Cosa prova un intervistatore come Damiano Realini ad essere intervistato?
«Una divertita eccitazione che però può declinare nel timore di non sentirsi all’altezza, di deludere cioè le aspettative di chi, ponendo le domande, cerca riscontri intelligenti. Sì, ora che mi trovo dalla parte dell’intervistato, posso confermare che rispondere non è semplice perché ci vuol poco per scivolare in una noiosa banalità. E mentre dico questo già penso di averne evocata una. Le scuole di giornalismo inoltre avvertono che non esistono domande stupide, ma solo stupide risposte. La pressione insomma qui è tutta mia e nelle parole che sceglierò dopo i punti di domanda. Si tratta di un esercizio utile che mi porterà a rispettare ulteriormente i miei ospiti che generosamente si fanno intervistare in tv, mostrandosi senza filtri e in totale sincerità».
È possibile distanziarsi dagli ospiti, evitare di sentirsi coinvolti?
«No. Io cerco sempre di accendere e incentivare la relazione empatica con il mio ospite. Le emozioni sono, e rimangono, la base e la sostanza di ogni esperienza comunicativa. In programmi come Il gioco del mondo, che ora conosciamo come Lo specchio, il mio lavoro è proprio quello di scoprire i lati personali degli intervistati e condividere la parte sconosciuta delle loro esistenze. Facciamo un esempio: non spetta a me, di fronte a un politico, sollecitarlo su questioni puramente tecniche legate alla cronaca. Altri miei colleghi vi si dedicano, e con bravura e profitto, in altri format. La mia missione semmai è cercare il lato inedito, unico, del personaggio pubblico, che potrà così abbandonare per mezz’ora il consueto contegno rivelando il suo volto più sincero, umano, persino fragile. Non sempre scatta la magia, ma è il tipo di relazione che perseguo. Quando l’intervistato inizia a raccontare le sue emozioni richiamando aneddoti e ricordi, so di avere raggiunto il mio obiettivo. Allo stesso tempo, come giornalista al servizio di un ente con mandato pubblico, nel lavoro ricordo di preservare un approccio professionale nella scelta degli ospiti e nella conduzione».
Al pubblico, specie dei social media, oggi basta poco per giudicare un personaggio. Ma incontrare una persona è diverso da vederla in un filmato di Tik Tok…
«Questa osservazione ha un fondo di verità, anche se, ricorda un proverbio che cito spesso: i grandi ballerini di tango si riconoscono negli spazi stretti. Semplificando: il valore di un personaggio supera il mezzo espressivo. Ci si può distinguere, indifferentemente, nei sessanta secondi di un filmato TikTok, oppure in un post elettronico su Twitter, persino in un testo di prosa classica. La sostanza di un messaggio si impone sulla forma espressiva. Io ho a disposizione trenta minuti per incontrare una persona. Ma questo tempo non mi garantisce di avere da un intervistato più di quanto non altrimenti possibile in modalità multimedia. Insomma, cambiano i tempi, i modi, anche le circostanze di un incontro, ma si conferma che a fare la differenza restano i contenuti del messaggio, il carattere di una persona, e poi il suo carisma e altri fattori misteriosi e imperscrutabili. Me lo ha ricordato anche il periodo del lockdown causato dalla pandemia, quando ci trovammo costretti ad una programmazione in modalità digitale con collegamenti in rete. Superammo la distanza che mi allontanava dagli ospiti, ma fu veramente difficile. Questo mi ha convinto sull’importanza di accogliere in studio una persona, osservarne i gesti, le pause, il modo di esprimere le sue opinioni. Sembrerà una sciocchezza ma a volte la costruzione del ponte empatico con un ospite, quello che garantirà il successo di un’intervista, scatta con una battuta alla macchinetta del caffè o con una stretta di mano in sala trucco cinque minuti prima di accendere i riflettori. È il valore della connessione umana che, concedetemi un po’ di retorica nel dirlo, batte quella digitale».
La fisicità della relazione con gli intervistati, può però scomparire nei programmi culturali di cui si occupa la redazione di Turné, il magazine di attualità culturale. Per esempio una mostra, oppure uno spettacolo teatrale, si apprezzano dal vivo, in presenza. In questi casi, il contenuto artistico come può confermare emozioni agli spettatori?
«Nei programmi culturali lavoriamo sul minutaggio. Per Turné, usciamo dallo studio televisivo e proponiamo una narrazione, a volte informale, degli eventi culturali presenti sul territorio. In ogni caso, mediare resta il nostro compito primario. Visitare una mostra obbliga la redazione a selezionare le opere da proporre agli spettatori. È un incarico che dobbiamo condensare nei circa duecentoventi secondi di cui disponiamo, in media, per ogni evento. Avvertiamo la responsabilità di conciliare sensibilità professionale e sensibilità del pubblico. Questo non ci impedisce di produrre, curando testi, immagini e sonorizzazione, servizi che generino emozioni».
Quale delle esperienze di vita ti aiuta nel lavoro?
«Mi considero una persona fortemente curiosa e dunque sono attratto da tutte le esperienze che la realtà mi sottopone con le sue varie sfaccettature, siano esse drammatiche o comiche, bianche o nere… Trovo sterile e violento l’atteggiamento di promuovere o bocciare persone e situazioni in base a pregiudizi ideologici, di casta o di presidio culturale e territoriale. Meglio aprirsi ad una sensibilità che contempli prospettive sempre nuove. Per quanto mi riguarda potrei dire che se da una parte, nel privato, può succedere che io mi senta attratto dalla complessità nelle sue varie manifestazioni (artistiche e sociali), dall’altra sento forte il richiamo, nel mio lavoro, di una semplicità comunicativa che cerchi, onorando le regole del servizio pubblico, di non annoiare i telespettatori. La considero una forma di rispetto nei confronti del pubblico. Durante le interviste che conduco mi pongo costantemente la domanda: ma se fossi a casa, sul divano in questo momento, cambierei canale? E la risposta, in studio, me la offre un cronometro che mi dà il tempo dell’intervista e che non è visibile al pubblico e all’ospite. Se i minuti scivolano veloci, ho conferma che la trasmissione interesserà anche gli spettatori. Altrimenti, cerco di incentivare l’ospite ad aprirsi al dialogo sperando di trovare quelle emozioni che ci accomunano e ci rendono umani, anche davanti a una televisione».