È soprattutto nell’ambito della fiscalità internazionale che la Svizzera deve vegliare affinché le condizioni siano rispettate. Le convenzioni multilaterali relative allo scambio d’informazioni, automatico, spontaneo o su richiesta, raggiungeranno il loro scopo solo se tutti i firmatari identificheranno e trasmetteranno gli stessi dati, con gli stessi partner e a partire dallo stesso momento. In caso contrario, i contribuenti faranno dell’arbitraggio regolamentare, andando a cercare il concorrente meno zelante.
L’accesso ai mercati esteri, in particolare dell’Unione europea, è una delle priorità principali per le banche svizzere. La maggior parte della nostra clientela risiede all’estero. Gli istituti bancari sono quindi innanzitutto delle aziende esportatrici che producono a costi svizzeri ed incassano in moneta estera. Per far questo però devono essere in grado di seguire e consigliare la propria clientela in maniera diretta e costante.
Accedere ai mercati esteri tramite delle filiali resta un’opzione ma è costosa e non sarebbe nell’interesse della piazza finanziaria svizzera, che perderebbe impeghi e gettito fiscale. Siccome l’accesso ai mercati esteri è un fattore di successo essenziale, è indispensabile migliorarlo. In questo senso tre sono gli approcci pensabili: la firma di accordi bilaterali, il principio dell’equivalenza con l’UE e la conclusione di un accordo sui servizi finanziari con l’UE.
Accordi bilaterali
Con l’approccio bilaterale la Svizzera cerca di ottenere direttamente presso alcuni Paesi un alleggerimento delle condizioni d’accesso ai rispettivi mercati, o almeno un rafforzamento della sicurezza giuridica nell’ambito degli affari transfrontalieri. Un esempio di questi accordi è quello siglato dalla Svizzera con la Germania nel 2013. Secondo questo accordo le banche svizzere possono proporre dei servizi transfrontalieri in Germania direttamente dalla Svizzera, quindi senza una presenza fisica in loco. Tuttavia il fatto di dover rispettare il diritto germanico in materia di protezione dei consumatori e di lotta contro il riciclaggio di denaro rende il tutto piuttosto complicato.
Il Segretariato di Stato per le questioni finanziarie internazionali (SIF) sta pure tentando di raggiungere degli accordi con la Francia e con l’Italia ma i risultati tardano ad arrivare, complici alcune decisioni del Consiglio di Stato ticinese che sembrerebbero mettere il bastone nelle ruote dei nostri negoziatori.
Ci rendiamo conto che la situazione è in un “impasse” ma non possiamo dimenticare che sarebbe poco logico mettere in atto un sistema di scambio d’informazioni per dei clienti regolarizzati che però non possono essere serviti direttamente dalla Svizzera.
Il principio di equivalenza
Il secondo approccio è basato sul principio dell’equivalenza con l’UE. Riveste una grande importanza per la Svizzera, in quanto sarebbe più efficace dell’approccio bilaterale. Si tratta per il nostro Paese di dotarsi di una regolamentazione comparabile a quella dell’UE. Nell’ambito assicurativo, per esempio, l’equivalenza è già stata confermata mentre nell’ambito dei fondi d’investimento esiste già una raccomandazione dell’ESMA che invita la Commissione europea ad estendere il passaporto europeo ai fondi gestiti in Svizzera.
Libera circolazione dei servizi
Il terzo approccio consiste in un accordo sulla libera circolazione dei servizi finanziari con l’UE. Questo aprirebbe le porte ad un accesso generale ai mercati e garantirebbe la più grande sicurezza giuridica a lungo termine. Questo purtroppo non sarà possibile prima della soluzione di altri dossier politicamente prioritari quali la libera circolazione delle persone e le relazioni istituzionali tra Svizzera e UE. La ripresa dell’”acquis communautaire” che implicherebbe questo accordo è lungi da fare l’unanimità in Svizzera. “Brexit” rappresenta pure una nuova svolta nei rapporti dell’UE con gli Stati terzi europei.