Dietro il nome “Patrizia Cappelletti” si cela un intreccio di esperienze, pensieri e passioni: da dove cominceremmo a raccontarlo, se volessimo restituirne l’anima?
«Sono una ricercatrice sociale con una profonda passione per le trasformazioni contemporanee che riguardano la vita delle persone e delle organizzazioni. Da anni mi occupo di generatività sociale, un approccio che racconta la capacità di individui, imprese e comunità di creare valore non solo per sé, ma anche per gli altri e per i loro contesti. L’opportunità di questa ricerca è arrivata in un momento della mia vita in cui, pensando ai miei figli e alle nuove generazioni, cercavo un modo concreto per mettere le mie competenze a servizio di un modello di sviluppo più sostenibile. Questo mi ha portata ad incontrare tante splendide organizzazioni che, con i fatti, mi hanno insegnato che è possibile coniugare sviluppo economico, giustizia sociale e cura del pianeta, generando un impatto positivo e duraturo. Ho avuto l’opportunità di conoscere aziende che ridisegnano i processi produttivi puntando su qualità e salubrità e non sulla quantità di basso prezzo; cooperative che rigenerano territori e comunità locali; fondazioni che investono sul futuro, scommettendo sui giovani con progetti educativi. Io mi sono dedicata a studiare e far conoscere le loro storie. La scelta si è rivelata per me appassionante e motivante: queste organizzazioni ci ricordano che si può crescere solo insieme, senza lasciare indietro nessuno, e rigenerando le risorse del pianeta per chi verrà dopo di noi».
Quali percorsi personali e professionali l’hanno formata nel tempo?
«Dopo la laurea in Sociologia a Urbino ho conseguito un PhD in Scienze sociali all’Università Cattolica di Milano, dove ho iniziato a collaborare con il Centro di Ricerca ARC. Qui ho contribuito alla nascita dell’Archivio della Generatività Sociale, un sito web che raccoglie oltre un centinaio di storie di impresa, e al Rapporto Italia Generativa, che ogni anno racconta il grado di vitalità sociale ed economica del Paese. Sono anche formatrice FSEA e da anni opero in Ticino. La mia cifra distintiva è una visione trasversale, capace di connettere ambiti e settori differenti».
Che legame c’è tra generosità e generatività?
«Generosità e generatività condividono la radice “gen” che rimanda a un verbo greco che potremmo tradurre con “esistere, far esistere, far accadere”. Potremmo dire così: la generosità non si accontenta del pareggio. È un’azione che rilancia continuamente i giochi introducendo un “di più” – di risorse, intelligenze, progettualità – che fa succedere cose nuove e apre possibilità per altri. Essere generativi significa fare della generosità una logica d’azione permanente. Nel breve periodo questo investimento può sembrarci irrazionale, ma in realtà è l’unica scelta capace di generare futuro per sé e per altri. Un esempio è quello di Dallara, azienda leader dell’automotive che, a sostegno del settore, ha creato un vero e proprio ecosistema formativo: dalla Dallara Academy, ai laboratori didattici nelle scuole, fino all’Innovation Farm, un consorzio che coinvolge scuole, università, aziende e istituzioni e che si propone di far crescere nuove competenze al servizio non solo di Dallara, ma di tutto il territorio. In questo senso, l’azienda vive la generosità come un investimento condiviso, che apre, per le persone e le aziende del contesto in cui opera, nuove opportunità di futuro. La logica del “di più” non è un lusso, ma un fattore di sviluppo duraturo».
Parla spesso di “nuovo umanesimo”: cosa rappresenta oggi questo concetto, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla complessità?
«Viviamo un’epoca di cambiamenti profondi che aprono scenari inediti. Pensiamo alla digitalizzazione. Se usate con responsabilità ed equità, queste innovazioni possono aiutarci a risolvere molti problemi che ancora affliggono l’umanità. Allo stesso tempo, è evidente il rischio di effetti collaterali: dalla crescente omologazione – cioè perdita di diversità – alla creazione di nuove disuguaglianze. Per me “nuovo umanesimo” significa non opporsi all’innovazione, ma orientarla a servizio dell’umano: metterla al centro delle relazioni, della sostenibilità, della dignità del lavoro. Un esempio ci viene da Loccioni, azienda marchigiana che ha fatto della cura delle persone, in tutte le generazioni, il cuore del proprio modello. Con il progetto L’impresa per tutte le età®, Loccioni valorizza studenti, giovani lavoratori e senior in pensione in un dialogo continuo tra competenze, passioni ed esperienze. Dalla Bluezone, dedicata agli studenti, alla Silverzone, che coinvolge oltre 120 ex professionisti come maestri del lavoro, l’azienda dimostra che tecnologia e innovazione non possono esistere senza la ricchezza delle relazioni e il legame con il territorio. È un modo concreto di creare valore economico e tecnologico generando, allo stesso tempo, capitale umano e sociale».
In che modo raccontare il ‘bene possibile’ può trasformare le organizzazioni e i contesti lavorativi?
«Da sempre, le storie hanno il potere di dare senso a ciò che accade. Raccontare il “bene possibile” può aiutare ad alzare lo sguardo, dai soli risultati economici, per riconoscersi parte di qualcosa di più grande e accendere il desiderio di contribuzione. Comunicare il bene possibile, allora, può generare fiducia e ispirare nuove iniziative. Un tempo le aziende facevano del bene, ma senza raccontarlo. Oggi la comunicazione di queste esperienze può diventare un’occasione per sensibilizzare e motivare le persone dentro e fuori l’organizzazione. Un esempio significativo è quello di Fondazione Capellino di Genova, che finanzia i suoi progetti a tutela della biodiversità con il 100% dei ricavi – dedotti costi e tasse – maturati da Almo Nature, azienda di alimenti per cani e gatti, interamente di sua proprietà. La fondazione è molto attiva a livello comunicativo, ma qui il racconto delle iniziative non è uno strumento pubblicitario, bensì un modo per rendere i propri collaboratori consapevoli di contribuire a una missione grande e, all’esterno, per invitare altre imprese ad intraprendere la stessa strada».
Come definirebbe un’impresa generativa e quali visioni di futuro incarnano queste imprese e che ruolo giocano nella costruzione di un’economia più sostenibile e inclusiva?
«Un’impresa si muove in direzione generativa quando si impegna a conciliare la custodia del valore ricevuto con un’innovazione responsabile; che cerca la bellezza prendendosi cura di persone, prodotti e processi; che coniuga libertà d’impresa e sostenibilità di lungo periodo. Non si limita a ridurre l’impatto negativo, ma punta a ricreare continuamente le condizioni del proprio esistere, lasciando un segno positivo nel mondo. Brunello Cucinelli, con i suoi investimenti nella bellezza, nella cultura e nella cura del territorio umbro, interpreta l’impresa come spazio di responsabilità sociale ed estetica, capace di generare valore oltre il profitto. Edison ha sviluppato un progetto di company social housing per offrire soluzioni abitative accessibili e vicine alle sedi di lavoro ai suoi giovani collaboratori, mostrando come un’azienda possa contribuire a favorire l’autonomia delle nuove generazioni, mobilità sostenibilità e coesione sociale».
Di recente è nata Poetica Fondazione per la generatività sociale. Qual è la missione della Fondazione Poetica e quali valori ne ispirano l’azione?
«Fondazione Poetica è nata per portare avanti il lavoro di questi anni diffondendo la cultura della generatività sociale attraverso la ricerca, la formazione e la sperimentazione. Ci muoviamo in tre direzioni: l’educazione dei giovani, l’accompagnamento alle organizzazioni ed in particolare al management, e lo sviluppo delle comunità. Oggi Poetica cerca nuovi compagni di viaggio che desiderano condividere le sfide di questo tempo (che sono però anche grandi opportunità di cambiamento). Costruire forme di intelligenza collettiva e alleanze durature attorno ad obiettivi comuni è il solo modo per affrontare la complessità crescente».
Nel suo percorso emerge spesso il tema della spiritualità come risorsa profonda per orientare le scelte personali e organizzative. In un tempo frammentato, quale ne è il valore e come può favorire senso, relazioni autentiche e trasformazione nei contesti professionali e sociali?
«La spiritualità è una risorsa profonda che ci aiuta a non ridurre la vita a pura efficienza. Oggi coltivare una dimensione spirituale significa allestire spazi di incontro, dialogo e ricerca attorno al senso più profondo di ciò che siamo e facciamo. Nelle organizzazioni questa apertura genera e fa circolare motivazione, legami, capacità di orientare l’azione verso scopi trasformativi significativi. È la sfida forse più grande che abbiamo davanti: impiegare la nostra libertà – personale e organizzativa – per immaginare insieme come far crescere la vita, senza distruggerla».



