Attualmente, il tasso di disoccupazione, che si attesta al 3.2%, è il più elevato degli ultimi cinque anni, pur non essendo particolarmente alto rispetto agli altri Paesi europei. In questi anni, il Ticino ha visto sparire numerose aziende, nel settore del trading, della moda, della supply chain, ma anche nel settore bancario e fiduciario. Un fenomeno riconducibile in parte alle crisi geopolitiche, al disorientamento verso le politiche commerciali che mutano di giorno in giorno, alla debolezza delle istituzioni che faticano a sorreggere i cittadini più fragili.

È lo specchio di non mondo che non riesce più a intercettare né i bisogni dei più giovani né di professionisti più esperti: un problema di società che si impoverisce umanamente, senza contare i costi sociali che ne conseguono.

Così, si incontrano sempre più giovani che non trovano lavoro perché non hanno esperienza e nessuno è più disposto a formarli, facilmente sostituibili con l’AI, così come i meno giovani perché troppo costosi e quindi i primi a pagare per ristrutturazioni, delocalizzazione e compressione dei costi (e degli stipendi).

La politica sta puntando sempre più a nuove realtà, principalmente nel settore delle start-up e della ricerca. Anche se questo approccio può contribuire a un’economia sostenibile, volta al progresso, il suo impatto rimane limitato, dato che la maggior parte delle start-up impiega uno o due dipendenti. Di conseguenza, non aumenta veramente l’occupazione, e due categorie più colpite rimangono le più colpite: i giovani che si affacciano al mondo del lavoro e i lavoratori più esperti.

I giovani meritano un capitolo a parte. Per contro, una delle situazioni più sorprendenti è rappresentata proprio dalle difficoltà che riscontrano i professionisti senior, che vantano competenze manageriali, conoscenze dei processi aziendali, linguistiche e anche tecnologiche. Questi individui, con anni di esperienza e competenze consolidate e con ancora diversi anni di lavoro davanti prima di arrivare alla pensione, affrontano spesso sfide snervanti nel reinserimento professionale e li porta sempre più in un vero stato di disperazione.

Per affrontare questo problema, sempre più grave, è essenziale adottare una nuova visione del lavoro e dei profili senior. Le aziende dovrebbero riconoscere il valore dell’esperienza e della competenza, creando allo stesso tempo una cultura aziendale che valorizzi la diversità generazionale, poiché le interazioni tra diverse età possono stimolare scambi di idee e soluzioni creative.

Riconoscere e valorizzare il patrimonio di competenze dei professionisti senior non è solo un dovere etico, ma una necessità strategica per le aziende che mirano a innovarsi.

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