
Quando starete leggendo queste righe il quadro generale delle relazioni commerciali tra Svizzera e Stati Uniti non sarà forse più lo stesso. Se tra aprile e agosto i dazi doganali decisi e imposti unilateralmente dal governo americano ai propri partner avevano già subito delle significative variazioni – nel caso del nostro Paese con un aumento di 8 punti percentuali – l’autunno aveva portato con sé una ventata di ottimismo, corroborando progressivamente la sensazione secondo cui la Confederazione potesse ambire a una riduzione del tasso del 39%. Chissà se questo sarà successo davvero, e se le dichiarazioni improntate all’apertura da parte dello stesso Trump in quei giorni non saranno rivelate nulla più che l’ennesimo capitolo di una narrazione senza fondamenta.

Si tratta di ipotesi e supposizioni difficili da pesare sulla base dell’estrema, riconosciuta volubilità di un Presidente confrontato peraltro, più o meno nello stesso periodo, anche con l’attesa presa di posizione della Corte Suprema sulla legittimità di questi provvedimenti. Un problema in costante evoluzione, insomma, di cui non era data a sapere la soluzione definitiva ma che nel suo stadio intermedio di metà novembre aveva comunque stimolato una discussione molto interessante per le diverse angolature proposte dagli ospiti.
L’intreccio tra la dimensione politica, quasi populista, del difensore degli interessi americani e quella tecnica, più strutturata, legata alla dinamica e alle conseguenze dello squilibrio nel bilancio commerciale tra Stati Uniti e Svizzera – una sorta di rilettura della contrapposizione tra Davide e Golia – è emerso sin dai primi interventi.
La Professoressa Elisa Volpi, docente di Scienze politiche presso la Franklin University di Lugano e profonda conoscitrice della realtà statunitense, ha subito evidenziato come la strategia messa in atto da Trump abbia in fondo mantenuto l’impegno da lui assunto durante la campagna elettorale di rilanciare l’economia di un Paese alle prese con un deficit importante e indebolito nella sua struttura industriale dalla delocalizzazione di molte attività in contesti più favorevoli.

Un messaggio molto chiaro e prevedibile, indirizzato soprattutto alle classi che hanno maggiormente sofferto a causa di queste contrazioni sul piano interno, ma anche in profondo conflitto con gli ordinamenti internazionali che da decenni regolano le attività commerciali a livello mondiale, a cominciare da quelli dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Su questo e altri aspetti giuridici della situazione si è concentrato l’avvocato Ettore Sbandi di Deloitte, esperto in diritto doganale, da tempo impegnato nella consulenza alle numerosissime imprese che si sono ritrovate nella condizione di dover affrontare tutte le problematiche legate al nuovo scenario definito dai dazi. Uno strumento, nella sua analisi, che appartiene da sempre al mondo degli scambi commerciali e che si deve perciò considerare certamente come un fattore di difficoltà supplementare il cui impatto può tuttavia essere mitigato dall’implementazione di adeguate contromisure.
Intanto, però, ci si interroga sulla reale portata dei contraccolpi per le aziende ticinesi e sulla loro capacità di resilienza: per Luca Albertoni, Direttore della Camera di Commercio, la risposta è strettamente legata al tipo di attività e di prodotto oltre che alla dimensione e al posizionamento sul mercato delle diverse realtà. Nei primi mesi dopo l’introduzione dei dazi la reazione del tessuto economico cantonale è stata complessivamente piuttosto solida, ma senza cambiamenti significativi nell’imposizione la stabilità delle nostre imprese potrebbe essere messa a dura prova nel volgere di pochi mesi.

Non sarebbe stato possibile non dedicare un’attenzione particolare al settore della farmaceutica: per i suoi volumi, certo, ma anche per l’anomalia nel trattamento riservato da Trump a quello che da più parti è sempre stato indicato come il principale…oggetto del desiderio degli USA.
Piero Poli, CEO di Rivopharm e Presidente di Pharmaindustria Ticino, non ha nascosto le preoccupazioni per l’autentica spada di Damocle che pesa sul comparto – minaccia di un tasso del 100% per ora però congelato – ma ha lanciato nel contempo un forte appello all’ottimismo, ricordando le grandi difficoltà che le industrie hanno dovuto affrontare a scadenze regolari nel corso degli anni, da ultima la pandemia. Nei suoi interventi ha anche toccato i temi della forza attuale del franco svizzero, che consente un parziale recupero nell’acquisto delle materie prime, e dell’eventuale trasferimento delle aziende su suolo americano: una possibilità che i maggiori attori del mercato hanno in parte già attuato da tempo ma che si rivelerebbe molto problematica per imprese di taglia più ridotta.
Proprio su questo punto i relatori hanno condiviso le loro perplessità generali sull’effettiva fattibilità di questa opzione, alla luce degli ostacoli burocratici e delle difficoltà nel reperire mano d’opera qualificata nell’ottica di un completo spostamento negli USA o in altri Paesi: considerazioni da non sottovalutare, tra l’altro, anche soltanto per ristrutturazioni o cambiamenti parziali nella catena di produzione o nei flussi finanziari. Le regole del gioco, perlomeno quelle che tutti conoscono e rispettano, non sembrerebbero insomma cosi semplici da stravolgere!

Meglio allora confidare nella politica e nella sua capacità di ristabilire migliori condizioni quadro per tutti? La politica, già… Sull’argomento non sono mancate le note critiche: da quelle di Alfonso Tuor, giornalista politico ed economico, attento osservatore dei mutamenti sullo scacchiere mondiale che ha proposto una lettura del problema nella macroprospettiva del rallentamento economico europeo e della posizione della Cina, a quelle di Marco Olivier Tepoorten, titolare dell’operatore doganale e logistico Franzosini, che ha rilevato anche la contraddizione profonda tra la recente decisione della Confederazione di abolire i dazi su quasi tutte le merci e il muscoloso intervento dell’amministrazione statunitense.

Pur se non senza qualche riserva sull’opportunità della ben nota missione di sei imprenditori privati che hanno incontrato Donald Trump – cogliendo in questa iniziativa una certa dichiarazione di sfiducia nei confronti dei canali istituzionali e il potenziale rischio di eccessive concessioni all’interlocutore – e non risparmiando neppure alcune salaci allusioni agli impacci del Consiglio Federale nei precedenti contatti con la Casa Bianca gli ospiti della tavola rotonda si sono ritrovati concordi su alcune conclusioni: il mercato globale impone approcci mirati con sempre maggior precisione e le relazioni future con gli Stati Uniti, indipendentemente da chi guiderà il Paese tra qualche anno, non potranno prescindere dalla consapevolezza che l’Asia avrà un ruolo sempre più centrale rispetto all’Europa. Con tutto ciò che ne conseguirà. Adesso ci interessa soprattutto, pero`, sapere come sarà andata a finire con i dazi…



