Sino a qualche anno fa erano soprattutto le rivalità sportive – peraltro allora quasi sempre sbilanciate in favore dei nostri avversari – a creare il terreno fertile per sberleffi, polemiche e spaccature più o meno occasionali che solo in parte si alimentavano nel contesto più vasto di una relazione molto intensa e profondaOggi tra il Ticino e l’Italia non contano più soltanto le posizioni nelle gerarchie del calcio: nella delicata gestione della vicinanza geografica e culturale che contraddistingue la nostra inevitabile… promiscuità di frontiera si inseriscono infatti sempre più frequentemente elementi politici, economici e sociali che rendono ancora più complesso un rapporto che al netto di ciò che ci accomuna tende a evidenziare, a volte non senza una palpabile, crescente insofferenza, ciò che ci rende diversi.

Al punto da indurre a qualche legittima riflessione sulla natura di certe spigolosità che sono emerse di recente a livello sia istituzionale sia mediatico e che hanno contribuito a estendere ma anche a modificare le caratteristiche di una prossimità in cui lo scambio si trasforma molto spesso in confronto. Nella tavola rotonda che abbiamo voluto dedicare a questo tema di grande attualità e interesse per le sue innumerevoli sfaccettature non sarebbero dunque potute non affiorate le diverse prospettive da cui è possibile, anzi doveroso, tentare di analizzare la qualità fondante di un legame certamente da tutelare e preservare. Il Ticino, di oggi, del resto, è storicamente figlio di un importantissimo flusso migratorio in provenienza dall’Italia, che ha generato una parte molto significativa di quello che diventato il suo stesso tessuto sociale. Ciò che siamo, insomma, dipende anche, inevitabilmente, da ciò che siamo stati: negarlo ma anche soltanto cercare di ridurre l’influenza di questo fattore rischierebbe di orientare in modo perlomeno incompleto ogni tentativo di analisi.

Enrico Carpani

Già nella fase di allestimento della serata – seguita da un pubblico folto e molto coinvolto nell’accogliente spazio RIVADUE del Palazzo Mantegazza – ne abbiamo perciò tenuto conto, invitando personalità dalla storia individuale particolarmente in sintonia con l’argomento della discussione come Stefania Padoan, imprenditrice trevigiana alla testa dell’azienda di famiglia ormai stabilmente trapiantata nella nostra regione, a cavallo tra Lugano e i Grigioni, e Stefano Rogna, CEO di Banca Sempione, un vicino…valtellinese oggi di nazionalità svizzera che ha messo radici in Ticino. Per certi versi il loro approccio è stato il più spontaneo e significativo: entrambi perfettamente consapevoli delle trasformazioni degli ultimi anni hanno comunque tenuto a sottolineare nei loro interventi la solidità del legame che hanno instaurato con un territorio e una comunità che mantengono nonostante tutto un enorme potenziale di attrattività e di crescita.

Chi ha vissuto sulla propria pelle una delle fasi più movimentate dei rapporti tra il Ticino e l’Italia è stato senza dubbio Bernardino Regazzoni, ambasciatore svizzero a Roma al tramonto dell’era del segreto bancario. Per un ticinese attivo nella diplomazia elvetica in molte realtà diverse rappresentare il nostro paese proprio nella capitale di quell’italianità cui anche noi – lo si voglia o no – apparteniamo indiscutibilmente può non essere stato facile. Oppure no? «Starai come un pesce nell’acqua» si era sentito rispondere da un collega che lo aveva preceduto nell’esperienza che ricorda oggi tra le più importanti ma non necessariamente la più difficile della sua lunga carriera.

Il ruolo dell’ambasciatore, ha del resto puntualizzato Regazzoni, non è quello di intervenire direttamente nelle questioni operative bensì di facilitare le relazioni tra i diversi attori impegnati nell’ambito di ogni problematica che coinvolge i rispettivi governi. E alla fine si è ritrovato proprio…come un pesce nell’acqua? «Sono stato molto bene, certo».

Una sensazione in totale sintonia con quella che ha affermato di provare attualmente il Console Generale d’Italia a Lugano Uberto Vanni d’Archirafi, il quale ha offerto al dibattito con estrema lucidità e precisione il contributo della sua parentesi di vita e lavoro in Ticino, focalizzandosi soprattutto sul volume globale e dunque sul valore complessivo della relazione tra il Cantone e l’Italia, che non possono essere intaccati da questioni specifiche come quella del paventato blocco dei ristorni dei frontalieri. Il tema che in fondo costituiva…il vero elefante nella stanza, impossibile da evitare, certo, ma da affrontare con la dovuta serenità e senza sottovalutarne l’impatto politico e le possibili conseguenze sull’asse Berna-Roma.

Una dimensione inedita quanto insidiosa del rapporto privilegiato tra Bellinzona e l’Italia, in cui la fragorosa e straordinaria unicità della condivisione esclusiva della lingua e di riflesso del patrimonio culturale – che rende quello della diffusione del nostro idioma un caso praticamente unico al mondo – si stempera nei rivoli della politica internazionale, fatta di accordi, protocolli e pratiche decise, accettate e rispettate dalle parti. E che di fatto eleva il problema a un livello superiore, creando una situazione di innegabile disagio tra Berna e Roma, e a cascata, inevitabilmente, tra Bellinzona e Berna.

Ma allora, sullo sfondo magari anche della tragedia di Crans-Montana, che volutamente abbiamo deciso di non inserire nella mappa della nuova reciprocità transfrontaliera italo-svizzera ma che in un paio di momenti si è tuttavia infilata nelle riflessioni degli ospiti quasi a voler certificare una differente modalità di valutazione e di interpretazione, esiste davvero il rischio che questa situazione di disagio avvertita dal Cantone possa provocare un vero e proprio strappo con la Confederazione, da parte sua preoccupata di tutelare l’interesse superiore della relazione con l’Italia?

Dal punto di vista strettamente economico, Andrea Gehri, dal suo osservatorio di Presidente della Camera di Commercio ticinese, ha quindi invitato a considerare con attenzione e realismo l’effettiva portata degli importi in gioco per le finanze ticinesi: oltre cento milioni di franchi che nell’attuale situazione congiunturale avrebbero una notevole rilevanza per le casse cantonali. Una prospettiva su scala più ridotta – peraltro già affiorata durante le negoziazioni che avevano portato alla definizione dell’accordo tra Italia e Svizzera, su cui il Ticino aveva espresso le sue preoccupazioni, – oppure il giustificato tentativo di ribadire la criticità di un quadro molto diverso da quello generale?

Difficile prevedere come andrà a finire: lo stallo appare per certi versi addirittura imbarazzante più sul piano interno che su quello internazionale, dove come ha fatto opportunamente notare anche Giangi Cretti, Direttore della Rivista della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, da molti anni attivo nel nostro paese, i parametri e dunque anche le sensibilità non sono paragonabili alle percezioni avvertite a livello locale.  Di sicuro, quella che è sempre stata vissuta come una relazione quantomeno controversa, tipica forse di chi è più simile alla controparte di quanto non voglia e non riesca ad accettare, al momento sembra vicina ai minimi storici di comprensione e collaborazione: il Ticino non pare disposto a recedere, nella cultura politica svizzera non è prevedibile un intervento risolutore da parte di Berna, per l’Italia la diatriba sui frontalieri non costituisce una priorità.

Il vero nodo, probabilmente, sta proprio in questa combinazione di disallineamenti, che in un modo o nell’altro dovranno comunque essere risolti. Per tornare alle vecchie, innocue incomprensioni che hanno fatto la storia di una frontiera più politica che culturale.