Navighiamo in tempi incerti e ansiosi. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia rimonta ad ormai quattro anni fa. La guerra sulle pianure ucraine, nonostante un balletto diplomatico più ridicolo che efficace, continua, fra morti e distruzione.
Intanto, i colossi, quelle che una volta si chiamavano “grandi potenze” pensano agli affari, agli equilibri che più li aggradano, alle influenze di domani, a come spartirsi le immense risorse disponibili oggi. Tutto questo, in prima istanza, sulla pelle della martoriata Ucraina, nazione fantoccio per la Russia, di difficile comprensione per gli Stati Uniti, ancora più insignificante per la Cina, e, in seconda battuta, sulla nostra, sull’Europa tutta, stritolata ai fianchi, agnello sacrificale sull’altare della forza bruta e del profitto. A questo contesto, inimmaginabile almeno fino a qualche anno fa, si cercano dei perché.
Si sa, la realtà è sempre più complessa di quanto ci viene mostrato. Per questo è necessario scegliere con cura a quali informazioni attingere, lontano dalle interpretazioni facili, dai fanatismi e da ogni tipo di propaganda.
Alexander Etkind è un’intellettuale russo, nato nel 1955 a San Pietroburgo, l’allora Leningrado. A tutti gli effetti rappresentante dell’intellighenzia sovietica, Etkind ha studiato psicologia e storia. Ha conseguito due dottorati, il primo in psicologia nel 1985, il secondo nel 1998 ad Helsinki in lingue e letterature slave (storia della cultura russa). Ricercatore e professore, ha insegnato a San Pietroburgo durante gli anni ‘90 e 2000, poi all’Università di Cambridge e all’Istituto universitario europeo di Firenze. Oggi, oltre ad essere autore di numerosi saggi sulla storia intellettuale e culturale russa, sulla colonizzazione interna e sull’impiego nazionale delle risorse naturali, è professore presso il Dipartimento di relazioni internazionali all’Università dell’Europa centrale a Vienna. A settembre 2024 le autorità russe lo hanno inserito nella lista degli “agenti stranieri” (i nuovi nemici del popolo).
Nel 2023 il Professor Etkind ha pubblicato un libro di grande interesse: Russia against modernity, la cui traduzione italiana La Russia contro la modernità, edito da Bollati Boringhieri, è disponibile da marzo 2025.
Salutata dal New York Times come “il più stimolante tra i nuovi libri sulla guerra in Ucraina”, l’ultima fatica di Etkind propone un’idea più ampia riguardo all’invasione russa dell’Ucraina, la quale ruota attorno al tema delle materie prime.
La disponibilità (apparentemente) infinita di idrocarburi di cui dispone la Federazione Russa è in aperto contrasto con le nascenti politiche, essenzialmente occidentali, di lotta alla crisi climatica e a sostegno della transizione energetica. I “moventi” storici, culturali e sociologici di stampo imperialista che sembrano aver spinto la Russia a soggiogare l’Ucraina sono, a detta di Alexander Etkind, secondari, dato che il fulcro della questione sono le risorse naturali. Ed è proprio per questo che il libro titola contro la modernità, poiché ancora una volta siamo di fronte al conflitto fra due mondi: quello che il Professor Etkind definisce “paleomoderno”, cioè rappresentato degli stati petroliferi e cleptocratici, di cui la Russia è un esponente di peso, e quello “gaiamoderno”, incarnato dall’Occidente democratico, fondato sulla cultura del lavoro e della produzione, il quale tenta di trovare soluzioni energetiche alternative. All’origine dello scontro quindi non si trova più l’ideologia, come ai tempi della guerra fredda, bensì la differente reazione alla crisi climatica e all’utilizzo delle materie prime.
In questa intervista ne abbiamo discusso nel dettaglio con l’autore.
Nel suo libro lei spiega l’invasione dell’Ucraina come parte di un obiettivo più grande: la guerra della Russia contro la modernità e, in particolare, contro la consapevolezza ambientale, la transizione energetica e il lavoro digitale. Lei quindi non la considera una pura guerra imperialista da parte di una ex grande potenza (l’URSS), la quale, da decenni, sta perdendo influenza sui suoi vicini, all’epoca sue repubbliche?
«Si tratta certamente di una guerra imperialista, anche se ogni guerra imperialista è differente, ognuna ha ragioni e caratteristiche proprie. Penso alle guerre dell’oppio in Cina, alle guerre in Congo, oppure alla guerra del Vietnam.
In questo caso riguarda il cambiamento e la crisi climatica. Come sappiamo tutti, la risposta alla crisi climatica si esprime attraverso l’azione per il clima e quest’ultima è rappresentata essenzialmente dalla decarbonizzazione. Siccome la Russia è uno stato petrolifero il suo introito primario è legato al commercio energetico e, nello specifico, a quello del petrolio.
È quindi evidente come i piani di decarbonizzazione in Europa minaccino i profitti russi. Questo è uno dei motivi, a mio parere, quello principale, per contestualizzare la guerra della Russia contro l’Ucraina, cominciata nel 2014, culminata nel 2022 e in corso tutt’oggi».
Se fosse così non crede che Putin abbia fatto male i conti? In risposta all’invasione l’Europa ha rinunciato al petrolio e al gas russo. Inoltre, le sanzioni economiche, dopo ben quattro anni, hanno un impatto non trascurabile sull’economia della Federazione…
«Vladimir Putin ha sottovalutato molte cose e lo vediamo tutti i giorni leggendo la stampa. Quest’effetto, nel mio libro, lo chiamo “nemesi”. Praticamente ogni volta e in una maniera che può quasi ritenersi strategica, il Presidente russo ottiene in cambio delle sue azioni esattamente ciò che più teme. Pensiamo solo all’allargamento della NATO fino ai confini russi. Putin ne era preoccupato e, infatti, è uno dei risultati derivati dalla sua guerra, dato che Svezia e Finlandia hanno recentemente aderito all’Alleanza atlantica.
Ciononostante, la guerra continua e la Russia ha trovato delle soluzioni alternative all’esportazione di idrocarburi. Ora la maggioranza del greggio russo viene venduto alla Cina e all’India, ma anche ad altre parti del mondo, compiendo lunghi giri e generando, di conseguenza, dei rischi ecologici e di sicurezza nel Mar Baltico, nell’Atlantico e nell’Oceano Pacifico. Il prezzo inferiore a cui vengono vendute le risorse e le difficoltà di trasporto influenzano negativamente il budget russo».
Secondo la sua tesi la Russia si posiziona contro la modernità, contro il progresso e l’avanzamento tecnologico. Tutto ciò avviene ed è avvenuto durante il più che ventennale governo di Vladimir Putin. Perché la Russia non è riuscita a cambiare rotta quando poteva farlo, cioè alla caduta dell’Unione sovietica, negli anni ‘90, i primi veramente liberi del paese?
«Credo si sia trattato di un processo contingente. All’epoca ci poteva essere un certo tipo di sviluppo, una visione diversa di paese, ma così non è stato, il tentativo è fallito. Sono molti i fattori che vi hanno contribuito, sociali, culturali ed economici. Ancora una volta, anche allora, gli idrocarburi hanno giocato un ruolo chiave, in quanto la nuova Russia si caratterizzava essenzialmente come stato petrolifero. La natura degli stati petroliferi, come lo sono la Federazione Russa, l’Arabia Saudita, l’Iran o il Venezuela, è aggressiva e problematica. In paesi come la Svizzera o la Danimarca, per esempio, il benessere dei cittadini deriva dal lavoro della popolazione stessa e quindi dalle imposte, dagli investimenti nell’educazione, nella sanità, nei trasporti, ecc.., mentre negli stati petroliferi il denaro, il benessere è legato essenzialmente alla terra, alle risorse naturali di cui dispone. In un contesto di questo genere i cittadini ricoprono un ruolo marginale, servono semplicemente ad estrarre gli idrocarburi, non aggiungono niente al budget statale, al massimo ne usufruiscono».
Come è possibile che dopo quattro anni di guerra, un milione di morti da parte russa, incredibili sacrifici umani ed economici, il prezzo dell’isolamento, il sostegno della popolazione russa al Presidente sia ancora così forte?
«Personalmente non credo molto alle statistiche svolte in Russia. Quello che sappiamo con certezza è che più di un milione di persone ha lasciato la Russia dopo l’inizio della guerra. È molto, ma comunque non è abbastanza per un cambiamento significativo. Il denaro presente nel paese appartiene al governo e chiunque vive in Russia è semplicemente “impiegato”, “dipendente”, siano essi soldati, infermieri o dirigenti. Non hanno la possibilità di dissentire. Se interrogati rispondono dicendo che sostengono l’operazione militare speciale, perché temono per il loro lavoro, la loro famiglia, la loro vita. È questa l’immagine dell’oppressione e della dipendenza».
Quando finirà la guerra e come?
«Credo che questa guerra non terminerà senza una rivoluzione».
In Russia?
«Non lo so, si potrebbe trattare anche del collasso del regime ucraino. Io mi auguro una rivoluzione nella Federazione Russa. Nel mio libro dedico un intero capitolo alla “defederazione russa”, cioè allo smantellamento della Russia attuale in un certo numero di stati. Si tratta di una previsione con una tempistica incerta: fra qualche anno, forse dieci, magari cinquanta. Se però Putin uscirà vincente da questa guerra ne comincerà un’altra. In ogni caso, ad un certo punto, lui o il suo successore verranno puniti dalla popolazione. Il regime non sopravviverà».
Cosa dobbiamo attenderci in quanto Occidente e occidentali? Quale è il futuro della democrazia?
«In questo momento la democrazia corre dei grossi rischi, direi quasi che si trova in pericolo di vita. La maggior parte del mondo non è democratica e, in molti casi, si tratta di nazioni potenti, penso per esempio alla Cina. La Russia tenta di fungere da modello per il mondo e attualmente ha l’aria di riuscirci abbastanza bene, soprattutto presso l’Amministrazione Trump. È difficile immaginare il futuro dell’Europa, culla della democrazia, dal momento che sta subendo una pressione combinata. Le prospettive non sono rosee».



