Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
di Marco Tepoorten
di Marco Tepoorten

Non me ne sono accorto subito. Lo spot era andato in onda da pochi giorni sulla RSI, io avevo la testa piena di altro: riunioni, scadenze, questioni da chiudere e quella sensazione familiare di correre anche quando sei fermo. Poi, senza che nessuno lo annunci, cominciano ad arrivare piccoli segnali. Prima uno, poi un altro, e a un certo punto capisci che non è la solita soddisfazione di essere andati in onda. È qualcosa di diverso. È la pubblicità che smette di restare in televisione e inizia a circolare fuori: nelle frasi della gente, negli sguardi, nei silenzi, in quei complimenti improvvisi che non ti aspetti e proprio per questo valgono il doppio.

È iniziato in modo quasi banale, in farmacia. Il farmacista, uno concreto, poco incline ai complimenti di circostanza, mi guarda come fa di solito, con quel mezzo sorriso rapido e pratico, e mi dice che ha visto lo spot. «Bellissimo», aggiunge, e lo dice con una naturalezza che non ha nulla di teatrale. Poi ci pensa un attimo, come se volesse essere preciso, e chiude con una frase che mi è rimasta addosso più dello spot stesso: «È la più bella pubblicità che ho visto da tanto tempo». In quel momento ho avuto una reazione quasi istintiva, quella di chi ringrazia e passa oltre, ma mentre uscivo ho capito che quel tipo di complimento ha un peso particolare, perché arriva da una persona che non ti sta regalando nulla, ti sta restituendo un’impressione vera.

Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
di Marco Tepoorten
Nei giorni successivi sono arrivati episodi più strani, più sottili, quelli che non riesci a raccontare bene se non li hai vissuti. Al bar, in un negozio, per strada, capita lo sguardo più lungo del normale, come se qualcuno stesse facendo un collegamento mentale e non avesse ancora deciso se dirlo. A volte non dicevano niente, ed era quasi più eloquente così, perché si intuiva che avevano riconosciuto qualcosa: magari non il nome, ma la voce, la faccia, quella presenza che in uno spot è un rischio, perché o ti espone alle critiche o ti rende credibile.

Poi, come spesso accade, a rompere l’ambiguità arriva qualcuno che ti ferma davvero. È successo con una gentilezza quasi timida: «Mi scusi», e poi quella frase che, detta a bassa voce, sembra una domanda personale: «Ma lei… è quello dello spot, vero?». A quel punto ho visto arrivare il sorriso e il complimento, diretto, senza giri di parole: «Bellissimo, davvero, mi è rimasto in testa». In un’altra occasione la frase è stata ancora più netta: «Una pubblicità così non la vedevo da anni». Sono parole che, se le leggi su un’email, ti sembrano esagerate, se te le dicono guardandoti negli occhi, capisci che non stanno parlando di tecnica, stanno parlando di sensazione.

Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
di Marco Tepoorten
È lì che mi sono reso conto di un dettaglio semplice, ma decisivo. Quello spot non chiedeva niente. Non c’era la solita urgenza di convincere, non c’era l’ansia di strappare l’attenzione in dieci secondi, non c’era la mano che ti spinge verso una conclusione già scritta. Durava un minuto e trenta secondi, che oggi è quasi un atto di ostinazione, e si prendeva il tempo di raccontare. Con calma, senza gridare, senza forzare, come se chi guardava avesse solo bisogno di ascoltare.

Una persona me l’ha detto nel modo più efficace possibile: «Finalmente una pubblicità che non ti prende per scemo». È una frase che fa sorridere, ma dentro ha una verità enorme. Molta comunicazione oggi nasce con la paura di essere ignorata, e allora accelera, comprime, semplifica fino a diventare un riflesso automatico. Qui invece c’era l’idea opposta: rallentare e fidarsi. La fiducia, in pubblicità, è quasi controintuitiva, perché sembra una fragilità. In realtà è una forma di forza, perché implica che non hai bisogno di strappare l’attenzione: ti basta meritarla.

Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
di Marco Tepoorten
A quel punto, inevitabilmente, mi è venuto da pensarci da imprenditore, e non solo da persona che si è esposta con un nome e con un volto. Perché uno spot non vive solo di ciò che dice, vive anche di dove viene detto. Il contenitore conta. Conta più di quanto ci piaccia ammettere quando parliamo di creatività, di linguaggi, di format. Un messaggio può essere ben costruito, ma se non ha una casa che lo sostiene, se non ha un contesto che lo rende credibile, rischia di scivolare via come tutto il resto.

Io continuo a credere nella televisione, e lo dico con convinzione. Può sembrare curioso detto da uno che lavora nella logistica e, nello stesso tempo, guida anche un’azienda di digitalizzazione e datacenter. Eppure per me, nel bene e nel male, «l’ha detto la TV» conta ancora. Non come certezza, ma come sensazione culturale. La televisione, soprattutto quella che appartiene a un territorio, ha una qualità che altri canali faticano a replicare: riesce ancora a creare un momento comune, a far vedere la stessa cosa a tante persone nello stesso arco di tempo. E poi quelle persone si ritrovano per strada, in farmacia, al bar, e te lo dicono. È una dinamica semplice, quasi antica, ma proprio per questo potentissima.

Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
di Marco Tepoorten
Si può dire che siamo stati bravi a scegliere una strada controcorrente. Ma la lezione più profonda, almeno per me, è che il messaggio conta tanto quanto il mezzo che lo ospita. Perché non basta avere una storia da raccontare, serve anche una piazza che la renda condivisibile, un luogo dove un minuto e trenta non sembri una stravaganza, ma una scelta possibile, e dove le persone possano incontrarsi, anche solo per un attimo, nello stesso racconto.

Ecco perché quel piccolo successo quotidiano, il farmacista, gli sguardi, le persone che ti fermano per dirti «ma lei…», non è soltanto un complimento a uno spot ben fatto. È anche la prova che esiste ancora un tipo di attenzione che nasce solo quando il contenitore, la televisione, ha struttura, credibilità, continuità. Se quella struttura si indebolisce, non scompare soltanto un canale, si riduce anche lo spazio in cui le aziende del territorio possono parlare con peso, con calma, con dignità.

Marco Tepoorten: l’ha detto la TV
Quando uno spot esce dallo schermo ed entra nella vita quotidiana
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E allora sì, inevitabilmente, molti cercheranno altrove, non per moda, ma perché il mondo non aspetta, e la comunicazione, come la logistica, segue i flussi dove passano le persone.

Forse è proprio questo che rende interessante la storia di uno spot riuscito. Non la vanità del risultato, ma la consapevolezza che esiste ancora un modo di comunicare che sa farsi ascoltare, a patto che esista ancora un luogo all’altezza per ospitarlo. Perché quando uno spot esce dallo schermo lo capisci nel modo più semplice, qualcuno ti ferma, ti guarda e dice soltanto «bellissimo», e ti resta addosso la sua chiusura, «il passato che ci ispira, il presente che ci impegna, il futuro che ci aspetta».

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