Come giudica la situazione attuale della piazza finanziaria ticinese dopo la Voluntary Disclosure e in seguito alle misure adottate dalla FINMA (vedi casi BSI, UBS)?
«La voluntary disclosure italiana, avviata lo scorso anno, non si può considerare conclusa da parte nostra. Infatti, se i termini di dichiarazione sono scaduti, ancora aperte rimangono le decisioni dell’Autorità fiscale italiana e, ancora più importante, quelle dei clienti che contestualmente al pagamento delle sanzioni pecuniarie potrebbero portare al trasferimento degli averi verso altre destinazioni. Ma questa è una specifica che fa parte del nuovo modo di fare banca: con la gestione di capitali dichiarati si allarga la possibilità che i capitali si spostino può velocemente non solo da un istituto bancario a un altro ma anche dalla Svizzera verso l’Italia o altri Paesi. In questo senso ritengo che il nuovo regime rappresenti non soltanto un rischio di perdere vecchi clienti ma anche una chance di trovare nuova clientela. Finito il segreto bancario nei confronti della clientela non domiciliata in Svizzera, le opportunità delle nostre banche rimangono intatte nella misura in cui sapremo giocare le carte con la dovuta maestria. Le carte si chiamano professionalità, sicurezza e affidabilità. Per quel che riguarda l’operato della FINMA non entro nel merito, poiché concerne i singoli istituti».
Più in generale, quali considerazioni possono essere fatte a proposito della relazione tra il sistema finanziario svizzero e le politiche governative? In altre parole, quali misure si sarebbe potuto adottare per meglio tutelare la piazza finanziaria?
«Le politiche governative, in particolare quelle espresse a livello federale, devono tenere conto degli interessi di un Paese che è molto diversificato, con un’economia che, al di là dei luoghi comuni, si compone di un ventaglio molto ricco di aziende e di settori diversi fra loro e con esigenze differenti. Ricordo che il PIL elvetico è composto da una miriade di prodotti e servizi, dove quelli finanziari rappresentano solo il 10% circa. Sarebbe quindi illusorio pensare che il mondo politico sia schierato in maniera uniforme a favore della piazza finanziaria. Avrei forse auspicato maggiore attenzione da parte del Consiglio federale all’indomani della recente crisi finanziaria. La politica svizzera, come quella di mezzo mondo, ha chiesto più norme e più controlli per evitare quello che è successo prima, durante e immediatamente dopo il 2008. Di fatto si è lasciata briglia sciolta ai regolamentatori che hanno proposto e applicato nuove norme, a volte in maniera scriteriata. Ciò non ha fatto altro che appesantire il settore con ulteriore burocrazia e ulteriori costi, penalizzando soprattutto gli istituti di media e piccola dimensione che dispongono di meno mezzi per far fronte ai nuovi impegni».
Quali ritiene possano essere le conseguenze della Brexit sul sistema finanziario svizzero?
«È ancora prematuro prevedere le vere conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Le implicazioni politiche, sociali ed economiche sono numerose e il processo di “secessione” sarà impegnativo. Per il nostro sistema finanziario le ripercussioni saranno molteplici, a partire dai mercati borsistici e valutari che hanno già fornito segnali importanti. In secondo luogo sarà interessante osservare l’evoluzione della piazza finanziaria londinese in questo nuovo contesto. Le decisioni che i key player sono ora chiamati a prendere saranno fondamentali per il futuro della finanza europea. E il Governo britannico farà di tutto per difendere le proprie posizioni e sarà anche più libero di inventarsi nuove proposte di tipo fiscale e regolamentare. La partita è aperta».
Quale prospettive future intravede per la per la piazza finanziaria ticinese e quali trasformazioni andrebbero promosse per garantire il suo mantenimento e, se possibile, il suo sviluppo? «Le attuali priorità della piazza finanziaria sono chiare. Prima di tutto dobbiamo mantenere le competenze tecniche e il capitale di clientela che hanno fatto capo alle nostre banche nell’ultimo mezzo secolo, soprattutto nella gestione patrimoniale, ma non solo. Si tratta quindi di migliorare le condizioni-quadro (fiscalità, regolamentazione, formazione professionale ecc.), “industrializzare” i processi di produzione, focalizzarsi sui nuovi trend, aumentare il grado di competenza e di professionalità, incrementare il livello di prodotti e servizi e, se necessario, smantellare le strutture inefficienti. In secondo luogo, occorre sviluppare nuove competenze, già parzialmente presenti in Ticino e a forte potenzialità di crescita quale la gestione di fondi d’investimento, il commercio di materie prime e i servizi a sostegno delle attività finanziarie (BPO, Fintech ecc.)».