Confesso come l’ispirazione per questo articolo mi sia sopraggiunta da un recente colloquio con un mio studente americano, che − dopo aver assistito ad una mia lezione di macroeconomia (incentrata su concetti quali “inflazione” e “deflazione”) − mi si è parato di fronte per porre un quesito assai semplice quanto interessante: ma perché l’inflazione intesa come un “fenomeno sempre ed ovunque monetario” secondo la giusta definizione di Milton Friedman (1970) deve poi mai essere necessariamente associata ad un rialzo dei prezzi? La domanda gode di piena legittimità nella misura in cui − questo un altro aspetto sollevato dallo studente − in presenza di sistematica sovraemissione di liquidità (quale anche solo di cartamoneta) ma contemporanea assenza di rialzi significativi del livello di prezzi − il risultato finale sarebbe apparentemente win-win: in altre parole, quest’ultimo permetterrebbe apparentemente ai soggetti economici beneficiari di tali sovrappiù di liquidità di esercitare una corrispondente domanda di beni/servizi senza che ciò sembri implicare alcun “ritocco” dei prezzi.

Per fornire una risposta minimamente soddisfacente, però, è dapprima indispensabile procedere a distinguere fra “inflazione” e “rialzo dei prezzi”. In altri termini, la modifica di prezzo per mera decisione individuale (ad esempio, quale la ricerca di un miglior profitto da spendersi/investirsi poi) non è in alcun modo da associare all’aumento generalizzato del livello dei prezzi dovuto a spinte inflazionistiche di carattere monetario, cioè per opera di una strutturale sovrapresenza di “massa monetaria” rispetto ai volumi “reali” di beni e servizi disponibili. Nel primo caso, infatti, l’aumento sarebbe giustificabile su una base “comportamentale” o “microeconomica”, mentre nel secondo sarebbe la “macroeconomia” ad essere coinvolta perdendo di potere d’acquisto nel suo insieme. Inutile dire che, nel passato anche recente, trascurare tale distinzione avrebbe senz’altro esposto lo studente a rimproveri da parte del proprio insegnante.

Si ipotizzi, infatti, che il PIL di una Nazione sia pari a 100 unità − vale a dire: tale economia nel complesso abbia prodotto nell’arco di un anno beni e servizi per 100. In un sistema di cose “ordinato” (ipotizzando che in passato non sia stato né sovra- né sottoemesso) i nuovi mezzi di pagamento a disposizione dell’economia nel suo insieme dovrebbero corrispondere appunto a 100 unità, cioè essere uguali e sufficienti all’acquisto del prodotto reale nella sua interezza. Si consideri, ora, che per ragioni non da esplorarsi il sistema bancario emetta 120 unità monetarie dove quindi 20 di esse non risulterebbero “coperte” da un ammontare corrispondente di ricchezza reale, cioè beni/servizi ancora pari a 100. Espresso diversamente ancora: tali 20 unità monetarie sarebbero irrimediabilmente “inflazionistiche” e comporterebbero che il prodotto reale (pari a 100) sia “spalmato” su un numero più elevato di mezzi di pagamento (120). Un vero e proprio “annacquamento” della ricchezza reale, dunque.

Ma per quale motivo, allora, se “inflazione” è la causa e “rialzo dei prezzi” l’effetto di essa quest’ultimo deve sempre verificarsi? La risposta è semplice: allorquando l’economia nel suo insieme si percepisse che vi fossero 120 (o, comunque, “100 + x”) unità di pagamento in circolazione per l’acquisto di sole 100 unità di beni e servizi, il rialzo del prezzo di questi ultimi sarebbe fuori discussione per evitare che la produzione materiale venga acquisita troppo rapidamente e/o senza uno sforzo economico almeno corrispondente.


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