Gli analisti di Ceresio Investors sanno bene che oggi viviamo in un mondo dove domina una costante instabilità geopolitica, una crescente inflazione e grande scarsità di materie prime. Secondo le previsioni economiche il 2023 si prospetta un anno difficile per l’Europa a causa dello shock dei prezzi dell’energia e l’aumento dell’inflazione che potrebbero causare una contrazione del PIL in vari Paesi dell’Unione. Tali rischi e incertezze non gravano esclusivamente sull’economia, ma anche sulla società nel suo insieme che necessita di rimanere quanto più unita possibile per affrontare le contingenze. I dati a consuntivo, però sembrano essere migliori delle attese.
Con il coordinamento di Gianni Riotta, Direttore Data Lab e Master in Giornalismo presso la LUISS Guido Carli di Roma, ne hanno discusso la politologa Nathalie Tocci, Direttore dell’Istituto Affari Internazionali e l’economista Antonio Foglia, vicepresidente del CdA e azionista di Banca Ceresio.
Nel corso del suo intervento Nathalie Tocci si è soffermata sui diversi aspetti del concetto di interdipendenza, mostrando come l’Europa sia in molti ambiti fortemente interconnessa, quando addirittura non dipendente, rispetto al resto del mondo, a cominciare dal mercato dell’energia e delle materie prime. Data l’importante concentrazione della produzione delle materie prime critiche, i loro flussi sono uno dei meccanismi con cui l’impegno mondiale alla decarbonizzazione sta ridisegnando la geografia delle relazioni energetiche tra gli stati, dando vita, in termini economici e politici, a nuove opportunità ma anche a nuove vulnerabilità. Le materie prime critiche costituiscono di per sé un banco di prova per l’“autonomia strategica aperta” che l’UE dichiaratamente si prefigge. Sebbene ancora interpretato in modi diversi nelle diverse capitali dell’UE, questo concetto è ampiamente inteso come lo sviluppo della capacità di raccogliere i benefici dell’interdipendenza limitando al contempo l’esposizione ai rischi che essa comporta. Alla vulnerabilità dell’Europa rispetto ai flussi e ai prezzi di approvvigionamento delle materie prime, si è aggiunto l’uso dell’energia come arma di pressione geostrategica da parte della Russia nel contesto della guerra all’Ucraina.
Antonio Foglia ha svolto il suo intervento premettendo che le previsioni di crescita a livello globale devono necessariamente partire dall’analisi di due elementi di fondamentale importanza come la crescita demografica e la crescita delle produttività, che nel loro combinarsi concorrono a determinare la crescita economica reale di un Paese. Ebbene, per quanto riguarda il fattore demografico, le previsioni sembrano indicare che esso ha raggiunto il suo culmine negli Stati Uniti, mentre il picco è probabilmente molto vicino in Giappone e in Cina. Per quanto riguarda invece la produttività essa è ormai stabilizzata negli Usa, in Giappone e naturalmente in Europa, mentre in Cina ci sono già i segnali di una progressiva riduzione. Incrociando questi elementi è possibile prevedere che negli USA la crescita economica reale continuerà a mantenersi intorno al 2-2,50%, che in Giappone il PIL si manterrà probabilmente stabile, che in Europa la crescita si aggirerà intorno all’1%, mentre in Cina si registrerà nei prossimi anni un rallentamento fino a scendere intorno al 3-3,50%.
Altro grande tema affrontato è stato quello dell’inflazione, partendo dalla considerazione che già nel 2021, ben prima delle valutazioni della Federal Reserve, l’andamento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti avrebbe dovuto fare prevedere una rapida crescita dell’inflazione. Il ritorno dell’inflazione è stato uno dei temi più importanti del 2022. Gli esperti concordano sulla possibilità che l’inflazione rallenti, ma ci sono diversi rischi in agguato e ci vorrà tempo prima che scenda ai target fissati dalle banche centrali.
Le questioni sotto i riflettori sono l’inflazione elevata, la stretta delle banche centrali, la guerra in Ucraina e i continui effetti della crisi economica, soprattutto in Cina. Nell’Eurozona l’inflazione scenderà al 6,3% nel 2023. Nel corso dell’anno il tasso dovrebbe registrare una marcata riduzione, per poi collocarsi in media al 3,4% nel 2024 e al 2,3% nel 2025. Un rischio fondamentale riguarda ancora la possibilità di interruzioni dell’approvvigionamento energetico europeo che possono portare a ulteriori impennate dei prezzi dell’energia e a tagli alla produzione.
Negli Stati Uniti, dopo decenni di relativa quiete, l’indice dei prezzi al consumo ha raggiunto il picco di 9% a giugno 2022, anche se da allora il tasso è iniziato lentamente a scendere pur rimanendo elevato. Gli osservatori, di fronte all’inflazione al 7,7%, hanno avanzato l’ipotesi che la tendenza al ribasso possa perdurare con l’inizio del nuovo anno. Alcuni hanno addirittura sostenuto che si è raggiunto il picco dell’inflazione grazie anche ai sette rialzi dei tassi d’interesse da parte della Fed nel 2022.
La maggior parte degli esperti prevede che la Fed continuerà ad alzare i tassi di interesse in modo incrementale all’inizio del 2023 per poi allentare la presa quando l’inflazione confermerà la sua discesa. Quando la febbre dell’inflazione finalmente sarà svanita, la Fed non avrà fretta di tagliare i tassi a meno che una recessione non privi l’economia statunitense del cosiddetto “atterraggio morbido”, che consentirebbe la ripresa del mercato obbligazionario e l’espansione dei multipli azionari. Secondo alcuni esperti ciò potrebbe gettare le basi per un nuovo mercato rialzista.