I ricercatori hanno presentato gli studi più avanzati in un settore – quello dell’alimentazione – che è afflitto, purtroppo, da una grande quantità di fake news. Quali sono questi studi? Quelli che ruotano intorno alla capacità, dimostrata da certi cibi, o da certe “tecniche” (restrizione calorica controllata, alimentazione legata ai cicli circadiani, e altre), di frenare i geni dell’invecchiamento e di stimolare, nello stesso tempo, quelli della longevità, attraverso complessi meccanismi biochimici. Ma non basta: altre ricerche hanno anche rivelato che specifiche “azioni” sul modo di assumere il cibo (per esempio, alcuni schemi di digiuno eseguiti sotto controllo medico) possono attenuare i sintomi di malattie non facili da domare, come il diabete o patologie autoimmuni.
La dieta Tre (time-restricted eating) «Alcuni studi, per la maggior parte sugli animali, dimostrano che mangiare solo in determinati momenti della giornata, seguendo i ritmi naturali veglia-sonno, aiuta l’organismo in diversi modi: riducendo, per esempio, le infiammazioni croniche e la tendenza all’obesità, ma anche certi disturbi cardiaci» – ha spiegato Satchidananda Panda, professore presso il Salk Institute-Regulatory Biology Laboratory di La Jolla (California) e relatore al Forum. Come mai i ritmi circadiani sono collegati anche alla “gestione” del cibo? «L’alternanza veglia-sonno – ha risposto Panda – condiziona la produzione di ormoni importanti (insulina, glucagone, grelina, e altri) che sono coinvolti nel metabolismo». Quando è meglio mangiare, allora? «Le nostre ricerche e quelle di altri gruppi – ha concluso Panda – suggeriscono di non assumere il cibo 3 o 4 ore prima di andare a dormire e 1-2 ore dopo il risveglio. Questo significa avere una finestra di 10-12 ore al giorno entro cui mangiare (se consideriamo che una persona dorme in media 7 ore), escludendo le altre fasce. In sigla, questo regime alimentare viene chiamato TRE (time-restricted eating)».
Il digiuno intermittente Anche digiunare in modo intermittente, cioè alternando giorni di digiuno assoluto ad altri in cui ci si alimenta in modo normale, può aiutare l’organismo a placare i sintomi delle malattie infiammatorie, ma anche di altre patologie, purché l’astensione dal cibo venga programmata e seguita da uno staff medico esperto. A questa conclusione è arrivato Andreas Michalsen, professore di medicina clinica complementare al Charité University Medical Center di Berlino, e relatore al Forum. «Nel nostro ospedale – ha detto – abbiamo seguito più di 20.000 pazienti, finora, che si sono sottoposti a diverse forme di digiuno sotto controllo medico. Ebbene, i risultati sono stati ottimi, per quanto riguarda il diabete, l’ipertensione, l’emicrania, la fibromialgia, l’artrite reumatoide». Ma quanti giorni bisogna rimanere lontani dal cibo? «Esistono diversi schemi di digiuno intermittente – ha risposto Michalsen. Un giorno di digiuno alla settimana fornisce, probabilmente, risultati modesti, a breve termine. Altri schemi più efficaci, invece, prevedono, ad esempio, 5 giorni di digiuno nell’arco di due settimane, o 16 nell’arco di 8 settimane, sempre sotto stretto controllo medico».
La nutrigenomica Secondo un’ipotesi (affascinante), le piante hanno prodotto, nel corso dell’Evoluzione, una serie di sostanze in grado di allungare la vita agli animali con cui venivano in contatto, per “aiutarli” a evolversi insieme a loro (nell’ambito di quella che gli esperti chiamano co-evoluzione: una complessa serie di equilibri e di condizionamenti reciproci, nel corso di milioni di anni di selezione naturale). Di tutto questo ora possiamo approfittare anche noi, che ritroviamo quelle preziose sostanze allunga-vita nei vegetali. Ma alcune piante sono andate anche oltre, producendo sostanze come la caffeina, per fare in modo che gli insetti impollinatori venissero maggiormente attirati (in un certo senso, hanno offerto il caffè a questi insetti…). Oppure inserendo nel polline molecole anti-stress per le api, come l’acido cumarico. «In realtà – ha spiegato Marco Giorgio, ricercatore senior presso il Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell›Istituto Europeo di Oncologia a Milano e relatore al Forum sulla nutrizione – è difficile capire empiricamente se le sostanze che prevengono l›invecchiamento e aumentano la longevità negli animali siano presenti per caso negli alimenti vegetali, o siano state incentivate dalle piante stesse per modulare il mutualismo piante-animali». IBSA Foundation for scientific research nasce nel 2013 dalla casa farmaceutica IBSA, azienda particolarmente attenta alla ricerca e al suo sostegno, con l’intento prevalente di diventare un punto di riferimento per la promozione e la divulgazione della scienza attraverso contatti costanti con il mondo accademico, le istituzioni, gli ospedali e i semplici cittadini, e con iniziative volte a sensibilizzare l’importanza di affrontare in maniera contemporanea i concetti di salute, qualità della vita e benessere della persona.
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11 Settembre 2018