i giovani utilizzano non solo i social ma anche le app di incontro. Queste tecnologie non rischiano di inquinare la genuinità dei sentimenti?
«Credo che anche questo sia un modo come tanti altri di potersi incontrare e conoscere. L’unico limite è che quando si vive nel virtuale tutto funziona perdendo di vista ciò che potrebbe avvenire nel reale. È la realtà che determina un po’ tutto. Capita di incontrare persone che manifestano interesse a divertirsi senza aver voglia di costruire qualcosa ma questo succede anche nella vita di tutti i giorni».