Global risks report 2026, il quadro delineato dal rapporto è chiaro: non c’è allarmismo, ma la consapevolezza che i rischi globali si moltiplicano e si sovrappongono, mentre i tradizionali punti di riferimento risultano ormai insufficienti per interpretare una realtà sempre più complessa. Una realtà caratterizzata da un inasprimento della competizione tra Stati, tra blocchi geopolitici e tra filiere industriali.
Siamo entrati, in altre parole, in quella che gli esperti del WEF definiscono l’“Età della concorrenza”.
Il multilateralismo arretra, mentre avanzano blocchi regionali con interessi divergenti e spesso conflittuali. Non sorprende quindi che circa la metà dei 1.300 leader globali consultati si prepari a un biennio di eventi “turbolenti o tempestosi”, un livello di inquietudine che si accentua ulteriormente se proiettato su un orizzonte decennale.
In questo contesto, il confronto geoeconomico emerge come la principale fonte di complessità per imprese e investitori. Dazi sui semiconduttori, restrizioni sulle terre rare e sanzioni mirate stanno progressivamente ridisegnando le catene globali del valore, con effetti diretti sulle strategie industriali.
L’impressione è quella di un’economia mondiale sottoposta a una vera e propria “ri-ingegnerizzazione forzata”, nella quale ogni decisione politica condiziona in modo diretto costi, approvvigionamenti e pianificazione industriale.
Il contesto finanziario non appare più rassicurante: a una volatilità elevata e a un’inflazione persistente si accompagnano previsioni di crescita debole e il rischio di nuove bolle speculative.
La combinazione di questi fattori conduce a una constatazione che ipoteca la stabilità del sistema economico internazionale: il debito complessivo globale ha raggiunto il 235% del PIL mondiale. In termini semplici, gli oneri della finanza globale superano ormai di 2,35 volte la ricchezza prodotta in un anno dalle economie del pianeta.
A complicare ulteriormente lo scenario si aggiunge la disinformazione, che mina la fiducia dei consumatori e danneggia la reputazione delle aziende. Con oltre metà degli utenti digitali incapaci di distinguere il vero dal falso e con i deepfake in rapida diffusione, la comunicazione aziendale diventa un fattore strategico tanto cruciale quanto potenzialmente destabilizzante. Favorito dalle piattaforme digitali, il calo di fiducia nei media tradizionali – oggi attestato al 44% – rappresenta un segnale che sollecita investimenti crescenti nella comunicazione e nella gestione del rischio reputazionale.
Sul fronte macroeconomico le sfide non sono meno rilevanti: entro il 2027 dovrà essere rifinanziata quasi la metà del debito sovrano dei Paesi OCSE, ovvero delle principali economie avanzate. Parallelamente, entro il 2032 gli investimenti globali in intelligenza artificiale e data center raggiungeranno i 525 miliardi di dollari. In questo scenario, l’AI non solo si consolida come fattore strategico, ma emerge anche come nuova fonte di rischio: in una prospettiva decennale, i timori legati ai suoi effetti negativi balzano dal 30° al 5° posto nella classifica dei rischi percepiti.
Anche le imprese sono chiamate a confrontarsi con una duplice priorità. Da un lato, sfruttare le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica; dall’altro, governarne l’impatto crescente sotto il profilo etico, operativo e legale. Tornano infine alla ribalta i rischi ambientali, poiché le infrastrutture critiche – energia, logistica e reti digitali – risultano oggi più vulnerabili non solo ai cyberattacchi, ma anche agli eventi climatici estremi.
Traducendo queste valutazioni in un indicatore sintetico, il Global risks report 2026 segnala che solo l’1% degli esperti prevede uno scenario futuro stabile. Non si tratta di un invito al pessimismo, bensì alla preparazione.
Per il mondo economico ciò si traduce nel rafforzamento della resilienza, nella diversificazione delle catene di fornitura e in investimenti mirati a potenziare le strategie di gestione del rischio.
Il rapporto invita infine alla mobilitazione una “coalizione di volenterosi”, un’alleanza tra governi e imprese finalizzata a migliorare la trasparenza digitale, rafforzare le infrastrutture e incrementare il coordinamento e la coerenza delle politiche fiscali.
Quello degli studiosi del WEF è dunque un appello a costruire strategie condivise e a superare la logica dell’emergenza che ha caratterizzato l’avvio dell’attuale decennio.
Il messaggio conclusivo è semplice e diretto: in un mondo che entra nell’“Età della concorrenza”, la capacità di anticipare i rischi, interpretare le dinamiche della geo-economia e trasformare l’incertezza in opportunità rappresenterà il vero vantaggio competitivo per affrontare le sfide delineate dagli analisti.
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La gastronomia ticinese protagonista a Davos durante il World Economic Forum 2026



