Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondialeHoracio Pagani, quali ricordi conserva dei suoi primi anni a Casilda e quando ha capito che l’automobile sarebbe stata la sua strada?

«Sono cresciuto in una piccola città agricola dell’Argentina, in una famiglia semplice: mio padre era fornaio, mia madre aveva una grande sensibilità per la musica, la pittura e la scultura. È da loro che ho appreso alcune cose che non mi hanno mai lasciato: la dedizione al lavoro, la curiosità verso le materie scientifiche e una certa propensione verso tutto ciò che era in collegamento con l’arte e la creatività. Se mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo ingegneria meccanica oppure belle arti. Un incontro illuminante è stato quando ancora adolescente scoprii la figura di Leonardo da Vinci e fui subito affascinato dalla sua capacità di coniugare arte e scienza».

Come e quando è nata la sua attrazione nei confronti del mondo dell’automobile?

«Senz’altro fin da ragazzo ho iniziato a guardare con attenzione e ammirazione le auto soprattutto europee che circolavano in Argentina. A quei tempi poi usciva una rivista, si chiamava Automundo, grazie alla quale costituiva per me una gioia immensa lo scoprire le corse automobilistiche, i piloti, i saloni, il lavoro dei carrozzieri. Così, passavo ore nel mio piccolo “taller” (officina in spagnolo) dietro casa, dove costruivo modellini usando legno di balsa, fili di ferro, latta, e anche resine rudimentali. Non mi interessava che fossero solo belli: dovevano funzionare, essere proporzionati. Ho capito molto presto che la forma e la funzione non erano mondi separati, ma due linguaggi che devono sempre dialogare».

In questa sua visione si avverte tutta la forza dell’insegnamento di Leonardo…

«Leonardo da Vinci ha sempre rappresentato per me molto più di un riferimento storico: è stato ed è una guida ideale, un maestro invisibile che mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro. In lui ho trovato l’esempio perfetto di come arte, scienza e ingegneria possano fondersi in un’unica, straordinaria visione. La sua capacità di osservare la natura, comprenderne i segreti e tradurli in bellezza e innovazione è ciò che ho cercato di portare nella mia attività con Pagani Automobili. Ogni vettura nasce dal desiderio di unire la massima ricerca tecnologica a un’estetica senza tempo, proprio come nelle opere di Leonardo. Il suo insegnamento mi ha mostrato che il limite non è altro che un punto di partenza e che la vera eccellenza nasce dall’armonia tra intuizione, studio e passione».

Come è iniziato il suo viaggio verso l’Italia e verso il mondo delle supercar?

«L’idea dell’Italia è stata un sogno molto prima di diventare un piano. Sognavo Modena, le sue officine, i nomi leggendari: Ferrari, Maserati, Lamborghini. Nel frattempo studiavo ingegneria e ho costruito una monoposto F2 per il campionato argentino, curando ogni dettaglio. Quando, anni dopo, sono venuto in Italia con mia moglie, una tenda e due biciclette, non sapevo se ce l’avrei fatta. Ma sapevo che se volevo crescere, dovevo essere lì dove il sogno delle automobili diventava realtà».

Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondialeQuali ostacoli ha incontrato e come li ha affrontati?

«Gli ostacoli sono stati tanti, e spesso più grandi delle risorse che avevo. Gli inizi in Italia furono difficili: nonostante le lettere di raccomandazione di Fangio, nessuno assumeva. Ho fatto i lavori più diversi pur di restare vicino a quel mondo. Poi Lamborghini mi ha aperto una porta. Ho iniziato come operaio di terzo livello, ma ogni giorno mi sono sforzato di imparare: ero il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via.

Il momento più difficile è stato quando proposi di acquistare un’autoclave per realizzare su larga scala i compositi. La risposta fu no. Così ho chiesto un prestito in banca, l’ho comprata e ho affittato un capannone vicino all’azienda. È stato un rischio enorme, ma ha cambiato per sempre il mio futuro. Gli ostacoli ti costringono a inventare, a guardare oltre. Senza di essi non avrei mai trovato davvero la mia strada».

Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondialeNel tempo, le sue vetture sono diventate un simbolo globale. Da cosa nasce questo successo internazionale?

«Non produciamo auto per soddisfare il nostro ego, ma l’ego del cliente. In fondo, è il cliente il nostro datore di lavoro. È comunque importante rimanere fedeli a sé stessi. Fin dall’inizio ho cercato di unire alla tecnologia elementi quali bellezza, proporzione, armonia e al tempo stesso scienza, materiali avanzati, aerodinamica.

La Zonda prima, la Huayra poi e oggi Utopia sono frutto di questa identità. Ogni dettaglio, anche il più piccolo, è pensato come un’opera autonoma, con una logica, un’anima, una storia. E forse è proprio questo che emoziona così tante persone in tutto il mondo: la sensazione che l’auto non sia un oggetto, ma un dialogo tra creatività e ingegneria».

Cosa distingue una Pagani da qualsiasi altra supercar?

«Ci sono due aspetti: la visione e la mano umana. La tecnologia non basta; occorre un’anima. Le nostre vetture nascono tutte come pezzi unici: non esiste un componente che non sia stato pensato, ripensato, costruito e ricostruito per essere non solo efficiente, ma anche bello. Il carbonio, che molti considerano solo un materiale tecnico, per noi è anche un materiale estetico. Il nostro motivo a “trama spinata” è diventato un simbolo: è la prova che la funzionalità può essere poesia. E poi c’è il lavoro artigianale. Ogni auto è costruita da persone che hanno un nome, una storia, un orgoglio. Questo non lo puoi replicare con una macchina o un algoritmo».

Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondialeQual è il processo di sviluppo di una nuova vettura? Da dove nasce un’idea?

«Tutto comincia da un pensiero, spesso da un’immagine mentale o da una sensazione. Posso vedere una curva di un oggetto, una forma naturale, o posso partire da un concetto aerodinamico. Poi inizia un percorso lungo: schizzi, modellazione, studio delle proporzioni, dialogo continuo tra forma e funzione. Il Centro Arte e Scienza è nato proprio per questo: un luogo dove designer, ingegneri, tecnici e artigiani possano lavorare insieme, contaminarsi, confrontarsi. La Zonda, la Huayra e Utopia sono figlie di questo metodo. Ogni progetto richiede anni, perché niente è lasciato al caso. Un’auto, prima di essere una macchina, deve essere un’idea che respira».

L’innovazione tecnologica, i materiali compositi, la fibra di carbonio: quanto hanno influenzato il suo percorso?

«Sono stati elementi determinanti. Quando negli anni Ottanta lavoravo alla Countach Evoluzione, ho capito che la fibra di carbonio avrebbe rivoluzionato le supercar. Era un materiale quasi inesplorato in quel contesto, ma offriva una libertà enorme: leggerezza, rigidità, possibilità di forma. Da allora la ricerca sui compositi è diventata quasi una missione. Oggi la fibra di carbonio Pagani è riconosciuta come una delle più avanzate al mondo, impiegata non solo nelle hypercar ma anche in settori come il medico, l’aerospaziale, il militare. Però, mi piace sempre ricordarlo, la tecnologia non è mai fine a sé stessa: è un mezzo per dare forma a un’emozione».

Horacio Pagani ripercorre con lucidità e passione il filo rosso che ha guidato la sua vita: l’idea che la bellezza sia un dovere e la ricerca della perfezione un atto quotidiano. Dall’infanzia in Argentina all’approdo in Italia, racconta come arte, scienza e visione abbiano modellato le sue scelte. Ne emerge il ritratto di un innovatore che non insegue il futuro, ma lo anticipa, tracciando un percorso unico nel panorama automobilistico mondialePagani è oggi un marchio globale che va oltre l’automobile: design, ricerca, progetti culturali. Come ci è arrivato?

«Tutto nasce dall’idea che un’auto, se è fatta come una scultura, come un oggetto artistico, genera naturalmente un mondo intorno a sé. Modena Design, le nostre collezioni, i progetti culturali e il Centro Arte e Scienza sono la continuazione di quella filosofia originaria. L’identità del nostro marchio non è costruita sul marketing, ma su un ben preciso linguaggio: l’unione tra arte e scienza. È questo che ci permette di dialogare con mondi diversi, dall’industria al design, dalla formazione alla divulgazione».

Guardando avanti: come immagina il futuro delle supercar e quello della sua azienda?

«Il futuro sarà complesso e affascinante. Le normative, l’ambiente, le nuove sensibilità richiederanno soluzioni innovative, ma certo andrà cercato un modo di fare convivere il motore termico, che si è andato molto evolvendo nel corso degli anni, con la propulsione elettrica. Imposizioni drastiche o dettate soltanto da una visione ideologica andranno necessariamente riviste.  In ogni caso io credo che ci sarà sempre spazio per l’emozione, per l’artigianalità, per l’oggetto fatto con amore e dedizione. Pagani continuerà a evolversi nel rispetto della sua identità: materiali avanzati, attenzione maniacale ai dettagli, ricerca continua. Non so ancora che forma avranno le auto del domani, ma so che il nostro compito sarà lo stesso di sempre: creare qualcosa che parli al cuore delle persone. Perché, in fondo, il motore vero di ogni progetto è il sogno».

Pagani of Lugano, un nuovo capitolo dell’eccellenza automobilistica in Svizzera