Il suo avvicinamento al mondo della politica è stato un processo lungo e meditato. Come è avvenuto?

«Diciamo che l’amore per la politica è sempre stato un sentimento che albergava nella mia famiglia, a cominciare da mia nonna che intratteneva stretti rapporti con personalità e politici della sua epoca. Io mi sono decisa relativamente tardi dopo che più volte ero stata sollecitata a farlo. Ma impegni professionali e poi familiari mi avevano sempre trattenuto, forse anche per la consapevolezza che si tratta di una scelta abbastanza “totalizzante”, in termini di tempo, organizzazione, dedizione personale».

Pentita o delusa?

«Assolutamente no. Semmai dispiaciuta nel toccare con mano che i tempi della politica sono effettivamente sempre troppo lunghi e che, a differenza del mondo finanziario e bancario dove opero e dove le decisioni devono essere prese in tempi molto rapidi, in politica prevalgono spesso le indecisioni, i rinvii, i dubbi, il “sa po’ mia” tanto caro ai ticinesi. In Consiglio comunale le cose vanno per fortuna un po’ meglio, forse perché è un organo legislativo con una maggiore vicinanza ai problemi della gente, e perché è più facile trovare delle condivisioni anche con altre forze politiche sulla realizzazione di obiettivi concreti».

A proposito di Lugano e del Cantone, di cosa c’è soprattutto bisogno?

«Di coraggio, di una visione per il futuro, di voglia di mettersi davvero in gioco anche a costo di compiere scelte che possono risultare impopolari. Qualcosa si è perso dopo il cammino che ha portato il nostro Paese a una condizione di benessere e sicurezza sociale tuttora invidiataci dal mondo intero. La prudenza fa sicuramente parte della storia e della cultura della Svizzera, ed è la base sulla quale si fonda la nostra sicurezza e stabilità, ma un eccesso di cautela fa sì che di fronte ai problemi troppo spesso ci limitiamo a scuotere la testa, rinchiudendoci in una disapprovazione silenziosa, che ha il sapore di una torre d’avorio attorno alla quale invece brulica la vita. Troppo spesso vengono evitate le domande della gente, chiusi gli occhi davanti alle preoccupazioni dei cittadini, si stenta a trovare le parole giuste per arrivare al cuore (e non alle pance) delle persone, per rassicurarle ma anche per spronarle, per comunicare chiaramente ciò in cui crediamo, in termini semplici e comprensibili».

Parlando di concretezza, quali sono i principali problemi con cui Lugano deve soprattutto confrontarsi?

«In primo luogo il traffico. La nostra rete viaria è al collasso, basta un incidente banale in un’arteria principale della rete stradale cantonale e tutto il Ticino si blocca. Lugano non fa eccezione e il PVP, senz’altro corresponsabile di una situazione insoddisfacente, ha completamente disatteso le aspettative. Una pedonalizzazione del lungolago, con la rivalutazione delle rive sarebbe un concetto innovativo per il centro e gioverebbe anche ai commerci e alla ristorazione in difficoltà. Ci vuole però il coraggio di osare. Lo spostamento del traffico sotto terra/lago potrebbe essere senz’altro una visione meritevole di approfondimento, sia dal profilo tecnico che delle possibilità di finanziamento».

Si dice che la politica, in Svizzera e in Cantone, sia ancora troppo ancorata ad un universo maschile spesso restio ad allargare le maglie del proprio potere. È vero?

«Da un punto di vista generale è vero che sia a livello professionale che politico molti dei posti chiave sono occupati da uomini e la presenza delle donne è numericamente ancora bassa. Devo però dire di non aver mai incontrato difficoltà o preclusioni in quanto donna, laddove competenze professionali, personali e umane vengono ormai unanimemente riconosciute e apprezzate al di là di ogni differenza di genere. Noto piuttosto il sussistere all’interno dell’universo maschile di un certo “cameratismo” che si traduce poi in una quasi naturale cooptazione in campo lavorativo e anche politico, a svantaggio delle donne che difficilmente frequentano gli ambienti in cui questo cameratismo si crea».

Che consiglio darebbe ai giovani cui spetta il compito di prendere in mano le sorti del Cantone?

«Uscire di casa, andare a studiare o lavorare fuori del Cantone, allargare gli orizzonti e conquistare la propria autonomia. È un insegnamento che ho ricevuto dalla mia famiglia, che ho sempre applicato nel corso della mia vita professionale e che cerco di trasmettere alle mie figlie anche se sono ancora molto giovani. L’incontro con situazioni, esperienze, culture diverse costituisce un arricchimento che in un mondo globalizzato come il nostro diventa una condizione assolutamente necessaria. Poi, naturalmente, c’è anche il momento del ritorno in Ticino, del rapporto e della riscoperta con le proprie radici che rappresentano un valore altrettanto imprescindibile e da coltivare».

Qual è il suo giudizio riguardo all’uso crescente, anzi ormai dominate, dei nuovi media digitali da parte della politica?

«Siamo di fronte ad un processo irreversibile ma che non per questo deve essere accettato in modo acritico e passivo. Il paradigma comunicativo è mutato. Il cittadino, infatti, non è più solo oggetto, ma anche soggetto di comunicazione. Cambia il nostro senso della posizione della comunicazione: nei blog, nei siti di social network, costruiamo la nostra riflessività connessa e da lì produciamo, distribuiamo, consumiamo in modi diversi le forme simboliche e i significati che ci servono per capire il mondo. Quello che stiamo costruendo è un equilibrio sociale diverso. E questo un po’ mi preoccupa. Concepisco ancora la politica come luogo della riflessione, della mediazione, dell’elaborazione di un pensiero strutturato, dell’applicazione di un metodo. La campagna elettorale che ha segnato l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca è un classico dove i nuovi media hanno permesso a esperienze locali e sociali periferiche di connettersi, al di fuori del controllo verticale dei soggetti politici, dei mediatori e dei media tradizionali. La rete, pertanto, ha costituito il riferimento per un modello diverso e alternativo di partecipazione politica, ma anche di democrazia. Ma tutto questo non ci mette purtroppo al riparo da un uso scorretto dei nuovi media, tra bugie e menzogne, giudizi improvvisati e superficiali, e soprattutto false notizie».